Lezioni sulla Divina Commedia/Primo Corso tenuto a Torino nel 1854/III. Metodo della critica antica e suo difetto

Primo Corso tenuto a Torino nel 1854 - III. Metodo della critica antica e suo difetto

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Lezione III

METODO DELLA CRITICA ANTICA E SUO DIFETTO


Dalla situazione su esposta germoglia una poesia nuova affatto, di cui non ci ha esempio presso antichi né moderni, e per la sua spiccata individualitá non imitabile e non imitata mai. Il dramma di questa vita rappresentato nell’altro mondo, senza scapitare di realtá e guadagnando di altezza, è tanto singolare concezione che, non potuta intendere dalla piú parte degl’interpreti, è stata chiamata una mescolanza, e qualificata di strana e di barbara; né si è saputo altrimenti difendere l’unitá della poesia che facendo dell’un mondo il principale, ed accessorio dell’altro. Cosi Schlegel, ponendo a fondamento l’altra vita, s’indegna del ghibellinismo del poeta, ed Edgardo Quinet rimane choqué, vedendo che le passioni terrene del cantore si serbano vive fino in paradiso. Altri, per contrario, stimano la visione dantesca un mezzo, un’occasione e quasi un’arma, di cui siesi valuto il poeta per conculcare i suoi avversarii, rinchiudendo cosí l’immensitá ed il poetico dell’ardita concezione nell’angustia e nella prosa di uno scopo politico. Se i primi biasimano quello che nella Commedia essi chiamano mescolamento di sacro e di profano, agli altri è grave impaccio la serietá con cui il poeta rappresenta l’altro mondo, e ad ogni pie’ sospinto li vedi intrigarsi in sempre nuovi dubbii e difficoltá, e contraddirsi e guerreggiarsi l’un l’altro. Cosi le due scuole non sanno in altro modo intendere l’unitá della poesia dantesca che sacrificando l’un mondo in servigio dell’altro. [p. 17 modifica]

A primo sguardo la poesia dantesca potrebbe definirsi un mondo fantastico, nel quale due mondi distinti, anzi opposti, quanto opposto è il finito all’infinito e il temporaneo all’eterno, si uniscano nello spirito dell’uomo, che contempla l’uno, piena la fantasia ed il cuore dell’altro. Simile a quel viaggiatore che osserva remote contrade con la memoria ancor fresca della sua patria, sicché tutto in che si abbatte di peregrino vede a traverso del suo paese, come nel Viaggio di Anacarsi, in cui i personaggi non sono né greci né francesi, ma un cotal misto di entrambi, di due popoli e di due tempi. Il medesimo accade in certe moderne imitazioni di tragedie antiche, dove i costumi di un’etá sono accompagnati coi pensieri di un’altra, e mostrano che l’erudito poeta appartiene a due tempi, vive nell’uno e studia nell’altro. Il quale anacronismo dell’arte è tollerabile, quando il poeta sa dal passato e dal presente, insieme contemperati, cavare una concezione armonica, la quale, poniamo che contraddica alla storia, è certamente poesia; ed è assolutamente degno di biasimo, quando i diversi elementi posti crudamente insieme ripugnino e menino all’assurdo; nel qual caso non si fallisce solo alla storia, ma anche alla poesia, massime se la ripugnanza cada meno negli accessorii che nell’intimo stesso del concetto. Ma nella Divina Commedia il terreno non vi è introdotto e mescolato col divino per questa tendenza subbiettiva: il terreno è parte integrale del concetto, e però l’unitá vi è più profonda. Dante non è un viaggiatore che vaghi oziosamente per l’altro mondo e lo mescoli di sé e dei suoi tempi, ma è attore. Visita i mondi del soprannaturale, uomo terreno, ma per purificarsi della terra. Egli è cosí la sintesi vivente de’ due mondi, che hanno in lui la loro riflessione ed unitá; perocché da una parte egli ha ancora in sé del vecchio Adamo, dall’altra egli dee spogliarselo a poco a poco nel regno della Ragione e della Grazia, di Virgilio e di Beatrice. La sua successiva purificazione risulta dallo stesso spettacolo che ha innanzi. Traviato da immagini false di bene, vede nell’inferno il male, spoglio delle mendaci apparenze terrene, nella sua nuditá; passando nel regno del pentimento, purga anch’egli nel fuoco i suoi falli, e, pentito e confesso, sale di grado in grado a perfetta redenzione. [p. 18 modifica]

