Novelle lombarde (Cantù)/La Battaglia di Vederio

La Battaglia di Vederio

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Alla Melanconia La Liberazione
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LA BATTAGLIA DI VERDERIO


pregate per li poveri morti

nella gran battaglia

tra francesi e austro-russi

qui combattuta il 29 aprile 1799


Quest’iscrizione, apposta a un crocione di legno, piantato nei campi a pochi passi da Verderio Superiore, io leggeva tornando da una vicina sagra, il giorno di santa Teresa del 1833, — la leggeva forse per la ventesima volta, eppure, come la prima fosse, mi commoveva d’intima melanconia il paragone fra questa grande battaglia di poche migliaja d’uomini e i gloriosi macelli di Wagram e di Jena; mi commoveva quell’indistinto ricordo di tanti infelici, quivi periti, lontan dalla patria, sconosciuti, incompianti; uccisi non sapendo da chi; combattendo senza conoscere il perchè. Dove il [p. 150 modifica]masnadiere scanna un viandante per derubarlo, si pianta un segnale; e il passeggero vi recita un suffragio pel mal capitato, nè sa frenare un moto di sdegno verso l’omicida. Qui furono trucidati tanti insieme, sul campo della irrazionale obbedienza che chiamano campo dell’onore; — appena la religione benedisse la tomba de’ prodi, e rimosse la bestemmia da chi ne fu cagione.

Questi pensieri mi teneano fermo, col capo scoperto e le braccia sul petto incrociate, dinanzi a quella croce, allorchè un vecchio, al quale io non avea fatto mente dapprima, interruppe il mio meditare dicendomi:

— Ell’era ancora in mente Dei quando avvennero quei casi. Ma io, ho proprio vedut’io con quest’occhi ciò che ella legge».

Ingordo sempre d’ascoltare racconti da coloro che ne furono testimonj, e coi quali par che si prenda non solo interesse ma parte, pensate se lasciai cadere a terra quelle parole. Mi volsi anzi ad esso, pregandolo a ripetermi quel ch’egli sapeva di tali avventure. Sebbene più verso i sessanta che i cinquant’anni, era florido e rubizzo, talchè non gli disdiceva il fucile che alle spalle recava: sedea sopra un paracarri rasente la via; ed io, postomegli di fronte, attento l’ascoltavo, mentre egli così prese a dire:

— Io era giovane, ben giovane e saldo prima di quei tempi; e servivo da lacchè nella casa degli illustrissimi padroni di quel palazzo e di questi poderi. Quando a un tratto mutano le cose: i Tedeschi, i quali (chi sa da quanti secoli?) qui se la [p. 151 modifica]gavazzavano in pace da padroni, sono costretti a fare fardello, ed arrivano i Francesi, i Giacobini.

Sa lei che differenza corre tra ’l venerdì e il sabato grasso? in quello, ciascuno attento a’ fatti suoi, serio operoso; al domani una baldoria, un correr all’impazzata, a travestirsi, a saltabellare; e fin gli uomini più assennati pigliare un ramo non so se mi dica di pazzia. Faccia conto che nè più nè meno avvenisse in quell’occasione. Allora non più arciduca, non più imperatore; abbasso le aquile, cancellati gli stemmi: ognuno mette al cappello una coccarda a tre colori; bandiscono che siano liberi tutti, tutti eguali, il padrone al villano, il nobile all’artiero, il servo al suo signore; e feste, e falò e sulle piazze, pe’ sagrati, da per tutto piantare un albero, che voleva dire la libertà e non aveva radici; e attorno a quello cantare, ballonzare, far scene e arringherie, sinchè il capriccio di qualche caporale, in nome della libertà, non interrompesse la baldoria.

Lor giovani, è inutile, non ne vedranno più di vicende simili; ed io, se campassi dugent’anni, non mi uscirà mai di memoria il trapestio di quel tempo.

Io non aveva mai veduto nè sentito altrettanto giovane del resto e perciò volonteroso delle novità, se in sulle prime mi parevano follie, non tardai a pigliarci gusto come gli altri; come gli altri mi lasciai inorpellare, e mi credetti divenuto un gran che. Capperi! non ero io cittadino? non potevo dar del tu alla signora contessa, e dir cittadino al signor marchese?

