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di modo che il bavaro si trovava in gran fastidio e desperato di potere il luoco espugnare. E tanto più de la espugnazione dubitava quanto che intendeva, per diversi avisi, tutti del sangue longobardico essere in arme per venire ad assalirlo. Onde era per tornarsene indietro a li paesi suoi. Ora, ciò che nessuna forza poteva fare, il disordinato e libidinoso appetito de la scelerata crudel nova Scilla figliuola di Niso, dico Romilda, aperse le porte de la città inespugnabile al crudelissimo nemico. Cavalcava uno giorno Cancano attorno a le mura de la città e fu da Romilda visto. La quale, veggendolo giovane bellissimo nel fiore de la età, con capelli crespi e barba rosseggiante, sì fieramente in uno subito di quello si innamorò, che una ora le parea mille e mille anni che ne le braccia sue amorosamente ritrovare si potesse. Onde, scordatasi che il barbaro gli aveva il suo marito anciso, e gettato doppo le spalle l’amore che a li figliuoli era da la natura spinta a portare, mandò uno suo fidato cameriero a Cancano, promettendoli dar quella fortissima città ne le sue mani, mentre egli le desse la fede di sposarla per moglie. Il barbaro, che altro al mondo allora non desiderava che impatronirsi di quello luoco, largamente con fortissimi giuramenti le promise e giurò prenderla per moglie. Non diede troppo indugio a la cosa la malvagia femina, ma la seguente notte introdusse il nemico dentro. Li figliuoli di Gesolfo, sentendo il nemico aver occupata la città, ebbero modo, fuggendo, di salvarsi. Cancano, impatronitosi de la città, acciò che in tutto non mancasse de la data fede, tenne per una notte seco in letto, come sua moglie, Romilda; la quale non si poteva saziare degli abbracciamenti del re e si istimava beatissima di cotale marito. Ma egli, conosciuta la insaziabile libidine di quella, levatosi la mattina, chiamò a sè dodici robustissimi de li suoi soldati e commandò che tutto quello dì e la vegnente notte prendessero carnalmente piacer di lei, non la permettendo mai riposare. Dapoi vituperosamente, al modo turchesco, la fece impalare e miseramente morire, acciò fosse in esempio che non debbiano le donne preponere la libidine a la ragione nè uno piacer carnale a l’utile e a l’onesto. A la fine saccheggiò il luoco, e andò a ruba tutta la ricchezza, che già gli eruli, li goti e ultimamente li longobardi de le spoglie e saccheggiamenti de l’Italia per più di cento cinquanta anni colà dentro aveano, come in luoco sicurissimo, accumulate. Cacciò poi fora tutto il popolo, e la città arse e di modo roinò e distrusse, che non si sa chiaramente ove tanta città fosse edificata, scrivendo gli scrittori molto variamente.