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Per la morte di Gerolamo Pompei

Paolina Secco Suardo

1788 P Letteratura Per la morte di Gerolamo Pompei Intestazione 4 dicembre 2011 75% Da definire

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Per la morte di Gerolamo Pompei.


Già tre volte d’orror cinto e di gelo
Nudò il verno le selve, e di novella
3Spoglia altrettante s’ammantò ogni stelo;

Poiché da morte ai buon sempre rubella
Tolto a noi fosti, o caro amico, e il volo
6Spiegasti ratto alla natìa tua stella.

Quanto io piansi per te! ma un verso, un solo
Verso non ti sacrai; ché sul tuo fato
9Confusa e muta mi ritenne il duolo.

Da me il canto fuggì; mesta da un lato
La mia cetera giacque, e più non rese,
12Se pur tentai le corde, il suono usato.

Così poiché di Cuma ai lidi scese
Dedalo per sentiero audace e strano,
15E il remeggio dell’ali a Febo appese,

Tentò due volte il duro caso invano
Del figlio effigiar; due l’affannata
18Cadde vinta al lavor paterna mano.

E pur cara, diletta Ombra onorata,
Tu il mio tacer condanni; ognor gridarmi
21Ti sento, quasi me chiamare ingrata;

Suonami in cuor tua voce; udirti parmi
Dir: Perché intorno al cener mio non fai
24Piangere, o Lesbia, i tuoi teneri carmi?

Se furon già dolce mia cura, il sai:
Lena io lor porsi, e non avvezzi ancora,
27A più sublimi voli io gli addestrai:

E teco, o rimembranza! io pur talora
Venni cantando: e ne ascoltàr giulive
30Le selve che l’amato Adige irrora.

Oh selve, oh fiume, oh gloriose rive!
S’ora voi siete squallide e dolenti,
33Ben è ragion Decilio ahi! più non vive.

Voi lo vedeste un dì, puri innocenti
Piacer gustando, di sua età nel fiore.
36Le labbra sciorre a pastorali accenti;

Ed or Inngo un bel margo, or fra l’orrore
Degli arbori più cupi in dolce canto
39D’Amarille accusar l’aspro rigore:

E a que’ lamenti suoi misti col pianto,
Oh come in voi la non fallace spene
42Di ciò ch’Ei fòra un dì, cresceva intanto!

Tal, d’ampj faggi assiso all’ombre amene,
Silvestri note meditar godea,
45E modularle al suon di tenui avene,

Il chiaro vate, che svegliar dovea
Poscia l’epica tromba, e i varj errori
48Del trojano cantar profugo Enea;

E fra umili capanne e fra pastori
Nasceva il carme, che rapì all’argive
51E alle lazie contrade i primi allori.

O selve, o fiume, o gloriose rive!
Se lungo duolo ancor vi attrista e fiede,
54Ben è ragion. Decilio ahi! più non vive.

Quand’Egli mosse alla stellata sede,
Noi qui lasciando sconsolati, oh quante
57Fer di un lutto comun lagrime fede!

Pianser le Muse il lor perduto amante,
E pianser d’Elicona al pianto loro
60Le consce rupi e le vocali piante;

E colle Grazie uniti in flebil coro
I candidi costumi, e le più rare
63Virtù dier segno di crudel martoro.

Ma più la Patria sua dagli occhi amare
Versò fonti di doglia, e al ciel rivolta
66Chiamò fiero il destin, le stelle avare;

Poi colla chioma rabbuffata e sciolta
Il funesto baciò gelido sasso,
69Ove la cara salma era sepolta.

Né più sapendo quinci trarre il passo,
D’Andromaca simìl, gran lai s’udìo
72Mandar dal petto addolorato e lasso.

E che valmi, gridava, o Figlio mio,
Se pur vive il tuo nome in bronzi, o scolti
75Marmi, contro cui frema il tardo obblìo!

Che mi giovano i lauri intorno avvolti
A quest’urna feral, se il Ciel prescrive
78Ch’io non ti vegga più, né più ti ascolti?

Oh selve, o fiume, o gloriose rive!
Se al volger d’anni il vostro duol non cessa,
81Ben è ragion. Decilio ahi! più non vive.

Lassa! ond’io sia più dal cordoglio oppressa,
S’affaccia ai guardo mio di Lui, ch’io persi,
84La trista imago in ogni oggetto impressa:

E con lacero core, ed occhi aspersi
Di calde stille, giusto è ben che in bando
87Starsene io lasci e la mia cetra e i versi.

Ma fin ch’io spiri aure di vita, e quando
Il dì a noi riede, e quando in mar si asconde,
90Decilio andrò, Decilio ognor chiamando:

E da queste, ove or seggo, orobie sponde
Alle mie note di conforto prive
93Mesti gli arbori, i sassi, i vènti e l’onde

Risponderan: Decilio ahi! più non vive.