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Coloro che seguendo il Diez anche in questa parte non buona del suo magistrale lavoro, si ostinano ancora a fare del latino due lingue o quasi due lingue, una letteraria o nobile, e l’altra popolare, volgare o, peggio, rustica, dicono che da quest’ultima son derivate le lingue romanze.1 [p. 40 modifica]

Il principe de’ loro argomenti è un fatto che si trova più o meno in tutte le lingue: la coesistenza, cioè, delle doppie forme, ossia di vocaboli e modi significanti ora sfumature diverse d’una stessa idea (sinonimi, come uscio e porta, bianco e candido, salvare e preservare), ora invece la stessa idea, senza nessuna differenza di significato, e solo, ma non sempre, con qualche differenza di stile, essendo alcuni più o meno particolari alle classi incolte e altri alle civili; alcuni mezzo invecchiati e altri vivissimi; alcuni più propri della poesia, altri della prosa (doppioni, come scriminatura, discriminatura, scrima e dirizzatura, badessa e abbadessa, escire e uscire, gragnuola e grandine, morir di sonno e morir dal sonno, farsi alla finestra e affacciarsi alla finestra; con un eccetera pur troppo lungo, poichè in italiano, per nostra disgrazia, questa quasi sempre falsa ricchezza è addirittura strabocchevole).

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Naturalmente anche in latino c’erano moltissimi sinonimi (janua e porta, equus e caballus, torus e lectus, amare e diligere, ecc.); e anche non pochi doppioni (volgus e vulgus, adjutare e adjuvare, bucca e os, minaciae e minae, putus e puer, maledicere aliquem e maledicere alicui, ecc.); e di questi doppioni alcuni saranno stati usati indifferentemente l’uno e l’altro da tutte le classi sociali, come oggi a Firenze ditale e anello, portantina e bussola, spartizione (de’ capelli) e divisa; altri invece saranno stati i preferiti, più o meno esclusivamente, dalle classi inferiori, al modo stesso che un popolano fiorentino dirà forse più volentieri dota e dolsuto, che dote e doluto e sempre poi doventare invece di diventare, mentre un fiorentino educato dice sempre dote e doluto, e ora doventare, ora diventare, secondo con chi e dove e di che parla. Rispetto poi ai sinonimi, come il popolano della moderna Roma chiama sempre porta anche l’uscio, così è probabile che il popolano della Roma antica dicesse porta anche quando doveva dir janua, e caballus anche quando doveva dire equus.

Or bene, siccome qualche centinaio di questi sinonimi o doppioni latini, che si credono i preferiti dalla plebe, sono i genitori legittimi dei corrispondenti vocaboli neolatini, giacchè noi Italiani, per esempio, non diciamo giana o gianva o jana da janua, ma porta da porta, non eguo o ieguo o ecquo, ecc. da equus, ma cavallo da caballus; perciò cavando da questo fatto una troppa larga conseguenza, si è detto e si dice che le lingue [p. 42 modifica]romanze derivino dal latino rustico, o volgare o plebeo. Ma, oltrechè alle poche centinaia di parole romanze d'origine latina rustica si può contrapporne molte migliaia d’origine latina nobile, o nobile e rustica insieme; non bisogna mai dimenticare che l’organismo di dette lingue poggia quasi interamente sulla comune grammatica latina. Il tronco, dunque, da cui son germogliati i rami che si chiamano italiano, francese, spagnolo, ecc., è, in sostanza, il latino di Virgilio e di Plauto, di Cicerone e di Vitruvio; il latino togato e quello tunicato; insomma, il latino di tutti, quello che parlava omnis populus, come dice Varrone.