I ricchi, ai quali, un giorno peggio dell’altro fioccavano addosso pesi, imposizioni, angherie, [p. 152 modifica]dovettero tirar i remi in barca e limitare le spese. I nuovi predicatori poi trovavano crudeltà che un uomo dovesse correre a prova de’ cavalli innanzi alla carrozza dei padroni, a rischio spesso di farsi calpestare, sicuro di rovinar la salute; onde l’uffizio mio di lacchè cessò; ed io non trovando di prender servizio altrimenti, se volli strappare un boccone di pane, dovetti tornare in paese. Merito dell’eguaglianza.

Anche qui tutto era mutato, tutto sossopra. I miei compagni con festa m’accolsero; ed io imitando quel che avevo visto giù a Milano, feci piantar l’albero della libertà nel nostro e nei paeselli vicini.

Ma che sto a dirle? Certo lei avrà udito contar queste cose delle volte chi sa quante; e poi loro leggono i libri dove si trovano descritte per filo e per segno».

— Sì; è vero (gli soggiunsi io), ma se sapeste come ognuno le narra diversamente, secondo che con diversi occhi le ha vedute, non vi farebbe meraviglia ch’io senta tanta voglia d’udirle da voi novamente. Quanto ai libri, poveretto chi vorrà dai libri giudicare que’ giorni! Onde, ve ne prego, seguitate, e ravviatemi un po’ su quei giorni che pareano promettere un procelloso e vivace secolo ad una generazione, destinata invece a passarlo mogia e dormigliosa. Ditemi almeno quel che accadde a voi in particolare».

— A me? oh io feci quel che fecero gli altri, e messami la giubba verde e la tracolla rossa, entrai guardia nazionale: soldati senza soldo, che stavamo a casa nostra per far guarnigione al paese, e per [p. 153 modifica]salvarlo se mai venissero nemici. Se questi si fossero affacciati, io non so quel che avremmo fatto: so bene che, quanto sia alla quiete e al tenere sgombro da malandrini, non c’è a che dire, mai non s’è inteso d’una prepotenza qui intorno pel corso di que’ tre anni.

Io però era sazio di quel trambusto irriposato: non mi parea trovar poi quella fratellanza che predicavano, quel ben volersi un l’altro; massimamente mi dispiaceva quel vedere malmenati i preti, e disturbate le chiese e i sacramenti, e ne prevedevo poco di bene. In fatto la primavera del 99.... allora dicevano ad un altro modo, perchè erasi mutato tutto, e fin gli anni e i mesi e le settimane, ma da noi non vi si dava ascolto, e la domenica si faceva festa, e a Natale si mangiava il panatone, e a Pasqua le uova e confessarsi. La primavera, come dicevo, del 99, s’intendono di strane novità, prima bisbigliate all’orecchio de’ più fidati, poi si divulgano; che è, che non è; si scrive come ’l quale i Francesi scappano, e tornano i Tedeschi con Russi e Cosacchi e che altre genti so io, a ristabilire i troni e la religione.

Allora un farnetico di saper di novità, anche no villani, avvezzi un tempo a lasciar fare ai padroni, senza curarcene più che tanto; un continuo domandarci, E sicchè? abbiamo notizie? E secondo si udiva Hanno battuto; Furono battuti; Vengono; Si ritirano, alcune facce si facevano tanto lunghe, altre ridenti e giulive: come quando il sole mostrasi attraverso ai nugoloni, che ad un tratto fa lucente questo prato, mentre quel poggio sta nell’ombra, poi di subito sparge sul poggio la luce, e lascia il prato nell’oscurità.

[p. 154 modifica]I più però erano quelli, che, tutt’allegrezza, esclamavano: Tornano i Tedeschi; vengono i castigamatti; i nostri buoni, i nostri cari padroni; non più contribuzioni non più Giacobini, non più andar soldato: e la roba nostra sarà nostra; e i figliuoli nostri torneranno a star in casa ed essere obbedienti, e lasciar comandare a chi tocca. E quel ch’è il cap’essenziale, la religione si rimetterà in onore; potremo ancora far le processioni e scampanare finchè ci piaccia.