Nondimeno la Divina Commedia non è la storia intima di Dante, la rappresentazione del contrasto interiore del bene e del male, una specie di Vita nuova in piú larghe proporzioni; né l’interesse principale nasce da’ pericoli ch’egli corre e da’ mezzi coi quali li sormonta e giunge a salute. Questo elemento subbiettivo che nel Faust, fondato generalmente sullo stesso concetto, è svolto con quella pienezza che consentiva all’autore del Werther la progredita civiltá, non è accomodato né al genio dantesco né all’indole delle poesie primitive; e, se ne togli il suo incontro con Beatrice, capolavoro di sentimento e veritá drammatica, Dante non esprime quello che accade nel suo animo che simbolicamente ed estrinsecamente, come nella selva, ne’ sette peccati mortali incisi sulla sua fronte, nel riso di Beatrice, ecc. L’autore ci lascia ignorare lo stato del suo animo, l’interiore contendere, il cammino verso il bene, avviluppando nella oscuritá de’ simboli, delle immagini, de’ sogni tutt’i particolari personali. Lo scopo morale adunque, la successiva purificazione, rimane una concezione astratta; ma Dante l’avviva gittandovi entro tutto se stesso, le sue passioni, le sue credenze, le sue preoccupazioni; l’uomo terreno dá realtá, contorno, colore all’uomo morale o razionale; l’uno compie l’altro. Interprete in buona fede della giustizia, cantore della rettitudine, egli si pone in cielo per giudicare la terra, e da quell’altezza tuona e folgora con dignitá di sacerdote e con veemenza di profeta; ma sotto la dignitá del sacerdote fervono spesso le passioni dell’uomo di parte, e sotto la veemenza del profeta traspariscono le fallaci speranze del fuoruscita. Scontento di tutto e di tutti e bollente di collera per nuove ingiurie e per fallite speranze, egli è in acerba opposizione col suo tempo, ed il foco dell’ira rende terribilmente ingegnosa la sua fantasia: lo sa Bonifazio. Cosi il poeta non rimane prosaicamente rinchiuso nel concetto morale; l’orizzonte si allarga, la vita s’integra, e com’ella è nella sua unitá, coi suoi tumulti e con le sue contraddizioni, egli la porta seco nell’altro mondo. Sono le sue passioni per le quali gli vien fatto di vincere in parte quello indirizzo allegorico e dottrinale che era il vezzo de’ suoi tempi, dandoci una poesia, [p. 19 modifica]che fondata sul soprannaturale è non pertanto profondamente umana e terrena, cioè vera poesia, con la propria impronta dell’uomo e del tempo, senza la quale ella non ha la sua incarnazione perfetta.