Una curiosa riprova di questa verità l’abbiamo nel fatto comunissimo, che de’ due sinonimi o doppioni latini, il volgare cioè e il civile, se uno attecchì in una delle nuove lingue, l’altro attecchì in un’altra. Ebriacus, per esempio, che forse era la forma popolare usata invece di ebrius, diede il toscano ubbriaco, il romanesco imbriaco, l’antico spagnolo embriágo, il provenzale ebriac, ecc.; ma l’ivre francese deriva direttamente da ebrius (come il nostro ebbro, del solo uso letterario); sicchè bisognerebbe concluderne che i Romani andati nella Francia settentrionale, quando si ubbriacavano o parlavano dell’ubbriachezza, fossero tutte persone civili. E così, se il volgare canutus diede l’italiano canuto, il provenzale canut e il francese chenu; dal civile canus è però derivato lo spagnolo cano. Se dall’allaudare o adlaudare di Plauto derivarono il provenzale alauzar, e lo spagnolo e portoghese alabar; dal comune laudare [p. 43 modifica]derivarono l’italiano lodare e il francese louer. Se il volgare salisicia (salis insicia) o salsitia diede il toscano salsiccia, il siciliano sosizza, il francese saucisse, lo spagnuolo salchicha, ecc.; a Milano, a Venezia e altrove dicono ancora lugànega, dal latino lucanica, usato da Marziale e da Cicerone.2 Se noi Italiani e i Francesi non ci contentammo di derivare cavallo e cheval da caballus, e diciamo anche cavalla e cavale (da caballa); gli Spagnoli e i Rumeni dicono, sì, cavallo e callu pel maschio, ma dicono yegua e épa (da equa) per la femmina; ed ebba dicono i Sardi, egua i Portoghesi; ed egua s’incontra anche nel provenzale, iegue nell’antico francese.3 E se il latino volgare porta prevalse generalmente su janua, questa vive ancora nel sardo settentrionale gianna e nel meridionale ennia, e vive nel napoletano votajanne (volta-janne), grimaldello.

Frequentissimo poi è il caso, che le due forme latine ne abbiano addirittura generato due (più o meno necessarie) anche nelle nuove lingue, come è accaduto in italiano da caecus e orbus, mutare e cambiare, dolor e cordolium, caput e testa, vulgus e volgus, ecc. [p. 44 modifica]

Del resto, chi facesse uno studio diligente sopra ciascuno di que’ vocaboli, che dal Diez4 e da tutti coloro che hanno ricopiato il suo elenco, vengono relegati nella categoria dei rustica, vulgaria, sordida, troverebbe, io credo, da redimerne un bel numero. Perchè mai, per esempio, dirci che mamma (per mater) era voce volgare, se Varrone presso Nonio attesta che apparteneva al linguaggio de’ bambini? O che i patrizi non avevan bambini? E Marziale non si servì di questa voce, per l’appunto come ce ne serviremmo noi Italiani, in qualunque scrittura familiare, ma niente affatto volgare?

Mammas atque tatas habet Afra; sed ipsa tatarum
Dici et mammarum maxima mamma potest.5


E, peggio ancora, perchè dirci che cludere era la forma volgare di claudere, se per quanto si volesse stiracchiare questo o quel testo, è certo certissimo che fu adoperata innumerevoli volte, e in tutti gli stili, e da scrittori d’ogni tempo?6 E perchè, finalmente, mettere in fascio voci e maniere usate da Plauto e Terenzio, con altre usate da autori di cinque, o sei, o sette secoli [p. 45 modifica]dopo? Che ci si mettano quelle poche, le quali, come adjutare e cordolium, s’incontrano tanto nel latino arcaico, quanto nel latino della decadenza, sta bene; perchè è molto probabile che codeste forme, confinate ne’ bassi strati sociali durante il periodo classico, ritornassero poi a galla col prevalere di essi; ma quelle che troviamo usate per la prima volta da san Girolamo, da sant’Agostino, da Prisciano e da altri autori, vissuti nel quarto, quinto o sesto secolo dopo Cristo, con qual diritto volete bollarle per volgari, quando invece non sono altro che neologismi? Tanto varrebbe chiamar volgari tutte le parole italiane che non si trovano nei Trecentisti, essendo venute in uso dopo il Trecento!

Il Littré, che combatte alla sfuggita quest’ipotesi della derivazione delle lingue romanze da “un certo latino rustico,„ fa un’osservazione molto giusta. “Se si crede,„ egli dice, “che il vernacolo (patois) latino, che senza dubbio si parlava nelle campagne al tempo d’Augusto e dei suoi successori, sia più specialmente l’origine delle lingue romanze; vale a dire che le voci del basso latino, come cupiditare, hominaticum, coraticum, appartenessero ai vernacoli; io stimo che si sbagli. In generale, queste forme del basso latino son lunghe; e perciò indicano che le popolazioni da cui erano state create e venivano usate, avevano perduto il senso delle forme più corte e più analogiche, proprie della latinità. Ora, il vernacolo (basta osservare i nostri) non ha punto questo carattere; il vernacolo ritiene più che [p. 46 modifica]altro dell’arcaismo, mentre invece le forme allungate sono neologiche, nascendo esse dalla necessità di assicurare il senso delle parole che va oscurandosi.„7

