Memorie di Carlo Goldoni/Parte prima/XLII

XLII

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Carlo Goldoni - Memorie (1787)
Traduzione dal francese di Francesco Costero (1888)
XLII
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CAPITOLO XLII.

Mutazione del mio stato. — Oronte re degli Sciti, Opera.

Avevo appagato il gusto strambo dei miei compatrioti, dai quali ricevevo, ridendo, le congratulazioni, e morivo di voglia di condurre una volta con sollecitudine al suo termine la bramata riforma. Ma un avvenimento accadutomi appunto in quest’anno, mi fece interrompere per qualche mese il corso de’ miei lavori favoriti. Era morto di poco il conte Tuo console di Genova in Venezia. I parenti di mia moglie, che avevano credito e protezioni, domandarono l’impiego per me, e l’ottennero di botto. Eccomi in seno della patria incaricato dei segreti di una Repubblica straniera. Avevo però bisogno di tempo per conoscere bene un impiego, del quale non avevo ancora la minima idea. I Genovesi non tenevano in Venezia altro ministro, che il console; avevo adunque mille commissioni: spedivo ogni otto giorni i miei dispacci, mi davo briga delle novità, o ardivo far da politico: imparata quest’arte a Milano, non me n’ero scordato. Si gradivano in Genova le mie relazioni, le mie riflessioni, le mie congetture; nè me la passavo male nel corpo diplomatico di Venezia.

Il nuovo stato e le mie nuove incombenze non m’impedirono di riprendere le mie occupazioni teatrali; anzi nel carnevale, di quell’istesso anno diedi un’opera al teatro di San Giovanni Crisostomo, e una commedia di carattere a quello di San Samuele. La mia opera, intitolata Oronte re degli Sciti, ebbe un successo stupendo. La musica del Buranello era divina, le decorazioni del Jolli magnifiche, e gli attori eccellenti; del libretto non se ne parlava punto, ma l’autore delle parole non goveda meno degli altri del buon esito di tal grazioso spettacolo. Al teatro comico all’opposto, ove facevo recitare nel tempo medesimo una nuova commedia intitolata La Bancarotta, tutti gli applausi, tutti i battimani e tutti i bravo, erano per me solo. Un fallito di mala fede è un delinquente, che abusando della fiducia del pubblico, disonora sè stesso, rovina la sua famiglia, ruba, tradisce i privati, ed offende generalmente il commercio. Iniziato per mezzo del mio nuovo impiego nella cognizione dei negozianti, non sentivo parlare che di fallimenti. Vedevo bene che tutti quelli che si ritiravano dal commercio, o fuggissero [p. 118 modifica] o si lasciassero arrestare, non dovevano la loro rovina che all’ambizione, alla dissolutezza, alla cattiva condotta, e partendo dall’emblema della commedia: ridendo castigat mores, fui di parere che anche il teatro potesse erigersi in liceo ad oggetto di prevenir gli abusi, ed impedirne le conseguenze. Non mi limito in questa rappresentazione ai soli mercanti che falliscono, ma fo conoscere nel tempo istesso anche quelli che contribuiscono di più ai loro disordini, e mi stendo fino ai legali, i quali col gettar talvolta della polvere negli occhi ai poveri creditori, danno agio ai falliti fraudolenti di rendere i fallimenti più lucrosi ed impuniti.

Non so se questa mia composizione abbia prodotto qualche conversione; so bensì che è stata applaudita universalmente, ed i negozianti istessi, che avrei appunto dovuto temere, furono i primi a dimostrare la loro contentezza, alcuni con tutto il sentimento, gli altri per politica. Fu pertanto recitato il Fallimento senza interruzione per tutto il resto del carnevale, e con esso si chiuse l’anno comico 1740. Vi erano in questa commedia molte più scene scritte, che nelle due precedenti; mi avvicinavo adunque adagio adagio alla libertà di scrivere addirittura per intiero le mie composizioni, nè tardai molto ad arrivarvi, malgrado le maschere che m’infastidivano.