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XXXIII

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DANZA

DI VENERE

COLLE GRAZIE



basso rilievo in gesso


XXXIII.

E sarai dunque inesausto nel vestire di umane forme ìdee celesti, o sublime Canova! Tu qui Venere mi mostri circondata dalle tre Grazie sorelle, e tu caldo le inspiri nel seno il vivo desiderio di piacere, che cotanto la rabbellisce. Fra le attitudini tutte quella della danza essendo la più propizia onde dispiegare la venustà e la grazia della persona, e ad esternare il tenero sentimento dell’amore, due delle Grazie, strette fra loro in un bel gruppo, danzanti con Venere, danno moto e vita a questo gentile bassorilievo, mentre la terza sorella suona la lira, e si atteggia essa pure in atto di danzare, tenendo leggiadramente alzato il suo bel piede sinistro. Venere e le Grazie hanno vestita la parte inferiore della persona d’un leggerissimo [p. 97 modifica]velo, ed hanno i capelli graziosamente annodati, e divisi in mille e mille anella ondeggianti. Marte spettatore del ballo, è mollemente seduto in qualche distanza, e tiene appoggiati i piedi sopra d’uno sgabello. Nudo le ben tornite membra, ove nè vene ne muscoli eccedono, un elmetto gli ricuopre la testa, ed una semplice ghirlanda di fiori il mezzo della persona. Non è già qui il Gradivo, ferocemente atteggiato coll’ira e col terrore al fianco; ma è lieto nel sembiante, con un grazioso Amorino che a lui s’appoggia, e guarda con piacevole ed innocente sorpresa quella stessa Venere, che, col sorriso malizioso d’un cupido amante riamato, Marte riguarda e due Grazie tengono l’una nella destra e l’altra nella sinistra mano sospesa una bella ghirlanda di fiori che stanno per riporre a Venere sul capo. Essa di Marte solo occupata, rivolge a lui tenero lo sguardo con un sorriso celeste, che non ha di umano che, l’immensa voluttà che respira; mentre che un gentile Amorino con fanciullesco trastullo, postasi sopra le picciole spalle la grande spada di Marte, fa pure uno sforzo per alzar la testa, ed ammirare il ballo. Con faci accese nelle mani, due altri Amorini danzando essi pure, rivolgono indietro la testa per vedere queste tre deliziose figure, che toccano appena la terra con un sol piede, ed hanno l’altro slanciato con tanta animata leggiadrìa, che di solo marmo e scarpello opera quella non crederesti, ma di [p. 98 modifica]docili membra, cui nodrì celeste ambrosia e nettare soave. Tale e tanta è la maestria con cui son disegnate le tre sorelle, che colui che scegliere pur volesse la più bella, rimarrebbe indeciso fra queste e la Dea stessa della bellezza, se il sagace Scultore non avesse voluto farci conoscere, che pari quasi nell’avvenenza per le loro forme, l’immensa distanza che pure havvi fra Venere e le Grazie, tutta all’anima, ed alle passioni ch’egli v’infuse, è dovuta. Danzano le ancelle di Venere coll’appena tiepido desio di piacere alla lor Signora: ma Venere amante danza per piacere all’amante suo che l’ammira, e che le rifonde per gli occhi quella voluttà di cui egli medesimo, e con lui chi la guarda, s’inebria.