Mentre da noi si discorreva, quegli altri venivano. A Lecco, sentiamo dire s’è data una battaglia, come quelle scritte sulle gazzette: poi i Francesi hanno fatto saltare il ponte, e si ritirano per difendere Trezzo e Vaprio e Cassano. I Russi sono di là dall’Adda; onde le nostre contrade possono dormire i loro sonni in pace. Quando improvviso arrivano novelle di mala sorte; che i Russi hanno a Brivio varcato il fiume e si difilano adosso a noi, e quel ch’è il peggio, sputano fuoco, rubano che che trovano, bastonano gli uomini, malmenano le povere donne; fanno scempio de’ Giacobini come degli Aristocratici, di chi conservò la coda e i calzoni, come di chi va zuccone e colle brache a pantaloni.

Allora, amici o no de’ Tedeschi e de’ Russi, ciascuno dà spesa al suo cervello per ascondere quella poca grazia di Dio: è un corri d’ogni banda a tramutar le bestie, a sotterrare i quattrini, a trafugare ogni miglioramento.

Ma dove? se nessun luogo era sicuro, se da per tutto arrivavano a grappare quelle picche maledette?

Io, come tutti gli altri miei commilitoni, voleva ella che facessimo i valent’uomini contro un esercito? Prima nostra cura fu dunque di nascondere, [p. 155 modifica]chi sa dove, le nostre divise verdi e le coccarde, che guai sa ce le trovavano! poi star aspettando, e pregare Dio che la mandassebuona.

Quanto a me, non avevo nè genti nè parenti; onde, seppellito alla meglio quel che mi avanzava, posi tanto di stanga traverso alla porta della mia casuccia, solo per non parere men savio degli altri: che del resto tanto sarebbe valso il lasciarla spalancata; poi... Già la carne non mi pesava; uscito da un abbaino d’in sul tetto, con questo schioppo ad armacollo, la diedi per le campagne. Il mio schioppo, qualora l’ebbi a lato, mi sentii sempre valere il doppio: de’ campi, de’ boschi, nessuno più pratico di me, onde speravo campare. Intanto cominciano a sfilare Francesi buzzi buzzi, senza quell’aria di me n’infischio dell’altre volte; e dietro a loro picchetti avanzati di Barbetti e Cosacchi, con faccie da posali lì, su cavalli che correvano come il vento: erano soldati di Bagrazion, di Rosenberg, di Wukasowich, d’altri nomi che adopriamo ancora per ispauracchio de’ ragazzi. Venire e far netto era tutt’uno; sicchè la gente, vedendo che, gialli o verdi, era assai salvar la pelle, chi potè fuggire non rimase; e senza mancar maglia, chi qua, chi là se la batterono ai monti, alle cascine più fuor di mano, per cansare la mala ventura. Quanti n’ho io scortati che i giorni innanzi stavano tant’alto, e mi voleano rimangiare quasi fosse tornato il tempo loro; e adesso scappavano da coloro che tanto aveano ribramati! Davvero io me ne sentiva la bocca amara, e avrei voluto dar loro almeno una mostacciata: pure morsi la lingua, feci servigi a chi potei, e me ne trovo contento, ancorchè essi poi m’abbiano [p. 156 modifica]pagato di sconoscente arroganza, non più ricordandosi di quei lumi di luna, quando mi dicevano: Carlandrea; sono nelle vostre mani.

Riderà lei, signorino, se mi sentirà, così vecchio, ragionare d’amore? Ma i’ ero giovane allora come può esser lei, fra i venticinque e i trenta, e non ero il diavolo; e se pur ella verrà vecchio, come le auguro, le piacerà tornare col pensiero ai freschi anni, ai primi amori, principalmente se incolpevoli. Ha dunque da sapere ch’io da un pezzo parlavo colla Rita, figliuola d’una terriera di qui: una bell’asta di donna, capelli neri come la pece, occhi vivi come d’un pesce, ed ella pure voleva bene a me.

