Memorie di Carlo Goldoni/Parte seconda/XVI

XVI

../XV ../XVII IncludiIntestazione 30 novembre 2019 75% Da definire

Carlo Goldoni - Memorie (1787)
Traduzione dal francese di Francesco Costero (1888)
XVI
Parte seconda - XV Parte seconda - XVII

[p. 188 modifica]

CAPITOLO XVI.

Avviso al Medebac della nostra separazione per l’anno seguente. — Mio impegno contratto col proprietario del teatro San Luca. — La Locandiera, commedia in tre atti senza maschere. — Suo magnifico successo. — Convulsioni della signora Medebac. — L’Amante militare, in tre atti. — Suo buon successo. — Le Donne curiose, commedia in tre atti, ed ultima del mio impegno col Medebac. — Allegoria di questa commedia. — Suo buon successo. — Tre nuove commedie date al Medebac nell’atto della separazione. — Loro titoli e loro argomenti.

Giunti alla novena del Natale del 1751, era tempo di ricordare al Medebac che eravamo vicini al termine del nostro impegno, e di avvertirlo che non contasse più sopra di me l’anno dopo. Gliene tenni io stesso proposito all’amichevole e senza formalità, ed egli rispose con molta garbatezza che n’era dolentissimo, ma che dall’altro canto io era padrone della mia volontà. Adoperò bensì tutti i mezzi possibili perchè restassi seco, mi fece parlare da parecchie persone, ma la mia risoluzione era già presa; onde in quei dieci giorni di riposo aprii trattato con sua eccellenza Vendramini, nobile veneziano, e proprietario del teatro San Luca. Siccome dovevo tuttavia lavorare per quello di Sant’Angelo fino al chiudersi dell’anno comico del 1752, adempii in modo al mio dovere, che diedi al direttore più composizioni di quello che vi fosse tempo per farle rappresentar tutte, anzi gliene rimasero alcune, delle quali si valse anche dopo la nostra separazione.

La signora Medebac era sempre malata, e le sue ipocondrie divenivano un giorno più dell’altro incomode e ridicole; piangeva e rideva nel tempo stesso, talora urlava, faceva mille smorfie e mille contorsioni. La buona gente di sua famiglia la credè perfino indemoniata; onde fecero venire alcuni esorcisti, che la caricarono di reliquie, con i quali devoti monumenti ella si baloccava e scherzava, come appunto farebbe un bambino di quattro anni. Vedendo la prima attrice nell’assoluta impotenza di esporsi sul teatro, feci per l’apertura del carnevale una commedia appoggiata tutta alla servetta. La signora Medebac cominciò ad alzarsi la mattina di Natale, manifestando un sufficiente stato di salute, ma quando però seppe che si era pubblicata per il giorno dopo, nell’affisso, La Locandiera, commedia nuova, fatta espressamente per Corallina, andò subito a riporsi in letto con convulsioni di tal nuova invenzione, che facevano impazzire sua madre, il marito, i parenti, i domestici. Li ventisei dicembre aprimmo dunque lo spettacolo con La Locandiera. Questa parola viene da locanda, che in Italia significa quel che in francese si dice hôtel garni. Veramente nella lingua francese non vi è termine proprio per indicare l’uomo o la donna che tien locanda, di manierachè se si volesse tradur questa commedia in francese, bisognerebbe desumere il titolo dal carattere, e questo senza dubbio sarebbe La Femme adroite. Mirandolina dunque tien locanda in Firenze, e mediante il suo ingegno e le sue buone grazie vince, anche senza volerlo, il cuore di tutte le persone che alloggia in sua casa. Di tre forestieri che albergano nella locanda, due amano la bella locandiera, ed il terzo, che è il cavaliere di Ripafratta, non suscettibile di affetto per le donne, tratta [p. 189 modifica]dolina sgarbatamente, e deride la debolezza de’ suoi compagni. Contro quest’uomo rozzo e selvaggio appunto essa dirige tutte le sue batterie; in cuore non lo ama, ma è soltanto punta, e vuole assolutamente per amor proprio e per onore del suo sesso vederlo sommesso, punito ed umiliato. Incomincia ad adularlo in bella maniera, fingendo di approvar pienamente il costume di lui e il suo disprezzo per le donne: affetta ella pure il disprezzo per gli uomini, e detesta i due forestieri che la importunano. Nel solo appartamento del cavaliere figura di entrare con tutto il piacere, essendo sicura di non essere annoiata da ridicole sciocchezze. Con quest’artifizio acquista subito la stima del cavaliere che l’ammira, la crede degna della sua confidenza e la riguarda come una donna di buon senso, dando tutti i segni di vederla con piacere. Profitta l’accorta Locandiera di momenti così favorevoli, e raddoppia le attenzioni a riguardo di lui. Intanto l’uomo duro incomincia a concepire qualche sentimento di riconoscenza; diviene amico di una donna che trova singolare, e che assolutamente gli sembra rispettabile. S’annoia se non la vede, va a cercarla egli stesso; alle corte, se ne innamora. Ecco Mirandolina al colmo del contento: ma la sua vendetta non è ancora completa; si propone di vederlo ai suoi piedi, ed essendovi giunta, allora lo tormenta, lo pone in desolazione, lo rende disperato, e, per meglio terminar la scena, sposa sotto gli occhi di lui un uomo del suo stesso ceto, cui ella aveva dato parola da molto tempo. Il successo di questa commedia fu sì strepitoso, che fu messa a comparazione, e quasi al disopra di quel che avevo fatto in questo genere, in cui coll’artifizio supplisco alla mancanza di un vero interesse.

