Novelle (Bandello, 1853, IV)/Parte IV/Novella IX

Novella IX - Romilda duchessa del Friuli s’innamora di Cancano re de’ Bavari, che il marito ucciso le avea. Si accorda seco di dargli la citta, se la piglia per moglie. Il fine di lei è degno della sua sfrenata lussuria
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[p. 299 modifica]giurare che certissimamente in letto con la sua donna avea trovato uno uomo, che, con quella abbracciato, dormiva. – Voi ve ingannate, – disse il frate, – e dubito che abbiate il male de le traveggole. Andate di sopra e mirate bene, chè vi sgannerete. Io me ne vado al monistero. State con Dio. – Andò di sopra il buono uomo e trovò la fante a lato de la moglie, la quale, veduto il marito, di lui gravemente si lamenta e li menaccia, come sia venuto il giorno, volersene andare a trovar il padre, la madre, i fratelli, e far loro intendere i belli diportamenti suoi; e che sono già alcuni giorni che ella si accorge che il troppo bere li fa parere una cosa per una altra, e che quella notte deve a qualche taverna [aver] troppo banchettato. E allora la fante anco ella saltò su, dicendo che ella è stata tutta notte con sua madonna, che è una donna da bene, e che mai in lei non conobbe uno tristo atto. E qui fanno uno gran romore. A la fine il povero fiandrese si credette avere stravisto e dimandò perdono a la moglie, di modo che si rapacificarono tutti insieme. Si trovò poi modo, senza dare veruno sospetto, che li dui amanti si </nowiki>trovavano insieme a godersi amorosamente. E così il saggio avedimento e subito consiglio de la fante salvò la vita a li dui amanti.


Il Bandello al gentilissimo e poeta latino


soave e dotto messer Paolo Pansa salute


So che vi soviene, Pansa mio soavissimo, che uscendo noi in Milano ne l’amenissimo giardino del signor Lucio Scipione Attellano a deportarsi con una onorata compagnia di alcuni dotti e gintili spiriti, che ci sopravenne il facondo dottore di leggi messere Ambrogio Zonca napoletano. Egli, essendo dimandato se nulla aveva di nuovo, ci rispose: – Signori miei, io vi reco, se ancora non l’avete intesa, una grande e strana novellaccia che forse non crederete, e pure è vera. Il magnifico messer Gian Francesco Ghiringhello, ricco gentiluomo di questa eccellente città, ha sposata per moglie Cattarina da San Celso. Non è egli una gran nova questa? Sì è, per giudicio mio, certamente. Tutti conoscete senza dubbio essa Caterina, essendo stata famosa cortegiana. La quale, ben che abbia molte [p. 300 modifica]buone parti, perchè ella è vertuosa in sonare e cantare, bella recitatrice con castigata prononzia di versi volgari, di grande e bella presenzia, e di bellezza tale da la maestra natura dotata che può fra le belle di questa città comparire, ha poi qualche tacarella che guasta il tutto. Ella, figliuola di una madre poco onesta e pudica, non ha tralignata punto da le vestigia e costumi materni, perchè non contenta di aver fatto copia del corpo suo spesso a uno, si è sottomessa libidinosamente a molti altri. E se la cosa fosse, non dirò segreta, ma non tanto publica, io non ne parlerei, perchè non mi piace dire male de le donne, essendo nato di donna e marito di donna; ma, canzonandosi di lei per le barberie, la cosa è troppo publica. Esso Ghiringhello, che era suo innamorato, sapeva chiaramente che uno altro in questo ultimo insieme con lui la godeva. Ma che! egli non si può porre leggi agli amanti. – Parve di strano udire questa nova a la brigata, e varie cose se ne dissero. Allora il gentilissimo messer Nicolò da la Croce pregò che ciascuno tacesse, e ci narrò une breve istorietta, volendone mostrar che le forze de l’amore inducono gli uomini e le donne a fare di molti strabocchevoli errori. Voi mi diceste, come la istoria fu fenita: – Bandello, questa non istarà male tra le novelle che tu scrivi. – Onde, avendola io scritta, ve la mando e dono, e voglio che sotto il nome vostro sia letta in testimonio de la nostra amicizia. Vi piacerà mostrarla al signor Ottobuono e al signor Sinibaldo Fieschi e fratelli, miei segnori, e tenermi ne la buona grazia loro. State sano.