Sua madre era aristocratica.

La pensi! i partiti anche tra noi villani! aristocratici anche tra noi, che guaj se avessimo ardito confrontarci ai più spiantato fra i nobili! Onde la non voleva dare sua figlia a me, perchè ero repubblicante, e portavo il cappello sulle ventitrè e mozzata la coda; e ripeteva ch’ero un ciuffo; che, con tante gerarchie per la testa, non farei buona compagnia alla sua Rita.

Povera donna! Parlava per fin di bene: ma e alla Rita e a me pareva noi dicesse per altro, se non perchè la avrebbe volentieri maritata col figliuolo d’un fattore di Merate, che da un pezzo la puntava. Adesso però che il pericolo era venuto, si vide chi di noi le volesse maggior bene. Colui, gambe mie! pensò alla propria pelle, e gli altri pensino alla loro. Io, in mezzo alla disgrazia, tutto contento di poter ajutarle, portai in sicuro il bello e il buono che avevan, poi dissi loro: Donne mie, non è tempo di star accanto al fuoco; e di notte le avviai sul [p. 157 modifica]Montorobio, ove le riposi in un capannotto: vi stessero finchè passava quella scroscia; al vivere ci pensava io; le nottolate le facevo in sentinella.

Intanto il paese era venuto pieno di coloro, e cominciavano a farne delle sue.... ma è più bello dimenticarle.

Che brutta cosa è la guerra! Ma lei, signorino, che sa di lettere; dica mo, non si potrebbe farne di manco della guerra? E accomodarsi come noi villani accomodiamo le nostre baruffe, dando un colpo al cerchio, uno alla botte, senza venire alle coltella? E quei che sono causa di tanti mali, può far Dio che godano pace, e che intendano salvar l’anima?»

Impacciato io gli rispondeva:

— Voi vedete che la facevano con buona intenzione, per tornare il paese in quiete e in bene».

Carlandrea s’attese un poco, poi tentennando il capo ripigliò:

— Appunto come se io, vedendo che il mio vicino sciupa il suo, gli entrassi in casa, e dessi mazzate su quel che rimase di buono, e appoggiandone a lui delle sonore, gli rompessi le braccia perchè non potessi più far del male».

Io non potei non sorridere; ma quando l’informai che v’erano libri che trattavano dei diritti e dei modi da tenersi nel far la guerra, mi guardò con una ciera incredula, e soggiunse:

— Probabilmente avranno per testo, quinto non ammazzare».

Io m’accorsi che l’uomo era troppo vecchio, o forse troppo nuovo di sì fatte materie, sicchè si potesse sperare di vincerlo coi grandi argomenti [p. 158 modifica]dell’averlo detto altri e dell’esersi sempre fatto così: onde compatendo la sua caparbietà,

— Eh! queste cose è un pezzo anch’io che le rimeno pel pensiero; ma per manco male non pizzichiamo questa corda; tanto più che il rimediare a tali sconci non dipende nè da voi nè da me; e coloro che li cagionano odono soltanto le vittorie ed i Te Deum. Poi ci ha di mezzo tanti altri garbugli, che la più sicura è portarseli in pace come la febbre, come la gragnuola».

— Oh quelle (ripigliava Carlandrea) quelle vengono da Dio: ma coteste.... Basta: la dice bene; lasciamola là. Come dunque le contavo o volevo contarle, un dì, per procacciar da vivere (pane, s’intende, o farina ed uova e qualche uccello che mi capitasse sotto al tiro) io m’era discostato alquanto, allorchè rivenendo, vedo — oh cosa mai vedo! Due di coloro, in giulecco verde, con certe bracacce larghe, legate ivi su d’una cintura rossa, beretto rosso al capo, gran barba: le picche aveano confitte in terra, ed un di loro batteva in malo modo la madre della mia Rita, mentre l’altro, fattosi contro di questa, voleva strapparle gli orecchini, torle il vezzo dal collo, e chi sa qual cosa di peggio.

