Memorie di Carlo Goldoni/Parte seconda/XXVI

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Carlo Goldoni - Memorie (1787)
Traduzione dal francese di Francesco Costero (1888)
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CAPITOLO XXVI.

Mio ritorno a Venezia. — Deliziosa villeggiatura. — Io vi recito in commedia. — Riesco male in una parte d’amoroso. — Mi ricatto nelle parti caricate. — Il Cavalier Giocondo, commedia in versi e di cinque atti. — Mio giudizio sopra questa composizione. — Idea di tre commedie consecutive.

Molto contento dell’incontro del mio Terenzio, me ne ritornai a Venezia, andando a passare il resto dell’estate a Bagnoli, luogo delizioso nel distretto di Padova, appartenente al conte Widiman, nobile veneziano e feudatario nei dominii imperiali. Questo ricco e generoso signore vi conduceva sempre in sua compagnia una numerosa e scelta brigata; vi si recitavano commedie nelle quali aveva parte egli pure; e benchè serio com’era, ciò nonostante non si poteva trovare arlecchino più svelto e più allegro di lui. Aveva studiato con somma attenzione il Sacchi, e lo imitava stupendamente. Io somministrava piccoli abbozzi, ma non aveva avuto mai l’ardire di recitarvi. Alcune signore della conversazione mi obbligarono a prendere una parte di amoroso; le contentai, ed esse ebbero di che divertirsi e ridere a mie spese. Ne rimasi corrucciato; e il giorno appresso sbozzai una commediola, intitolata: La Fiera, nella quale invece di farvi una parte per me, ne feci quattro, cioè di Ciarlatano, di Giocolatore, di Direttore di spettacoli e di Venditor di Storie. Nei tre primi personaggi contraffacevo i Giocolatori della piazza San Marco, e sotto la maschera del quarto spacciavo strofette critiche ed allegoriche che finivano in una lagnanza dell’autore riguardo all’essersi preso burla di lui. La celia fu trovata buona, ed eccomi vendicato alla mia usanza. [p. 218 modifica] Alla fine del mese di settembre lasciai la compagnia di Bagnoli, e me ne ritornai a casa per assistere all’apertura del teatro. Esponemmo per la prima volta il Cavalier Giocondo, commedia di cui mi sarei forse scordato affatto, se non l’avessi veduta stampata, mio malgrado, nell’edizione di Torino: nella sua prima recita non andò a terra: era in versi, non era dispiaciuta a nessuno, ma io solo ne ero il disgustato. Il fondo di essa può veramente dirsi cosa di nulla, consistendo in un balordo chiamato Giocondo, a cui era stato dato per buffoneria il titolo di cavaliere, da lui con pretensione sempre conservato, tenendosi inoltre in conto di gran viaggiatore per aver percorso la Lombardia per trenta leghe di circuito. In conseguenza pertanto dei considerabili viaggi da lui fatti, aveva preso una grandissima affezione ai forestieri, ricevendone in propria casa di ogni specie. La signora Possidaria, sua moglie, leggiera e folle quanto il marito, faceva goffamente gli onori di casa; onde tutti due pagavano a gran prezzo il piacere di essere adulati da questi, posti in mezzo da quelli, e disprezzati da tutti. La morale di questa commedia potrebbe essere di qualche utilità quando fosse meglio condotta, ed i differenti personaggi meglio connessi e più importanti.

Io son di sentimento, che l’individuo incaricato della correzione delle prove dell’edizione di Torino avesse preso a noia questa commedia al pari di me, poichè non può concepirsi la quantità degli errori da me trovativi. Lasciamo dunque là in abbandono questa povera disgraziata, di cui forse taluni mi chiameranno padre snaturato; ma io parlerei de’ miei figli, se ne avessi, nel modo stesso appunto che parlo delle produzioni del mio ingegno. Dopo questa commedia in versi n’esposi un’altra, la quale, malgrado lo svantaggio della prosa, piacque molto ed ebbe molto incontro. Vedrete, mio caro lettore, che nel darvi nel capitolo XXIII l’estratto di una commedia intitolata: La Villeggiatura, dico di averne tre altre sopra il soggetto medesimo, delle quali eccovi i titoli: Le smanie della Villeggiatura.Le avventure della Villeggiatura.Il ritorno dalla Villeggiatura. — In Italia, ma principalmente poi a Venezia, questa smania, queste avventure e questi dispiaceri somministrano certe ridicolezze propriamente degne del teatro comico. Non si avrà forse in Francia idea di un tal fanatismo, per cui si rende la campagna un affare di lusso, piuttosto che di sollievo e passatempo. Io per altro ho veduto, dappoichè sono a Parigi, parecchie persone le quali senza aver un pollice di terreno da coltivare, tengono ciò nonostante con somma spesa le loro ville, ove si rovinano al pari degli Italiani; onde la mia commedia, risvegliando un’idea della follìa dei miei compatriotti, fa intendere di passaggio che dovunque gli uomini si sconcertano nei loro interessi, quando nella loro mediocrità di fortuna voglion porsi a livello coll’opulenza. Nei capitoli che seguono vedrete l’analisi di queste tre commedie.