Lettere (Andreini)/Lettera XXXV

XXXV. Dell’istesso.

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Lettera XXXIV Lettera XXXVI
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Dell’istesso.


M’
È stato scritto, che V. Sig. tratta di maritarsi, laqual cosa m’hà così gravemente per l’amor, ch’io le porto, offeso l’animo, che per molte hore sono stato in forse di me, non sapendo conoscere, s’io era vivo, o morto. Può egli essere, che un giovine di tanto giuditio, come voi siete, voglia fare una

[p. 31v modifica]così sconcia pazzia? tolga il Cielo, per sua bontà, così sinistro pensiero dal vostro cuore. Dunque per un lieve compiacimento d’occhi, volete dar à voi stesso un perpetuo disgusto? oh come tosto passano quei fuggitivi piaceri delle nozze. Oh come tosto fugge quell’apparenza di contento d’esser chiamato sposo: maritarsi. Se sapeste di quanta infelicità è l’haver moglie à fè, à fe, che non mi sarebbono venuti questi humori nel capo. Credete à me, che tutti i mali, che alla giornata ci opprimono, tutto quel d’infelice, che in penitenza delle nostre colpe, il Ciel adirato può darci, tutte le angoscie, tutti i pensieri noiosi, tutti i fastidi, tutti i disagi, tutti i tormenti, tutte le ruine, e finalmente la morte, non agguagliano l’infelicità del maritarsi. Il maritarsi è la morte, non pur della libertà dell’huomo: ma di tutti i suoi piaceri, e le nozze servono per veleno condito. Il matrimonio è ’l fiele delle nostre dolcezze, e l’oscura prigione de’ nostri spiriti. Il giogo del matrtmonio è intolerabile; ohime non vi spaventa il vederlo dipinto con la faccia pallida, con gli occhi riguardanti la terra, con le mani, e co’ piedi legati con legami, che sola Morte discioglie, col riposo sotto à piedi, havendo appresso la fatica, la gelosia, il sospetto, il timore, la falsa openione, e l’amaro pentimento? si dice, che nell Inferno v’è ’l Gran Trifauce pieno di rabbia, della cui bocca esce veleno, e che vi è Titio, e Tantalo. Vi son le Furie, & altri Mostri pieni di spavento, e d’orrore; ma io non sò vedere la maggior rabbia, il più pestifero [p. 32r modifica]veleno, il maggior cruccio, il più vero Inferno, la più orrenda Furia, ne ’l più spaventevol Mostro della moglie laquale siamo astretti di nodrire nella propria casa, e quel, ch’è peggio, oltre al mangiar seco, sera, e mattina, siam condannati anche à dormir con lei, & accarezzarla per non sentirsi nel capo un borbottar continuo. Se voi menate moglie (siasi pur qual donna si voglia ) credetemi certo, che potete dire, addio bel tempo, addio cara libertà. Se voi la pigliate ricca, preparatevi a soffrire, à servire, à non contradire, cieco in tutto à quello, che farà, e sordo affatto à quello, che dirà. Costei sarà sempre nella casa sdegnosa, superba, insolente; parerà à lei d’esser sola, che intenda, à quanto proporrà di fare non vorrà consiglio contrario, la sentirete sempre à parlar con voce altera, dicendo, che ’l marito suo è un dappoco, un’ignorante, e che senza lei sarebbe nulla, e, che le sue ricchezze lo fanno risplendere, e che per lei è stimato, che non la meritava, e ’n somma, che l’haverla per moglie è cagione d’ogni sua felicità, con la giunta del sentirsi dire più d’una volta, io poteva haver il tal, è ’l tale, & ho pigliato costui. Sia maladetta la mia disgratia, non mi mancava altro, con altre parole, che, se l’huomo non è più che patiente è sforzato à far quel, che non vorrebbe, e quel, che dee. Se voi la pigliate povera pigliate con la povertà sua mille incommodi, perche la povertà è madre di tutti gli infortunij. Se voi la pigliate bella, assicuratevi di non esser mai senza fastidio, nè senza