Lettere (Sarpi)/Vol. II/183

CLXXXIII. — Al medesimo

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CLXXXIII. — Al medesimo
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CLXXXIII. — A Filippo Duplessis Mornay.1


Io ho veduto quella di V.S. a monsieur Asselineau, nè occorreva ch’Ella si scusasse di non avermi scritto per quest’ultimo spaccio: perchè, siccome io ricevo sempre con gran piacere le sue, così desidero che per scrivermi Ella non si incomodi, e massime perchè so che non lo tralascerebbe, se non per gran causa; ma io resterei soddisfatto anco quando non fosse per altro che per suo comodo. Lasciamo da canto le ceremonie, le quali non sono pertinenti in una sincera amicizia, come tra noi.

Da alcuni giorni in qua, abbiamo nuove assai importanti in Italia. Li Spagnuoli si sono impadroniti d’un luogo de’ Genovesi, chiamato Sassello, il quale è posto alli confini del Monferrato e del Piemonte; sicchè non possono soccorrer l’uno l’altro. Avendo li Spagnuoli acquistato il marchesato di Finale, ch’è posto sopra il mare di Genova, non potevano però dallo Stato di Milano passare in quel luogo senza far transito per il genovese. Ora, con [p. 232 modifica]l’intermedio di Sassello,2 passano dallo Stato di Milano nel Finale, e per conseguente al mare, sempre su ’l loro: cosa di molto momento, poichè non averanno più bisogno di Genovesi per passar, le genti d’arme di Spagna e di Napoli nel ducato di Milano. Tutti li principi italiani restano poco contenti; ma li duchi di Savoia e di Mantova molto ingelositi. Con tutto ciò, facendo il mio pronostico, tengo che li Spagnuoli non renderanno il luogo, e che finalmente ognuno se la porterà in pace.

In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punir un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l’arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa, e impiccare immediate. L’arcivescovo, pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovado, con un editto di pena del laccio a quelli ch’erano di fuora, se entravano, e a quelli di dentro, se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; [p. 233 modifica]atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e ch’essi per tutto le perdano.

Se V.S. intenderà che i Siciliani abbiano decretato rappresaglia contra i mercanti veneziani per causa d’un loro credito vecchio, non l’abbia per cosa di conseguenza, perchè non passerà li termini di negozio.

Intendo che in Francia vi sia passato qualche disgusto tra il Nunzio e il Parlamento: desidero sapere che cosa sia. Mi vien anco detto che siano stati fatti diversi libri contra Bellarmino: desidero avere qualche relazione del contenuto, e se sono opere che meriti conto vederle. Si è veduto qui alcune cose degl’Inglesi in questa materia, assai buone: non credo però che i Romani penseranno di fare risposta, ma lasceranno la cura alli Gesuiti che sono di là dai monti. Il papa ha dimandato in grazia il vicario di Padova scacciato; ma invano.

Già otto giorni, fu imprigionato Castelvetro3 dall’Inquisizione. L’ambasciatore d’Inghilterra l’ha [p. 234 modifica]domandato; la Repubblica l’ha donato, avendolo cavato di prigione, senza dir niente all’Inquisizione, al Nunzio nè altro ecclesiastico: ch’è passo maggiore che mai sia fatto; perchè l’ufficio sin ora è dipenduto da Roma, se bene la Repubblica ha l’assistenza, e con quella impedito la tirannide. Avergli aperto la prigione senza dir niente, è cosa grandissima: ma chi l’ha fatto, non ha pensato la conseguenza. Se il papa tacerà, è perduto; se dirà, ovvero perderà tanto più, ovvero si romperà. È negozio maggiore che di Ceneda, perchè in questo il papa si vale col sopportare, e portar tempo in oltre.

Mi è venuto occasione molto propria di parlare con il successore di Barbarigo; il quale è persona di molta capacità, e m’ha ricercato d’aver per mio mezzo comunicazione in Francia nel tempo che sarà in Torino; e io li ho fatta menzione del signor De l’Isle, in maniera tale ch’egli m’ha pregato instantissimamente di volerlo supplicare a riceverlo per amico, e incominciar corrispondenza seco nel tempo che sarà in quel luogo, mostrandomi aver appunto desiderio di persona sensata, che gli sappia giudicare le cose. Ma appresso di questo, egli avrebbe molto caro aver una persona che di Parigi lo avvisasse delle cose occorrenti, acciò le sapesse alli suoi tempi frescamente. Sono andato pensando che per mezzo del medesimo signor De l’Isle vi potesse avere qualcuno che invíi colà le sue lettere; perchè, per ogni buon rispetto, avendo un ambasciatore papista in Francia, conviene servirsi di quello di Torino per fare qualche cosa di bene per la Religione; e prego V.S. che di questo mi dia qualche risposta, avvertendola che mi sarà grata quella che gli piacerà darmi. [p. 235 modifica]

Li dirò anco appresso, per mio interesse, che mi sento con molto danno privato della comunicazione di monsieur l’Eschassier; il quale io stimo, e dico liberamente, che dalle sue lettere ho tratto molto frutto. Io la vorrei tornar in piedi per mezzo di V.S.; ma la cosa sarebbe lunga se le mie lettere avessero da capitare prima costì. Se quel gentiluomo ch’è mediatore di far passare lettere tra Lei e Barbarigo, potesse far insieme passar qualche mia ad esso signor l’Eschassier, e scambievolmente qualche sua a me, lo riceverei in molta grazia e beneficio: e di questo, sì come anco della precedente proposta, ne aspetterò risposta; che sarà il fine di questa. Con che le bacio la mano, insieme con il signor Molino e padre M. Fulgenzio.

Di Venezia, li 13 settembre 1611.




Note

  1. Stampata come sopra, pag. 393.
  2. Oggidì grosso borgo degli Stati Sardi, e feudo un tempo dei Doria. Al cominciare del secondo decennio del sec. XVII, aspiravano insieme a possederlo tre limitrofi potentati; il re di Spagna, il duca di Savoia e la repubblica di Genova. Quest’ultima avendolo ottenuto, e strettone ancora il mercato coll’imperatore, che arrogavasi il diritto di venderlo, Carlo Emmanuele avrebbe voluto prevenirla col farlo invadere da’ suoi soldati; ma si trovò invece prevenuto dagli Spagnuoli, mandativi dal governatore di Milano, e che poterono rimanervi per ispazio non molto minore d’un anno. Ciò spiega come nella Lettera precedente potesse darsi come notizia corrente, che il duca stesso di Savoja avesse “preso certo luogo appartenente ai Genovesi ec.„ (pag. 229-30.)
  3. Vedasi la pag. 111 la nota 2. Mentre però cercavamo di qualche altra notizia intorno a questo soggetto, ci fe maraviglia il leggere nella Stor. d’It. del Guicciardini contin. dal Botta le seguenti parole: “Lodovico Castelvetro, famoso letterato di quei tempi, uomo dottissimo ma di spirito acuto e sofistico, era stato carcerato dall’inquisizione ecclesiastica di Venezia per alcune opinioni sospette, e massime per avere voltato in lingua volgare gli scritti di qualche eresiarca di Germania. Gli si faceva il processo, portava pericolo, trovandosi in recidiva, di mala fine, e forse del fuoco. L’ambasciatore d’Inghilterra il domandò, la repubblica il diede, cavatolo di prigione, senza dir niente all’inquisitore nè al nunzio ec.;„ colle quali si mostra di aver confuso l’incarcerato del 1611 col famoso ipercritico e creduto traduttore delle opere di Melantone, morto nel 1571.