Lettere (Andreini)/Lettera CXI

CXI. Delle querele d’honestissimo amante.

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CXI. Delle querele d’honestissimo amante.
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Delle querele d’honestissimo amante.


A
Ncorch’io sappia, che voi molto meglio di me sapete l’infelice mia vita, come quella, che sola di tutte le angoscie mie siete cagione, & ancorch’io sappia, che ’n raccontando i miei dolori spargerò le mie querele à i venti, mi piace tuttavia di dolermi e de’ miei martiri, e della vostra crudeltà: in ogni modo fia lieve perdita à chi ha perduto il cuore e la libertà, il perder ancora le parole, & i prieghi. Discorrete un poco crudelissima donna con voi medesima, e dite. Deh quanti, quanti tormenti ha sofferti il mio fedelissimo N. da quel giorno, ch’egli incominciò ad amarmi, & à languir per me? e quanti altri in questo tempo ho io conosciuti infedeli, e bugiardi, che giuravano d’amarmi più che la pupilla de gli occhi loro? e tuttavia sò pure, che questi sono stati alcuna volta da me favoriti, e quel misero altro non hebbe mai, che faccia turbata, ciglio severo, parole pungenti, e ripulse fierissime. Ah se questo anderete tra voi stessa pensando, sò certo che non potrete far di men di non accusar la vostra alterezza. Sò ben io, che non troverete alcun’altro, ch’elegga di morir per la sua fede, e per la sua fermezza, come fo io, che non cambierei le

[p. 107r modifica]vostre asprezze, con la piacevolezza di qual altra si sia, havend’io armato il cuor di costanza, e fatto fermo pensiero di resister non meno à gli assalti della bellezza, e della cortesia altrui, che à quelli del vostro orgoglio, e della vostra empietà. Io non seguo, anzi più tosto (e vagliami il vero) fuggo più d’una bella, e gratiosa donna, che volontieri m’havrebbe donato l’amor suo, & voi (perdonatemi) tanto fate stima di me, quanto di quelli, c’hanno per appoggio l’incostanza, e che son finti, non men nel cuore, che nelle parole, anzi come ho detto, voi favorite loro, & opprimete me. Questa è pure ingiustitia, non men vostra che d’Amore, d’Amor non men ingiusto, che possente. O crudo, ò dispietato Tiranno, se tu m’offendi, e ’nsieme alla mia donna insegni d’oltraggiarmi, per far conoscer la tua possanza è sovverchio à me, che di lunga mano la conosco, e la confesso; bisogna volgersi à quelli, che inesperti, & ignoranti del tuo potere non ti conoscono, e non sanno chi tu ti sia. Se fai questo per vendicarti, sovvengati, che la vendetta è figlia dell’offesa, & io non t’offesi giamai, anzi sopportai sempre con animo patiente le ingiurie, che da te mi furon fatte; cada l’ira tua dunque sopra coloro, ch’errano nel seguirti, ch’io per me sò certo di non haver errato, se però non chiami errore l’amar una donna sola, l’haver una sola fede, l’esser essempio di fermezza, e ’l non haver voluto per qual si voglia ingiuria lasciar la mia servitù. Altro non feci io ò Amore, nello spatio di tanti anni, ch’io vivo sotto ’l tuo gravissimo giogo. Se [p. 107v modifica]questo non è errore, altro error non feci: ma se si chiama errore la fedeltà, e la costanza, io confesso d’haver errato più di qual si voglia altro amante, anzi molto più di quello, che tutti gli altri amanti uniti potrebbon fare, per laqual cosa tutte le tue pene non sono sufficienti à punir mancamento sì grande. Ingegnati dunque di fabricarne di nuove, che non volend’io mancar della mia fede aggraverò la colpa, e converrà similmente, che tu aggravi la pena; e voi Signora mia trovate modo di dimostrarvi in estremo cruda, poich’io amandovi mi dimostrerò in estremo fedele.