Si badi però, che con tutto questo non vogliamo dire che nell’opinione di coloro, i quali fan derivare le lingue romanze dal latino rustico, non ci sia nulla di vero. Già, dicendo che codeste lingue derivano dal latino parlato da tutti (il quale, s’intende, quattro o cinque secoli dopo, non poteva esser più quello del tempo d’Augusto; nè mai, in Francia o in Spagna, potè essere lo stesso che in Italia), nel tutti, naturalmente, noi ci comprendiamo anche i rustici. E poi, bisogna anche aggiungere che l’elemento rustico, allo sfasciarsi dell’Impero, al decadere di quella splendida civiltà, ai primi albori della civiltà nova e cristiana, fu di certo in prevalenza sull’elemento nobile. Questo però, oltrechè non fu mai spento del tutto, andò riprendendo a poco a poco il suo posto, col risorgere graduale della coltura. E se, per esempio, in Italia, non si potè più sbandire le voci del latino rustico putus e catus (“putto„ e “gatto„), e risostituirvi dal latino civile puer e felis; si potè bene però conservare dallo stesso latino civile le voci pueritia, puerilis, puerilitas e felinus, le quali, nelle forme corrispondenti italiane, e con l’avverbio puerilmente per giunta, vivono ancora nell’uso di tutte le persone educate.

Qui, dunque, gli equivoci nacquero [p. 47 modifica]principalmente dal riguardare le lingue neolatine da un solo lato della loro formazione; dal lato, cioè, in cui, per le condizioni sociali, prevalse l’elemento volgare.


Note

  1. E, s’intende, che alcuni hanno anche esagerato il pensiero del maestro, del quale ecco qui le precise parole nella fedelissima traduzione francese: “Toutes [les langues romanes] ont dans le latin leur première et principale source; mais ce n’est pas du latin classique employé par les auteurs qu’elles sont sorties, c’est, comme on l’a déjà dit souvent et avec raison, du dialecte populaire des Romains, qui était usité à côté du latin classique [aus der römischen Volkssprache oder Volksmundart, welche neben dem classischen Latein im Gebrauche war].... Seulement il faut se garder d’entendre par langue populaire autre chose que ce qu’on entend toujours par là, l’usage dans les basses classes de la langue commune, usage dont les caractères sont une prononciation plus négligée, la tendance à s’affranchir des règles grammaticales, l’emploi de nombreuses expressions évitées par les écrivains, et certaines phrases, certaines constructions particulières. Voilà les seules conséquences que permettent de tirer les témoignages et les exemples qu’on trouve dans les auteurs anciens; on peut tout au plus admettre que l’opposition entre la langue populaire et la langue écrite se marqua avec une énergie peu commune lors de la complète pétrification de cette dernière, peu de temps avant la chute de l’empire d’Occident.„ (Op. cit., vol. I, pag. 1-2.)
  2. Rucanica, in alcune parlate calabresi. Il Caix (Saggio cit., pag. 62) derivava lugànega dal lat. longano (spagn. longaniza); ma bisogna dire che non avesse presente il lat. lucanica.
  3. Il francese antico (giova ricordarlo) aveva anche tante e tante altre parole, oggi cadute in disuso, derivate dal latino civile (clamer, chiamare, da clamare; pesme, da pessimus, assentir da assentire, selve da silva, ecc.); e molte di esse vivono ancora ne’ suoi dialetti (crémer, bruciar leggermente, da cremare; nore da nurus, vime da vimen, ecc. — Cfr Littré, Op. cit., vol. II, pag. 119).
  4. Op. cit., vol. I, pag 4-28.
  5. Epigramm., I, 101.
  6. Si veda il gran Dizionario del Freund, tradotto in francese e accresciuto dal Theil, o il Forcellini rifatto dal De-Vit. — Del resto, coloro che fanno assegnamento su questa pretesa forma volgare, dimenticano, al solito, che se l’italiano chiudere risale a cludere, il francese clore risale invece diritto diritto a claudere.
  7. Op. cit., vol. I, pag. 36.