NOVELLA VIII


Romilda, duchessa del Friuli, si innamora di Cancano


re de’ bavari che il marito ucciso le avea.


Si accorda seco di darli la città, se la piglia per moglie.


Il fine di lei, degno de la sua sfrenata lussuria.


Voi vi meravigliate, signori miei, di quello che ha fatto messer Gian Francesco in isposando per moglie Catarina da San Celso, con ciò sia che la meraviglia si soglia causare da cose insolite, e questa non è punto insolita. Chè chi volesse, non dico per Italia, ma discorrere solamente per questa nostra città, se ne troverebbero assai, e grandi e nobilissimi, a li quali troppo irregolato amore ha di maniera abbagliati gli occhi, che di mezzo il chiasso hanno preso le moglieri. Ma ora non vuo’ io discoprire gli altari, chè solamente il giovedì santo discoprire si sogliono. Mi occorre bene dirvi uno motto de la madre di esso messer Gian [p. 301 modifica]Francesco, la quale fu ne li tempi suoi generalmente tenuta la più bella e onesta donna di Milano. Dimandatene a la signora Giacoma Macedonia, madre di questi nostri signori Attellani, se, quando ella da Napoli venne con la duchessa Isabella di Ragona a Milano, fu veduta la più bella e aggraziata donna in luoco veruno di quella. Onde per tutto Milano si soleva andar da tutti cantando questo motto: – Tre belle cose sono in Milano: il domo e il castello e la mogliere del frate Ghiringhello. – Si dimandava il padre di messere Gian Francesco «frate», perciò che essendo fanciullino fu per voto vestito da frate. E veramente egli e la moglie erano benissimo insieme congiunti, perchè furono due bellissime persone. Mi soviene adesso una breve istorietta a provare che in effetto lo irregolato e lascivo amore benda quasi e accieca coloro cui si appiglia. Ma non vi parrà per ventura così meraviglioso come il fatto del Ghiringhello, tenendosi communemente che le donne, per essere di temperamento più delicato, amino assai più focosamente che gli uomini. Vi dico adunque che, non molto dopo la morte di Foca imperadore, avenne ciò che narrarvi intendo. Cancano, re de li bavari, con grosso esercito tumultuosamente intrò ne la provincia del Friuli, con troncata e corrotta voce così chiamata dal Foro di Giulio, città nobilissima, de la quale era duca Gesolfo longobardo. Sentendo esso Gesolfo la venuta de li bavari, congregò quanti longobardi puotè avere, e animosamente col suo esercito andò contra Cancano. Fecesi una crudele e mortale battaglia, ove da ciascuna de le parti morirono molti e fu fatta effusione di sangue grandissima. I longobardi ebbero il piggiore e il duca Gesolfo nel sanguinoso fatto d’arme fu morto. Il bavaro, avuta la vittoria, ancor che gente molta nel conflitto perduta avesse, cominciò, per la provincia del Friuli discorrendo, roinare e abbrusciare tutti que’ luoghi, che pigliare poteva, barbaricamente, in ogni età e in ogni sesso usando la sua ferina crudeltà. Romilda, moglie che fu di Gesolfo, si ritirò con Rodoaldo e Germoaldo, suoi e di Gesolfo figliuoli, dentro la città del Foro de Giulio, la quale era inespugnabile, e quivi aspettava il soccorso de li longobardi, che per tutta Italia faceano de le genti sue uno grossissimo esercito. Cancano con la più parte de li suoi andò ad assediare quella città, con molto maggiore sforzo che speranza di poterla acquistare, sapendo come era di sito e da l’arte meravigliosamente fortificata, da numero conveniente di fortissimi commilitoni diligentissimamente guardata, e abondevolmente di vittovaglia fornita e proveduta, [p. 302 modifica]di modo che il bavaro si trovava in gran fastidio e desperato di potere il luoco espugnare. E tanto più de la espugnazione dubitava quanto che intendeva, per diversi avisi, tutti del sangue longobardico essere in arme per venire ad assalirlo. Onde era per tornarsene indietro a li paesi suoi. Ora, ciò che nessuna forza poteva fare, il disordinato e libidinoso appetito de la scelerata crudel nova Scilla figliuola di Niso, dico Romilda, aperse le porte de la città inespugnabile al crudelissimo nemico. Cavalcava uno giorno Cancano attorno a le mura de la città e fu da Romilda visto. La quale, veggendolo giovane bellissimo nel fiore de la età, con capelli crespi e barba rosseggiante, sì fieramente in uno subito di quello si innamorò, che una ora le parea mille e mille anni che ne le braccia sue amorosamente ritrovare si potesse. Onde, scordatasi che il barbaro gli aveva il suo marito anciso, e gettato doppo le spalle l’amore che a li figliuoli era da la natura spinta a portare, mandò uno suo fidato cameriero a Cancano, promettendoli dar quella fortissima città ne le sue mani, mentre egli le desse la fede di sposarla per moglie. Il barbaro, che altro al mondo allora non desiderava che impatronirsi di quello luoco, largamente con fortissimi giuramenti le promise e giurò prenderla per moglie. Non diede troppo indugio a la cosa la malvagia femina, ma la seguente notte introdusse il nemico dentro. Li figliuoli di Gesolfo, sentendo il nemico aver occupata la città, ebbero modo, fuggendo, di salvarsi. Cancano, impatronitosi de la città, acciò che in tutto non mancasse de la data fede, tenne per una notte seco in letto, come sua moglie, Romilda; la quale non si poteva saziare degli abbracciamenti del re e si istimava beatissima di cotale marito. Ma egli, conosciuta la insaziabile libidine di quella, levatosi la mattina, chiamò a sè dodici robustissimi de li suoi soldati e commandò che tutto quello dì e la vegnente notte prendessero carnalmente piacer di lei, non la permettendo mai riposare. Dapoi vituperosamente, al modo turchesco, la fece impalare e miseramente morire, acciò fosse in esempio che non debbiano le donne preponere la libidine a la ragione nè uno piacer carnale a l’utile e a l’onesto. A la fine saccheggiò il luoco, e andò a ruba tutta la ricchezza, che già gli eruli, li goti e ultimamente li longobardi de le spoglie e saccheggiamenti de l’Italia per più di cento cinquanta anni colà dentro aveano, come in luoco sicurissimo, accumulate. Cacciò poi fora tutto il popolo, e la città arse e di modo roinò e distrusse, che non si sa chiaramente ove tanta città fosse edificata, scrivendo gli scrittori molto variamente. [p. 303 modifica]A così miserando fine condusse sì nobile e famosa città l’appetito disonestissimo di Romilda; nè ella passò senza gastigo, come udito avete.