L’umanitá parimente è nel mondo dantesco mutilata ed astratta, partita com’ella è in tre ordini artificiali, di cattivi, penitenti e buoni, ed è il terreno che fa di questi mezzi personaggi uomini vivi ed interi. Fonte inesausta di bellezze è questa onnipresenza de’ due mondi in reciprocanza di azione, che si temperano e si spiegano l’un l’altro; né mai il poeta ferma tanto il pensiero nell’uno che tosto non riporti lo ^guardo nell’altro. Alle parole di Dante Ciacco dimentica le sue pene e s’intrattiene di Firenze, e noi caduti seco nello stesso obblio assistiamo al crudele spettacolo delle discordie civili, quando il poeta ci sveglia d’un tratto e prende in mano la tromba del giudizio universale, ed all’eco fuggevole delle terrene passioni fa succedere il suono che in eterno rimbomba. Cosi lo spettacolo cominciato nell’angustia di Firenze, va a riuscire nell’immensitá, e la povera narrazione di Ciacco si trasmuta in bocca a Virgilio in una sublime rappresentazione. I due mondi si succedono, si avvicendano, s’incrociano, si penetrano. Tutto è pieno di questa unitá. Il poeta spezza la terra in frammenti e ne fabbrica i suoi mondi; talché il lettore, guardando il tutto, può ben dire: — Mi sta innanzi un mondo nuovo — ; ma, guardando qui e qua, non può fare a meno di soggiungere: — Questo è in Firenze, quest’altro è in Roma — . Nel petto de’ personaggi fervono due mondi: l’infinito è il loro presente, il terreno è il loro passato. Alla vista di Dante il terreno ricomparisce, il passato si risveglia, ma come passato, come rimembranza. La rimembranza è un sentimento duplice, è unitá risultante di un doppio elemento: è il presente ed il passato che si confondono; è il passato che si riaffaccia, ma in lontananza, fuori della scena, al cospetto dell’infinito, trasfigurato e colorato dalle impressioni presenti. Farinata, alla notizia della caduta del suo partito, rimane come immemore ed assorto; la sua anima è tutta in Firenze, quando, ad esprimere l’infinito del suo dolore, gli si affaccia di repente dinanzi il suo letto di foco: [p. 20 modifica]

                                    Ciò mi tormenta più che questo letto.                

In seno del passato ritorna il presente, come termine di paragone, e qual paragone! niente è pari alla grandezza di Farinata, a cui il poeta, senza sforzo, per virtú naturale della situazione, può mettere sotto i piedi l’inferno:

                                    Ed ei s’ergea col petto e con la fronte.
Come avesse l’inferno in gran dispitto.
               

Ed anche Francesca è immemore, e la sua mente rapita nell’immagine del passato spazia con ebbrezza nel diletto giardino, quando, giungendo al bacio, le lampeggia attraverso l’inferno, e quel bacio si fa immobile e si prolunga nella eternitá. Quanto strazio in quell’incidente che par li gettato quasi per caso!

                                    Questi, che mai da me non fia diviso.                

I due mondi s’incontrano nel momento della colpa, e si fondono l’uno nell’altro. Sogliono i poeti, quando ci vogliono rappresentare la bellezza e la forza in terra, tórre ad imprestito colori dalle cose celesti, dove ripongono la sede di ogni perfezione ideale: nella Divina Commedia la metafora è realtá, la figura è lettera; l’un mondo è il paragone, l’immagine, il lume dell’altro.

Onde dunque nasce questa vita interna, questa possente unitá diffusa in tanto ampia materia? Quale è il centro, da cui emanano i raggi? Forse un’azione particolare? Forse un protagonista? È unitá subbiettiva l’altro mondo mescolato col terreno, perché cantato da uomo terreno? È unitá meccanica, congiunzione anziché compenetrazione, unione anziché unitá, l’unitá dell’orologio anziché l’unitá degli esseri viventi? La vera unitá non è posta né in un protagonista né in una azione, che non la costituiscono, ma la suppongono e ne sono l’espressione, l’estrinseco; la vera unitá non è posta neppure in un fine che [p. 21 modifica]stia fuori della materia e nella mente solo dell’artefice; che cosí non usciamo ancora dall’orologio, ed avremo sempre concordanza delle parti col tutto, niente di organico e di spirituale. La vera unitá dev’essere al di dentro della materia stessa, limite e misura e musica interiore, tutta in ciascuna parte. Onde se in Dante, se ne’ personaggi, se nella natura i due mondi coesistono in perpetuo ritorno l’uno nell’altro, questa energica ed armoniosa unitá voi dovete cercarla meno nel pensiero del poeta che nella natura della cosa. I due mondi sono materialmente distinti; ma quanto al loro significato sono solo una cosa nell’unitá dell’anima, nell’unitá della coscienza. Cielo e terra sono termini correlativi, e l’uno non può stare senza l’altro; il puro reale ed il puro ideale sono due astrazioni: ogni reale porta seco il suo ideale, ogni uomo porta seco il suo inferno e il suo paradiso, ogni uomo rinchiude nel suo seno tutti gli dèi dell’Olimpo. Questo inferno interiore nessuno può scacciarlo da sé, ed il mondo dantesco è questa voce della coscienza, fatta materia. Vi è un velo in terra, che ricopre la bassezza e la malvagitá agli occhi del volgo, potenza, grandezza, fortuna, ricchezza: questo velo Dante lo ha lacerato, ed il suo mondo è lo stesso mondo terrestre liberato dall’apparenza, la stessa vita umana, ma con uno specchio innanzi, in cui si mira e si giudica.