timore, [p. 32v modifica]perche questi, e quegli la vedrà come voi, e se ne compiacerà, che ’l bello piace à tutti, & una cosa, ch’à molti piaccia difficilmente si può guardare; onde non vi mancheranno pensieri, che interromperanno i vostri sonni. Se voi la pigliate brutta, segnatevi. Il mangiar, e ’l bere non vi piacerà mai, la casa vi parerà una prigione, le feste v’attristeranno, il giorno vi parerà un’anno, la notte una età, tutte le cose vi saran dispiacevoli; e se una moglie bella vien à fastidio in otto giorni, pensate quel, che doverà fare una brutta. Che dirò poi della noiosa cura dei figli, frutti delle misere nozze? qual fatica non si dura in allevargli? qua’ denari non si spendono in fargli ammaestrare? qual dolor non si sente, e qual passione non si sopporta nelle loro infermità? e poi allevati, e cresciuti, che sono, i Padri non hanno i maggior nemici; poiche, oltre al non voler loro ubbidire, hanno anche ardimento di star con essi (come si suol dire) à tù per tù. Vogliono far à lor modo, rubbano in casa, desiderano la morte a i Padri, e ve n’hà havuti di quelli ancor tant’empi, che di propria mano l’hanno commessa. Che dirò dello sfoggiar della moglie? è pur vero, che vendendo il marito i campi, e comperando ella vesti, è cagione, che la casa vada in ruina. Vuol donzelle, vuol donne da governo, vuol paggi, staffieri, gioie, carozze, che sò io. Vuol in somma più di quel, che vuole, perch’essendo animale invidiosissimo, se vede alcuna, che sia meglio in ordine di lei (e forse, che non pongono mente ad ogni minutia queste Donne) subito con [p. 33r modifica]mille fintioni intorno vi dice; hò veduto la tale, ella era vestita così, e così; vorrei quella foggia anch’io, di gratia caro marito fatemi questo servitio, non son già da men di lei, ella era in una carozza foderata di damasco verde, guernita d’argento, co i cavalli bianchi, fattene fare una anche à me, se non mi corruccièro: e se voi le dite, mò moglie mia non posso far queste spese io, elle eccedono la nostra entrata, e bisogna, che stiamo ne’ nostri termini, in un tratto si veggono quelle lusinghe mutarsi: e ’n sembiante d’Aletto, e di Megera si prorompe in un la mia dote, ben si giuoca; ma non si spende per farmi honore. Ah, che sia maladetto quando mai dissi di sì; era pur meglio, che in vece d’uscirmi di bocca la parola, m’uscisse l’anima, che se ciò fosse avvenuto, non patirei quel, c’hora patisco, poverina me. Sì eh? ò padre, ò madre, ò parenti, che v’hò fatt’io? così, così misera me son trattata, e non s’acqueta sin tanto, che non vi risolvete di contentarla; e bisogna ben risolversi, per non vederla sempre infuriata. Oh quanto poi è strana cosa il dar minuto conto ad una donna di tutte l’hore, di tutti i passi, e di tutti i pensieri. Come si stà un poco più dell’ordinario fuor di casa, che vi pare di quell’inferno di strada? Ditemi per vita vostra, che credete voi che volessero significar i Poeti, quando dissero, che Giove lasciando il Cielo, scendeva in terra pigliando forma hor di questo, & hor di quell’animale? certo non altro, se non che l’esser maritato in Giunone gli era di tanta noia, che più tosto si contentava di star in terra sotto [p. 33v modifica]forma d’animale servendo à mortal bellezza, che nel Cielo alla presenza della noiosa moglie: e per conchiuder vi dico, che colui, che ’ncomincia à far all’amore con una Donna, con intentione di pigliarla per moglie, si può dire, ch’egli arruota il ferro per uccidersi da se stesso, qui finisco. S’io vi sono stato fastidioso incolpatene la fastidiosa materia di cui m’è convenuto scrivere, della quale non potrebbe scriver diffusamente la penna d’Aristippo.