Pazienza, a rivederci! Senza sapere quel che mi facessi, spiano il fucile, nè stando a dirgli guarda, traggo — l’ammazzo. Al tempo stesso, gridando a quanto me ne usciva dalla gola, mi diffilo verso quell’altro. Costui, come insieme udì il colpo, vide il camerata spacciato, e me in atto di volerlo sorbire, saltò su, e urlando Urah urah, Franciosi, Giacobini, traboccossi a rotta di collo giù per le pancate [p. 159 modifica]de’ vigneti. Io gli feci volar dietro alcuni ciottoli, che tristo lui se lo coglievano: poi parendomi averne buon partito dal vedergli le spalle, tornai a confortare quelle povere donne.

Ho fatto male, eh? Capisco anch’io: un uomo, sebben nemico, sebbene Russo, l’ammazzarlo è un caso grosso. E chi sa? forse colui (che Dio gli abbia perdonato!) aveva moglie e figliuoli e padre e madre, che stavano ad aspettarlo, e che forse pregavano per lui nel momento ch’io lo spacciava.

Ma d’altra parte che potevo io fare? solo contro due armati, non sarei bastato; e la violenza che facevano a quelle buone creature mi parea giustificarmi. Io ne ho sentito rimorso, sallo Iddio; e a Dio ne ho domandato perdono e glielo domando ogni dì; e temo sempre che, in punto di morte, m’abbia a tornare innanzi quel cadavere, quale io lo vidi dar i tratti e spirare. Quanto agli uomini, me n’han fatto far la penitenza la parte mia.

Per allora, trassi di colà le donne più morte che vive, e le condussi giù verso l’Adda traverso ai boschi. Nel fuggire, quale spavento di vedersi tutti i momenti addosso a coloro! ogni foglia che stormisse, ogni stridir d’uccello, ogni frascheggiare lucertola. Sono loro, sono i Russi! Quante volte un albero parve un uomo, che le faceva gelare ed invocar l’angelo custode! Ma quel ch’era vero, udivasi un continuo fucilare, un cannonamento, come il tuono d’agosto. Gesù, Maria, abbiate compassione di tante povere anime! diceva la Rita. — E de’ poveri loro parenti, soggiungeva la madre, perchè ben ci accorgevamo che si faceva battaglia. Di fatto abbiam saputo di poi che i Francesi, guidati da [p. 160 modifica]Serrurier, si ritiravano dinanzi agli Austro-Russi, finchè, ributtati in questa campagna appunto, fecero testa, combatterono come leoni; e sebbene assai minori di numero, la fecero pagar cara ai nemici, ed ammazzatone un buon dato, si gettarono nel palazzo che vede là, dell’illustrissima casa, e si difesero tanto da ottener un’onorevole capitolazione, che, invece del castellano, fu firmata dal fattore, mio compare, e se n’andarono.

Io frattanto avea portate di là dall’Adda le donne, ove nessun male ebbero, altro che la paura. Dopo che il paese fu smorbato, e le cose ripresero assetto, le rimisi in casa loro: tornai io pure nella mia stamberga, che trovai spazzata senza scopa; ed era un non parlar altro che dei rubamenti, delle violenze, della battaglia, de’ morti, di mille casi stravaganti e atroci.

La Rita e sua madre (benedette donne!), per quanto avess’io raccomandato di tacere, nol seppero; e per gratitudine cominciarono a dire: Se non ci fosse stato quel figliuolo! e L’abbiamo scampata bella! poi contarono il fatto ad una amica, questa ad una parente, la parente a suo marito, e questi al suo vicino; e in pochi dì lo seppero il console e il comune; e dicevasi ch’io aveva accoppato un Russo; poi le male lingue (ve n’ha per tutto) aggiunsero due, e quattro, e che gli assalivo di tradimento, e che li svaligiavo.

Gente che vuol male non ne manca a nessuno; ed io, nei tre anni percorsi, col fare il bizzarro, m’era fatto togliere in tasca da parecchi; e questi non tardarono a soffiar la cosa all’orecchio delle nuove autorità costituite.