Il Bandello al magnifico ed eccellente dottore


di leggi pontificie e cesaree


messer Lodovico Dante Aligieri salute


Era il clarissimo signore Giovanni Delfino, podestà di questa inclita città, avendo in compagnia lo splendidissimo e valoroso signor Cesare Fregoso, generale de li cavalli de l’illustrissima Signoria di Venezia capitano, con molti altri gentiluomini, ito a diportarsi a le amene, chiarissime, fresche e piscose fontane del celebrato nel Filocolo da messer Giovanni Boccaccio, piacevole e facondo scrittore, il castello di Montorio. Quivi facendosi pescare e prendendosi molte trutelle, temoli, gambari e quei delicati pesciolini dal capo grosso, che in diversi luoghi hanno sortiti diversi nomi e voi veronesi chiamate «mangieroni», voi sovraveniste, che eravate fora de la città al vostro podere colà vicino. In quello, essendosi preso già del pesce assai e facendo gran caldo, il signore podestà con la compagnia si retirò al giardino del palazzo, ove in diversi luoghi a le fresche ombre degli arbori e pergolati si assisero sopra la minuta e verde erbetta. E ragionandosi, ove era il signore podestà, di varie cose, fu chi mise in campo le molte moglieri del re de la Inghilterra, parte repudiate e parte ancise, essendo venuta la nova che poco avanti avea repudiata la sorella del duca di Clèves. Parve a tutti molto di strano che Enrico, ottavo di questo nome re inglese, che era stato sì grande e continovo difensore de la Chiesa, e che così catolicamente contra la perfidissima eresia di Lutero avea uno dottissimo libro composto, si fosse, perchè papa Clemente non aveva voluto consentire nè approvare lo illecitissimo repudio de la reina Catarina di Ragona sua legittima moglie, sì sceleratamente cambiato e scopertosi così acerrimo nemico de la catolica e romana Chiesa; di cui, oltra che era cristiano, era ancora giurato tributario per obligazioni autentiche de li precedenti regi. Si disse anco di alcuni uomini per dottrina e santità di vita riguardevoli e