Lettere (Andreini)/Lettera XXXIII

XXXIII. Delle comparationi naturali.

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XXXIII. Delle comparationi naturali.
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Delle comparationi naturali.


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TRANO, e ’ntolerabil martire è ’l mio (nobilissima Donna) poiche mi bisogna sopportar un male senza poterlo dire, e consentir alla propria morte, senza punto dolermi, che ’l fuoco rinchiuso, arda con maggior vehemenza, non voglio ricordare, ch’è cosa pur troppo nota: che l’acqua ritenuta à forza faccia maggior rumore, non voglio ne

[p. 30r modifica]anche dire, ch’ad ogn’uno è chiaro, sicom’è palese, che l’affanno, che si tace maggiormente affligge: dunque considerate Signora mia, qual tormento io patisca tacendo. Io ben propongo quando vi son lontano, di voler con parole ordinate, raccontarvi le mie passioni: ma non sì tosto comparisco alla presenza vostra, ch’io divento mutolo. Io non dirò come dicono molti, cioè, che noi habbiamo una stella, che ci guida, la quale o mette freno alle nostre attioni, o v’adopra lo sprone, ponendo termine limitato a’ nostri giorni, poiche voi sola siete la mia stella e prospera, & avversa. Voi quella siete, che mi sprona, e m’arresta, voi siete la mia vita, e la mia morte, senza la quale io non posso, e non voglio operar cosa alcuna; e veramente, ch’io con ogni termine di ragione, mia stella vi chiamo, perche oltre, che potete in me quello, che vi piace, voi non siete punto dissimile dalla natura delle stelle del Cielo, anzi siete simile affatto, così nello splendore, come ne gli effetti, e che sia vero. Sicome le stelle (come vuole chi è in credito di scienza) si nutriscono de i vapori della Terra, e poscia in noi la virtù, e la forza loro infondono, così voi mia lucidissima stella, vi pascete delle mie lagrime, e de’ miei sospiri, e col vostro divin potere, in me ardentissime fiamme accendete; ma quando voi amorosa mia stella, impoverite questi occhi del vostro lume, non interviene à me, come à gli altri mortali, che dopò lo sparir delle stelle, godono il giorno, attesoche dopò, che à me sparisce la desiata vostra luce, io mi rimango in oscurissime tenebre, nè veggo giorno, [p. 30v modifica]ch’à mia salute risplenda, anzi ostinatamente mi segue, un’ombra oscura, e folta, colpa di cui rimangono gli occhi miei miseramente ciechi; e se pur m’è conceduto alcuna volta di veder lungi dal vostro lume, io credo, che questo m’avvenga, per maggior mio male, come quegli, che da voi diviso, non posso veder cosa, che non m’annoi. S’io veggo un’allegra campagna, m’attristo, s’io veggo un verde prato mi turbo, perche ’l verde è color di speranza, & à me misero è tolto lo sperare, o sia, perche hò posto i miei pensieri tropp’alto, o pure, perche lontano da voi, che siete ogni mia speranza, io non hò che sperare; ma se non mi si concede speranza, mi si conceda preghiera. Siami lecito di pregare la mia possente, e chiara stella à perdonarmi. S’io spinto da soverchio dolore, forse troppo ardito querelandomi, hò fatto men bello, il sereno di sua chiarezza, vaglia la purità dell’intentione, dove manca il dover dell’effetto, e per gratia, tallhora non errante, comparta sopra ’l languido del mio volto, il benigno della sua luce, che rischiarandosi l’oscuro delle mie miserie, chiamerò lei pietosa, e me felice.