Si stenterà forse a prestar fede, senza leggerla, che l’idee, la condotta, ed il trionfo di Mirandolina, siano verisimili, relativamente al corto spazio di 24 ore. Mi adularono forse in Italia, ma pure mi si fece credere che io non avessi mai fatto nulla di più naturale e di meglio condotto, e dicevano esser l’azione completa e sostenuta perfettamente. In conseguenza della gelosia fomentata nell’animo della signora Medebac dai significanti progressi di Corallina, quest’ultima rappresentazione avrebbe dovuto metterla sotterra assolutamente; ma siccome le sue fisime erano di una specie particolare, lasciò il letto due giorni dopo, e chiese di troncare il corso alle rappresentazioni della Locandiera, con rimettere in scena la Pamela. Il pubblico non aveva più per essa simpatia; ma siccome il direttore non credè di doversi opporre al desiderio di sua moglie, ricomparve dunque sul teatro la Pamela dopo la quarta rappresentazione di una commedia nuova e che aveva avuto incontro. Queste già sono le solite guerricciole, che seguono ovunque il dispotismo prendesi giuoco della ragione. Per me non avevo da dir nulla; si trattava di due mie figlie, ed ero tenero padre sì dell’una come dell’altra.

Fatte alcune recite della Pamela era giusto che toccasse a parlare anche a me, onde feci vedere al direttore, che avevamo ancora alcune nuove commedie da dare, e che non conveniva soddisfare i capricci a scapito del proprio vantaggio. Mi fu dato orecchio, e per questo andò in scena per la prima volta l’Amante militare, da me immaginato in seguito delle cognizioni acquistate nelle due guerre del 1732 e del 1740. Don Alonso, alfiere in un reggimento spagnuolo, nel tempo del quartier d’inverno della truppa, si trova albergato in casa di Pantalone negoziante veneziano, e diviene amante dell’unica figlia del suo buon ospite. [p. 190 modifica]