[p. 161 modifica]Sonavano certe campane, che non pareva un tempo da far credenza. Fior di galantuomini, signori de’ primi, e preti e autorità si udiva che erano stati messi alle strette, e cacciati sa Dio fin dove e fin quando: onde gli amici mi dicevano. Quest’aria non fa per te Carlandrea; i nemici mi guardavano con certe ciere, che volevano dire, Non isperare di levartela liscia. Il fatto fu che, volendo essere uccello di bosco non di gabbia, salutai la mia Rita e sua madre, che tanto più stavano in affanno, quanto si conosevano causa del mio male: e imbracciato il mio fucile, mi immacchiai.

Ma di scostarmi non mi dava l’animo. Stavo un giorno senza vedere il piccolo campanile del piccolo mio villaggio? parevo un pesce fuori dell’acqua; mi crepava il cuore, e bisognava tornassi. Spesso anche la sera volevo arrivare sino a casa della Rita. Il resto me lo facevo pei campi e pei boschi, e dormivo alla stella: al tempo dei lavori di campagna, m’esibivo a qualche contadino per ajutarlo di costa: ammazzavo qualche uccello, e tanto tirava innanzi.

Però quel vivere su per su, non dormir mai nel proprio letto, non trovarsi fra’ suoi amici, non saper mai quel che si farebbe domani, e stare continuo col batticuore di esser côlto, e passare fin le domeniche senza messa; quel fare insomma la vita del ladro e del bandito, non era pane pe’ miei denti. Cattive azioni, lo sa Dio, non ne ho mai commesse: ma intanto non potevo portar il mio cappello fuor degli occhi: m’accostava ad alcuno? Lo vedeva sbirciarmi con quell’aria adombrata, che fa tanto male a un galantuomo.

Per istracco, io risolveva di farne dentro o fuora, [p. 162 modifica]e di andar io stesso a consegnarmi alla giustizia. — Finalmente che possono farmi? Narrerò come è passata la cosa; le donne mi serviran di testimonio: male in vita mia non ne ho fatto mai, nè avrei dato un buffetto al mio peggior nemico: quella fu difesa necessaria, ed anche il signor curato, quando spiega il Bellarmino, dice che non si può ammazzare, dice, se non per difendere sè stesso. Poco su, poco giù, e stato il caso mio.

Parlavo male? Non ci pensi però; che se io mi aspettava acqua, le furono tempeste. Andai a Merate a consegnarmi: esposi il fatto al signor cancelliere; e questi mi disse: Voi siete reo d’omicidio proditorio; di più, siete conosciuto per giacobino; il quale ne ha dato prova con questo fatto istesso: e quando io voleva rispondergli le mie brave ragioni, egli mi fece chiuder in carbonja a contarle ai birri.

Dio lo scampi dalla prigione, signorino! I disagi le privazioni, le mortificazioni, i soprusi de’ carcerieri già son un anneso e connesso, come il ribrezzo alla terzana. Pazienza anche, quel che è peggio di tutto, la noja del non far niente. Ma quel che non sapevo recarmi in pace fa il lasciarmi mesi e mesi, come fecero, senza, non che dar esito ai fatti miei, ne tampoco interrogarmi. Tante belle ragioni io m’era disposte sulla lingua a mio discarico: se il signor giudice dirà così, io risponderò così: se mi apporrà questo, io gli replicherò cotesto: son a cavallo; un lavacapo, e mi rimanderà. E ogni giorno credevo fosse quello d’ottenere udienza, e ogni toccar del catenaccio era un palpitare di speranza che venissero a interrogarmi: ma ogni dì passava un dì, ed io a rosicchiare le unghie; e la speranza con [p. 163 modifica]cui m’era svegliato, mi rodeva ancori il cuore ne raddormentarmi.

Deh se allora mi pareva preziosa la libertà! deh come lo stridere dei sorci, mia unica compagnia, mi faceva ricordare quant’è delizioso il cantar del grillo e il pigolare dell’allodoletta all’aperta! Io pensava tra me e me: — Alla fine son io spazzatura di strada? non sono un uomo, un cristiano come loro? eppure non mi badano, più che alla terza gamba; e forse quei che mi dovrebbero giudicare se la passano in pace colla coscienza loro, senza un rimorso del male che cagionano, delle lagrime che scorrono per loro negligenza. Ecco bella maniera di mettermi in amore, se fosse vero che li odiavo! Fallerò, ma mi pare sia il modo di disamorare anche i loro benevoli. Che ne dice ella?»

