Meditazioni sull'Italia/Prefazione

Carlo Sforza

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Meditazioni sull'Italia I Parte. Della Tragica grandezza d'Italia
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Prefazione


Vorrei che questo libro in cui Leo Ferrero, nella sua passione ardente per un’Italia alta e pura, nota i mali che più gli sembravano tormentare la nostra patria fosse meditato nel nostro paese da molti giovani di cui alcuni almeno avran letto e compreso Angelica. Abituati a una vuota fraseologia pseudo-romana che danneggia l’Italia invece di servirla, capiranno essi che certe amare osservazioni di Leo gli eran dettate precisamente dall’intensità del suo amore pel popolo italiano? dal suo terrore che esso non riesca a liberarsi dalla tirannia dei gaglioffi della retorica? dal suo desiderio di servirlo nei giorni oscuri?

Nei libri di Leo Ferrero noi fummo finora di fronte all’artista. In Angelica, in Espoirs, in Désespoirs, in Leonardo, nella Chioma di Berenice, noi indoviniamo le sue emozioni, la sua immaginazione creatrice. Con soltanto quei libri noi avremmo dovuto limitarci a cercar in lui l’artista.

Anche in queste pagine — che una madre mirabile ha piamente raccolto fra le carte lasciate da Leo — noi sentiamo quanto Leo fosse artista fedele al [p. ii modifica]motto goetiano, Es muss von Herzen gehen was auf Herzen wirken soll; deve venir dal cuore cio’ che vuol commuovere i cuori. Ma questa volta noi vediamo, in modo assai più diretto e preciso di prima, anche il critico e il lottatore; il critico, sempre acuto, sempre sincero anche sé qualche volta crudele; il lottatore, che ama e spera e opera e soffre per l’onore e l’avvenire della sua patria. </noinclude> Chi leggendo questo libro penserà al destino di colui che lo scrisse non potrà sfuggire a una profonda emozione. Quante volte ci troviamo davanti a idee da cui, se il fato non ce l’avesse tolto trentenne, Leo avrebbe potuto trarre un giorno dei libri organici e completi! Per esempio: Ruggero Bonghi scrisse sessant’anni fa un libro sul perchè la letteratura italiana non sia popolare; ma la breve pagina ove Leo Ferrero spiega perchè i Promessi Sposi non sono popolari nel mondo intero come quel perfetto capolavoro meriterebbe val tutto quanto il libro del vecchio e una volta famoso scrittore.

Neppur la madre di Leo che tutto sapeva del figlio è riuscita a fissare con certezza, in quale anno egli scrisse le Meditazioni sullo stato della nostra civiltà. Ma sotto un «24 febbraio» noi leggiamo: «Il pubblico.... resta indifferente alle terribili sofferenze degli esiliati d’oggi di cui la letteratura non ha ancora parlato. E ben sanno cio’ i dittatori che cominciano sempre coll'eliminare dai rispettivi paesi gli scrittori che potrebbero dare su loro un giudizio spassionato, e coll’obbligare gli [p. iii modifica] scrittori prezzolati a cantarne le gesta ». E leggiamo sotto un « 25 febbraio »: « Se la condizione generale di una letteratura è la libertà, la qualità più necessaria a uno scrittore è quella più esecrata da ogni regime di tirannia: il coraggio ». E allora noi sappiamo la sola data che conta: Leo scrisse quelle pagine sotto un regime di servaggio e di terrore di cui sentiva l’onta.

Così sappiamo che Leo osservava i danni della folle artificialità centralizzatrice del Fascismo — accentramento che pei dittatori è spionaggio e polizia, ma pei popoli è anemia mentale — quando accenna alla ricchezza intellettuale e all’indipendenza spirituale che era garantita all’Italia dai suoi centri provinciali. Questi, uniti nella comune cultura, difendevano il pensiero nazionale, colle loro tradizioni diverse, dalla schiavitù livellatrice di una consegna ufficiale.

Leo cercava la luce, aveva orrore del press’a poco, della menzogna. Era nato così. Ma in questo libro, il ribrezzo di Leo per i mantenuti della nostra letteratura, abilissimi a fare i mistici oggi e i pagani domani, gli anarchici ieri e i totalitari oggi, non gli impedisce di farci sentire soffusa, appena accennata — chè il vero amore di patria è pudico e silente — la sua commossa comprensione delle qualità segrete del nostro popolo, di quel popolo dalla civiltà finissima, come il suo « contadino toscano che motteggia quelli che parlan fuori regola ».

Gli è che se Leo vide adolescente le viltà e i [p. iv modifica] tradimenti, di quanti tennero per regola di vita il guicciardinesco « interesse proprio, il tuo particulare », egli assistè anche alla resistenza di tutti coloro che — infinitamente più numerosi che nella Germania nazista e anche nella Francia del secondo Impero — subirono impavidi persecuzioni e galera pur di non smentire la loro fede nella libertà.

Infatti, malgrado l’amarezza per le menzogne e le viltà di cui fu testimonio mentre scriveva le pagine che or compongono questo libro, Leo Ferrero ci appare ottimista perchè persuaso (cito sua madre) che « il Bene esiste e si può, si deve conquistarlo ».

Scomparso Leo, a trent’anni, i critici più acuti, in Francia come agli Stati Uniti, han deplorato amaramente la perdita gravissima che, a giudicare dalle radiose promesse ch’eran già i suoi scritti, la letteratura italiana, europea, aveva sofferto colla morte del giovane poeta.

Certo. Ma io che credo profondamente al mazziniano « Pensiero e Azione » non ho mai cessato di pensare che la scomparsa di Leo fu anche una dura perdita per la vita civile italiana. Figlio di suo padre, legato a lui da tenerezza e ammirazione profonde, non aveva mai voluto godere di una carriera di « fils à papa». Aveva voluto, volle sempre esser se stesso: non per orgoglio, ma d’istinto, per servire la generazione che succederà alla nostra, quella cui la sorte imporrà il compito titanico di ricostituire l’Italia nella libertà e nei suoi doveri nazionali e [p. v modifica] internazionali, — doveri che son anche i suoi vitali interessi. E’ profondamente doloroso, per chi conobbe Leo e ama l’Italia, di pensare che il giorno in cui la lotta diverrà risolutiva, Leo non sarà più là: Leo che possedeva come il più semplice dei doveri il tratto che è forse il più raro — il carattere morale; Leo che sapeva che ogni generazione ha il suo dovere da compiere, e che alla sua egli doveva appartenere interamente, appunto perchè in essa doveva lottare e soffrire; Leo che non obliava mai che il pensiero e l’arte in Italia debbon trarre l’ispirazione dal succo profondo della nostra storia e del nostro popolo, e rendere umano, universale, il loro ideale. Ma ci è di conforto pensare che resterà il suo messaggio, il suo esempio.

Carlo Sforza.