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D’ISABELLA ANDREINI. 107

stre asprezze, con la piacevolezza di qual altra si sia, havend’io armato il cuor di costanza, e fatto fermo pensiero di resister non meno à gli assalti della bellezza, e della cortesia altrui, che à quelli del vostro orgoglio, e della vostra empietà. Io non seguo, anzi più tosto (e vagliami il vero) fuggo più d’una bella, e gratiosa donna, che volontieri m’havrebbe donato l’amor suo, & voi (perdonatemi) tanto fate stima di me, quanto di quelli, c’hanno per appoggio l’incostanza, e che son finti, non men nel cuore, che nelle parole, anzi come ho detto, voi favorite loro, & opprimete me. Questa è pure ingiustitia, non men vostra che d’Amore, d’Amor non men ingiusto, che possente. O crudo, ò dispietato Tiranno, se tu m’offendi, e ’nsieme alla mia donna insegni d’oltraggiarmi, per far conoscer la tua possanza è sovverchio à me, che di lunga mano la conosco, e la confesso; bisogna volgersi à quelli, che inesperti, & ignoranti del tuo potere non ti conoscono, e non sanno chi tu ti sia. Se fai questo per vendicarti, sovvengati, che la vendetta è figlia dell’offesa, & io non t’offesi giamai, anzi sopportai sempre con animo patiente le ingiurie, che da te mi furon fatte; cada l’ira tua dunque sopra coloro, ch’errano nel seguirti, ch’io per me sò certo di non haver errato, se però non chiami errore l’amar una donna sola, l’haver una sola fede, l’esser essempio di fermezza, e ’l non haver voluto per qual si voglia ingiuria lasciar la mia servitù. Altro non feci io ò Amore, nello spatio di tanti anni, ch’io vivo sotto ’l tuo gravissimo giogo. Se que-


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