Novelle (Bandello, 1853, III)/Parte III/Novella XI

Novella XI - Due giovani vestiti di bianco sono con una burla da un altro giovine beffati
Parte III - Novella X Parte III - Novella XII

[p. 400 modifica]scolare nelle leggi e oggi dottore in Milano famosissimo, che sedeva suso uno scanno di rimpetto al pergamo, essendo fastidito dalle inutili e indiscrete ciance del frate e forse dubitando che non lo volesse metter sopra od almeno a paro della santa Trinità, levandosi in piedi, preso lo scanno con due mani e in alto levandolo, disse sì forte che fu da tutto il popolo udito: – Padre mio, di grazia, non v’affaticate più in cercar seggio a san Francesco. Eccovi il mio scanno: mettetelo qui su e potrà sedere, chè io me ne vo. – E partendosi, fu cagione che ciascuno si levò e il popolo di chiesa si partì. Onde fu mestieri che il feltrino, senza trovar luogo al suo santo, se ne dismontasse del pergamo e tutto confuso a San Giacomo se ne ritornasse. Onde si vuol ben considerare ciò che in pergamo l’uomo dice, a ciò che l’indiscrete predicazioni non facciano venir in deriso il verbo di Dio.


Il Bandello al molto illustre signore Gianlodovico Pallavicino marchese.


Andando io questo settembre prossimamente passato a Bargone, castello del signor Manfredo vostro fratello, per alcuni affari che m’occorrevano negoziare con la signora Ginevra Bentivoglia vostra cognata, capitai non so come a Cortemaggiore, passando di luogo, non sapendo ancora ove io mi fossi. E volendo ad uno paesano domandar il nome del luogo, voi in quello arrivaste venendo da la caccia, nè voleste che più innanzi io cavalcassi. E non bastandovi tenermi quel giorno vosco in rocca, mi vi teneste cinque dì continovi, facendomi quelle carezze che non ad un par mio, vostro antico domestico e servidore, ma che sarebbero state assai ad ogni gentiluomo gran signore. Nè io ora voglio raccontar le sorti dei piaceri, dei trastulli e dei giuochi che si fecero con soddisfazione e piacer di tutti. E perchè ne le case e corti dei signori ci sono sempre diversi ingegni d’uomini e tutti non ponno esser sagaci e avveduti, il vostro che altri Polito e altri chiamano Mosca, (che mi pare che si deverebbe chiamar più tosto «ragno», perchè ha le gambe sottili e lunghe e va sempre in punta di piedi), ci diede più volte materia di ridere perchè, non si volendo veder un minimo peluzzo [p. 401 modifica]su le vesti, e tuttavia essendogli a dosso gettato qualche cosa, entrava in tanta còlera, con sì estrema e fiera bravura, che chi conosciuto non l’avesse s’averebbe creduto d’essere ne le mani del furibondo Rodomonte. Nondimeno con tante sue minacce egli non saria stato oso di batter una mosca, anzi se ogni picciolo figliuoletto contra lui rivolto si fosse, sarebbe come un vil coniglio fuggito via. Era quivi messer Giacomo da San Secondo, il quale con sonare e cantare, essendo musico eccellentissimo, ci teneva spesso allegri. Egli, veggendo il contegno del Polito, narrò una novelletta a proposito di questi che tutto lo studio loro mettono in polirsi. Voi alora mi diceste che tal novella sarebbe buona da metter con l’altre mie. Il perchè, avendola io scritta, ho voluto che sia vostra e che vada a torno, se mai uscirà di casa, col nome vostro in fronte; il che sarà appo quelli che dopo noi verranno evidentissimo segno de la mia osservanza verso voi. State sano.

Dui giovini vestiti di bianco sono con una burla da un altro giovine beffati.