Io sorrideva, e crollando il capo, ne davo una presa a Carlandrea, il quale mutando tono, proseguiva:

— Così passa un mese, passano due, passa l’intero inverno; quando tutt’in un subito si vede una strana mutazione; e i carcerieri, capisce lei? i carcerieri divenire mansueti come uomini. Che è! che fu? Ella sa bene che cos’era. Quegli altri avevano dovuto far fagotto un’altra volta: i Francesi tornavano: e un bel dì ci aprono i chiavacci, e Andate in pace.

Ha veduto ella mai dei tordi scappar dalla ragna? Tal quale noi. Io saltava tant’alto: corsi senza voltarmi indietro giù pei sentieri, traverso ai campi: che siepi? che fossatelli? che frumento? Ah! riveder il suo paese è pur sempre gioconda cosa. Ma a chi esce da una prigione! a chi dal tanfo di [p. 164 modifica]quattro mura trovasi reso all’aria aperta, alla dolcezza di fare quel che vuole, d’andare dove vuole, all’onore di galantuomo, al parlar liberamente, al credere quel che v’è detto, all’essere creduto quel che si dice1.

Volai dalla Rita, Poverina, se era stata dolorosa tutto quel tempo! Ma ora i crucci erano finiti: i Francesi tornavano, ma più quieti, più docili, più religiosi: un ordine, un’armonia da non dire; e i partiti trovavano il loro conto a mettere a monte gli odj, dopo essersi ciascuno alla sua volta fatto il più male che potevano; tutti avevano sofferto e fatto soffrire abbastanza per accorgersi che si fa tristi avanzi dal far male: beati quelli ch’erano divenuti savj dei danni altrui!

La somma fu, che tra breve si fecero le nostre nozze, e io rizzai casa, badai ai fatti miei, e contento come un frate, tornai camparo dell’illustrissima casa, e ci sto da trentadue anni, e va pei trentatrè; e la conto, e mi è dolce il rammentare quante cose ho visto cambiarsi intorno a me.

Vede là una vecchierella crogiolata sulla soglia di quell’uscio, con un bambino sulle ginocchia, e un altro che le fa chiasso ai piedi? È la vivace, la leggiadra Rita, coi figliuoli del nostro figliuolo. Ved’ella questa pianura di campagna, tutta piantata a gelsi, tutta ricca di grano turco? Io la vidi rasa come questa palma di mano, con terrapieni qua, e là fossati, con vestigia di fuochi, di spedali, di trabacche, e quel ch’è peggio, sparsa di sangue, di morti, di feriti, e gente ingorda che andava a frugarli per cavarne di tasca alcuni quattrini, e [p. 165 modifica]spogliarli di quei pochi cenci. Molti anni non passeranno, e nessuno più se ne ricorderà; più nessuno dirà un requiem ai morti della battaglia di Verderio. Ma noi, noi ogni sera, quando di brigata si recita il rosario, preghiamo pei poverini, morti in quella; e insieme pei carcerati, per chi milita lontano da casa sua, per chi fa soffrire tanto agli uni e agli altri».

Così mi raccontava l’ingenuo Brianzuolo, mentre io vagava per quelle campagne a far tesoro di sensazioni gioconde ed innocenti, cui potessi ripassare fra i disaggradevoli tumulti o le accidiose noncuranze della città. E ben m’avvenne di dover in breve, gemendo senza conforti e protestando senza fiducia, lento lento ricorrere su ciascun più minuto particolare di quelle memorie, di quei discorsi, di quella semplicità che m’avea procacciato la dolcezza così soave di scendere in un cuor buono, e ritrovarvi, per istinto di retto sentimento, quello a cui giunge a fatica la scienza meditabonda e presuntuosa.

1834


Note

  1. Vedi l’aggiunta dopo questa novella.