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Pagina:Ferrero - Meditazioni sull'Italia, 1939.djvu/17

IV


dimenti, di quanti tennero per regola di vita il guicciardinesco « interesse proprio, il tuo particulare », egli assistè anche alla resistenza di tutti coloro che — infinitamente più numerosi che nella Germania nazista e anche nella Francia del secondo Impero — subirono impavidi persecuzioni e galera pur di non smentire la loro fede nella libertà.

Infatti, malgrado l’amarezza per le menzogne e le viltà di cui fu testimonio mentre scriveva le pagine che or compongono questo libro, Leo Ferrero ci appare ottimista perchè persuaso (cito sua madre) che « il Bene esiste e si può, si deve conquistarlo ».

Scomparso Leo, a trent’anni, i critici più acuti, in Francia come agli Stati Uniti, han deplorato amaramente la perdita gravissima che, a giudicare dalle radiose promesse ch’eran già i suoi scritti, la letteratura italiana, europea, aveva sofferto colla morte del giovane poeta.

Certo. Ma io che credo profondamente al mazziniano « Pensiero e Azione » non ho mai cessato di pensare che la scomparsa di Leo fu anche una dura perdita per la vita civile italiana. Figlio di suo padre, legato a lui da tenerezza e ammirazione profonde, non aveva mai voluto godere di una carriera di « fils à papa». Aveva voluto, volle sempre esser se stesso: non per orgoglio, ma d’istinto, per servire la generazione che succederà alla nostra, quella cui la sorte imporrà il compito titanico di ricostituire l’Italia nella libertà e nei suoi doveri nazionali e in-