L’aver veduto questo vostro servidore che in parole così brusco ed acerbo si mostra e che non può patire di vedere sui suoi panni una minima festuca, m’ha fatto sovvenire una novella che non è ancora molto in una città di Lombardia avvenne. E poi che mi pregate ch’io ve la dica, io molto volentieri vi ubidirò. Erano dui giovini assai di buon sangue, i quali tenevano del simpliciotto anzi che no, perchè il prete dando loro il battesimo pose pochissimo sale in bocca a l’uno e a l’altro. E per essere, come si costuma dire a Milano, parrocchiani de la parrocchia di San Simpliciano, avevano contratto per la somiglianza de le nature una gran familiarità insieme, e sempre di brigata andavano e vestivano per l’ordinario d’una medesima foggia. Se poi si trovavano con altri giovini, dicevano le maggior pappolate del modo, e non potevano sofferire che altri che essi parlasse, e spesso senza rispetto veruno rompevano i ragionari degli altri. E trovandosi aver cattivi vicini, tutti i ragionamenti che facevano erano per la più parte in lodarsi e commendar tutte le cose proprie, di modo che fastidivano qualunque persona che gli ascoltasse, e mal volentieri erano ricevuti in compagnia. Ora [p. 402 modifica]avvenne che essendo di state, essi si vestirono di zendado bianco, cioè il giuppone e il robone; le calze erano di panno bianco e le scarpe e la berretta pur bianche, di velluto, con pennacchini bianchi ne le berrette. Con questo abito comparsero in publico, e come pavoni andavano facendo la ruota, e a passo a passo riguardandosi e contemplandosi da ogni banda, e tuttavia con la coda de l’occhiolino sotto vista mirando s’altri guardava loro, parendogli pure che ciascuno di questo loro abbigliamento devesse tener proposito. Quando poi erano in compagnia d’altri, fuor d’ogni proposito entravano sul pecoreccio di questo lor abito, di modo che ciascuno fuggiva la pratica loro più che si poteva, parendo a tutti aver sempre negli orecchi: – Mirate questo passamano come profilatamente sta su questo giubbone! vedete queste penne finissime come' 'ad ogni picciolo soffiare di poco vento si moveno e fanno un tremolare il più bello del mondo! che dite voi di questi puntali e di questa maestrevolmente fatta impresa? Certo che il tutto campeggia per eccellenza. E vi so dire che pochi, eccetto noi, averebbero sì bene accompagnato il tutto. – Con queste e altre simili ciancie erano a noia a tutti. Eravi un giovine molto galante, accorto e avveduto, al quale questi fecciosi modi di questi dui ganimedi meravigliosamente dispiacevano. Questi andava pur tuttavia imaginandosi come potesse lor far una berta e levar quella seccaggine de le orecchie di tutti. E cadutogli ne la mente ciò che far intendeva e al tutto messo buon ordine, aspettava l’occasione di poter mandar ad effetto ciò che imaginato s’aveva. Era, come di già v’ho detto, di state; onde avendo egli avvertito che quasi ogni sera questi pavoni bianchi passavano per la contrada ove egli aveva la sua casa, perciò che colà vicino erano due belle giovanette con le quali eglino facevano l’amore, si mise un giorno dopo cena a star in porta a prender del fresco. E non essendo guari dimorato, ecco che i dui innamorati pavoneggiandosi arrivarono, ai quali fattosi incontra e presogli ambidui per le mani, disse loro: – Voi sète miei prigioni, e quindi non partirete senza ber un tratto. – Accettato l’invito dai dui, entrarono in casa; ove volendo i servidori lavar i bicchieri, disse il galante giovine: – Io vo’ che noi andiamo giù nel rivolto a bere, perchè averemo più fresco. – E fatto accender un torchio, essendo l’ora tarda e la cava scura, scesero a basso. Mentre che i bicchieri si lavavano, si posero tutti tre i giovini a passeggiar per la cava, che era assai grande e spaziosa. Era quivi un gran vaso pieno d’acqua, che il giovine v’aveva fatto metter a posta. E perchè pareva di grandezza tale che [p. 403 modifica]un uomo nol potrebbe levare, egli ai convitati disse: – Io ho un mio uomo che si mette questo vaso su le spalle e lo porta di sopra. – Uno dei ganimedi, che si pensava esser molto gagliardo, nol potendo a pena movere: – Io non credo, – disse, – che un uomo possa portar tanto peso. – Che sì, che no, disputandosi tra loro, giocarono sei para di pernicioni. In questo bebbero, e venne uno che a questo effetto aveva il giovine fatto venire, e cominciò a mover il vaso e porselo in collo. Il giovine senza dir altro s’avviò su per le scale per montar in alto. Dopo lui andò il servidore che portava il torchio, e lui appresso quello ch’aveva il vaso in su le spalle. Seguivano i cavalieri bianchi ridendo. Le scale erano alte, e colui che portava il peso andava assai piano, fingendo esser molto gravato. Come egli fu quasi in cima de le scale, mostrò di intoppare in non so che e lasciò andare il vaso con tal modo che, percotendolo al muro, ciò che dentro il vaso era spruzzò di sorte che stranamente dipinse gli abiti dei dui giovini. Ma di tanto fu avveduto il portatore che ritenne sempre il vaso, chè se l’avesse lasciato andar in giù, faceva altro che imbrattar i panni. L’acqua che dentro v’era stata posta era stemperata con inchiostro e fango, di tal sorte che quelli, che erano prima bianchi come armellini, alora parevano pantere, così erano zaccherosi dagli schizzi de la percossa acqua e de le mesture che dentro v’erano. Mostrò il padrone de la casa di fieramente adirarsi con quello che il vaso portava e volerlo stranamente battere, ma egli adoperò le calcagna. E i dui giovini rimasero con il danno e le beffe, e fu necessario che d’altri vestimenti si provedessero, perchè quelli che indosso avevano erano tutti guasti.


Il Bandello al reverendo padre fra Girolamo Ticione de l’ordine predicatore


Il reverendo padre frate Eustachio Piatesio da Bologna, de le sacre lettere gran dottore e negli studi d’umanità molto eccellente, soleva, quando era il tempo de le ricreazioni, e talora dopo le lezioni che di teologia o filosofia aveva letto, ed anco cavalcando, aver sempre per le mani alcuna piacevol novelletta da intertenere allegramente la compagnia. Egli era bello