In don Alonso avevo espressivamente dipinto il carattere dei savi ed onorati uffiziali da me conosciuti, e nel don Garcias, luogotenente della medesima nazione, feci la copia di quelli che si fan lecita qualche giovanile scapataggine. Il nerbo principale della commedia consiste negli amori di don Alonso e Rosaura, nella prudenza dell’uno, nel timore dell’altra. Mentre si trovavano un giorno da solo a sola, il tamburo annunzia la partenza. Nell’atto stesso don Alonso lascia la sua bella, nè servono a fermarlo i pianti, le carezze, i prieghi, da lei allontanandosi bruscamente. Torna dopo avere adempito al suo dovere, ed il generale che fa molto caso di un giovane militare fornito d’onoratezza e di coraggio, non gli niega il permesso di ammogliarsi. Questa commedia ebbe tutto rincontro che poteva mai desiderarsi, e fu dal pubblico annoverata nella classe delle mie più felici composizioni. Eccovene però un’altra che si sublimò anche di più, e nella quale Rosaura e Corallina sostennero di concerto due parti quasi eguali, senza poter decidere quale delle due riscuotesse maggior applauso. Questa fu Le Donne curiose, commedia, che sotto un titolo molto nascosto e mascherato, altro in sostanza non figurava se non se una loggia di Liberi Muratori.

Essendo Pantalone, negoziante veneziano, alla testa di una brigata di persone del suo stesso ceto, prende a pigione una casetta, nella quale spesso adunasi questa compagnia per desinarvi, cenarvi e tener discorso sopra affari o novità del giorno. Ne sono escluse le donne; ed ecco quanto basta per renderle curiose, sospettose, impazienti. Le une pensano che vi si giuochi di grosso, altre che vi si facciano prove per la ricerca della pietra filosofale, e l’ultime sostengono finalmente che si ricusa di condurvi le proprie donne, perchè essi ve ne hanno altre forestiere. Riesce loro pertanto di guadagnare il servitore Pantalone, che volentieri si presta al desiderio della padroncina, e promette di introdurla con le sue amiche nel casino del padrone. Prende costui l’impegno di commettere un’imprudenza, nella speranza che da ciò sia forse per ridondar più bene che male, nè s’inganna. Infatti fa entrare nell’appartamento del gran segreto le donne curiose, e le nasconde in uno stanzino, da cui potevano vedere e sentir tutto comodamente. Vedono adunque, e sentono tutto, e nulla scorgono di male, onde alla metà della cena escon fuori e vanno di corsa ad abbracciare i loro padri, i loro fratelli, i loro mariti. Il servitore n’è sgridato, ma infin dei conti non dispiace ai padroni che sian disingannate su tal punto le loro donne, trovandosi così nel caso di godere più in pace gl’innocenti loro piaceri. Questa commedia fu estremamente applaudita. I forestieri ne riconobbero tosto il mistero, ed i Veneziani dicevano, che se il Goldoni avesse veramente indovinato il secreto dei Liberi Muratori, l’Italia avrebbe fatto male a proibirne l’adunanze. Con Le Donne curiose restò chiuso l’anno comico, e questa fu la composizione che compiè l’impegno contratto col Medebac. Siccome avevo tre altre commedie composte per sopra più affinchè non ne mancasse, regalai anco queste con tutto il buon animo al direttore Medebac nel momento istesso della nostra separazione. La prima era La Castalda, commedia di tre atti. La Castalda ora è la casiera di un’abitazione di campagna, ora la giardiniera, ora la moglie del giusdicente, e alcune altre volte la donna di basso servizio. Corallina riunisce in sè tutti gli ufficii che riguardano gl’interessi di Pantalone, e termina col diventar padrona di casa sposando il medesimo. La seconda ha per titolo ' [p. 191 modifica] Il Contrattempo, o il Ciarlone imprudente, commedia in tre atti. È una dolce ed utilissima scuola diretta ad evitare i pericoli dell’imprudenza e delle ciarle, poichè Ottavio, uomo di un certo merito, e che non mancava d’ingegno, perde la sua fortuna per motivo di alcuni inconsiderati discorsi ed escite inopportune. La terza poi è La Donna vendicativa, commedia in tre atti, che non è che un leggiero tratto di vendetta dell’autore stesso. Corallina irritatissima di vedermi partire, vedendo l’inutilità delle sue premure per ritenermi, mi giurò un odio eterno. A tale oggetto appunto usai la galante attenzione di destinar per lei la parte della Donna vendicativa; essa non volle rappresentarla, ma io ebbi molto caro di corrispondere con una dolce e decente celia alla vivezza della sua collera.