Tale è il significato profondo del mondo dantesco, di una vita eterna; poiché se mai venisse tempo che l’inferno e il paradiso dovessero esser tenuti in conto di fole, non ne sarebbe niente scemata la serietá di questa poesia: lo scettico può abolire l’inferno; ma non può abolire la coscienza. E qui è non solo la politica e morale dignitá dell’universo dantesco, ma ancora la sua grandezza artistica.

L’altro mondo rende i corpi ombre, ombre gli affetti e le grandezze e le pompe terrene, cioè a dire spiritualizza, trasfigura la storia; e nondimeno in quelle nude ombre freme ancora la terra, trema ancora il desiderio: i personaggi sono gli stessi, il teatro è mutato. Gli uomini e le loro passioni e vizii e virtú rimangono eterni, come statue, in quell’attitudine, in quella espressione di odio, di sdegno, di amore, in che li ha [p. 22 modifica]sorpresi l’artista: l’altro mondo eterna le loro passioni, eterna la terra, e nel tempo stesso, trasportandola nel suo seno e ponendole dirimpetto l’immagine dell’infinito, ne scopre il vano ed il nulla: gli uomini sono gli stessi in un teatro mutato, che è la loro ironia.

Questa unitá, profondata nell’imo stesso della situazione, balena al di fuori nelle piú varie forme, ora in un’apostrofe, ora in un discorso, ora in un gesto, ora in un’azione, e quando nella natura e quando nell’uomo, e la sua espressione piú energica è Dante stesso, coscienza ed unitá personale di tutta quella vasta comprensione che dicesi Divina Commedia. L’unitá interiore ed impersonale è la stessa comprensione, vivente, indivisibile unitá organica, i cui momenti si succedono nello spirito del poeta, non ordinati pedantescamente, come morto aggregato di parti separabili, ma penetrati gli uni negli altri, mescolantisi, immedesimantisi, com’è la vita nella sua veritá. Onde nasce che questa unitá, non concezione astratta, ma forza viva, che sottostá a tutta la composizione, può e deve accogliere in sé ogni qualsiasi varietá; e d’altra parte liberissima è la forma di visione che Dante ha data alla sua poesia; né è facile trovare alcun lavoro artistico, in cui il limite sia ad un tempo cosí preciso e cosí largo. Niente è nell’argomento che possa costringer l’autore a preferire questo o quel personaggio, questo o quel tempo, questa o quell’azione: tutta la storia, tutti gli aspetti sotto a’ quali si è mostrata l’umanitá sono a sua scelta, ed egli può a suo talento abbandonarsi alle sue ire ed alle sue predilezioni, ed intramettere nello scopo generale fini particolari senza che ne scapiti punto l’unitá del tutto. Il che non solo non è da apporglisi a difetto, anzi ciò dá al suo universo compiuta realitá poetica, vedendosi nella permanente unitá serbato tutto il vario che emerge dalla libertá dell’umana persona e dal particolare dell’accidente. Il poeta dee concepire il suo disegno largamente e non chiudersi in angusti cancelli e non legarsi egli stesso le mani: cosí Dante serba una severa unitá, ma tale che ne’ generali lineamenti si move con vario giuoco ogni maniera di contrasti, e il necessario è congiunto col libero arbitrio, e il fato col caso.