Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Stefano e Ugolino

Stefano e Ugolino

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Agostino et Agnolo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Pietro Laurati IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Agostino et Agnolo Pietro Laurati

VITA DI STEFANO PITTOR FIORENTINO E D’UGOLINO SANESE


Fu in modo eccellente Stefano, pittore fiorentino e discepolo di Giotto, che non pure superò tutti gl’altri che inanzi a lui si erano affaticati nell’arte, ma avanzò di tanto il suo maestro stesso che fu, e meritamente, tenuto il miglior di quanti pittori erano stati infino a quel tempo, come chiaramente dimostrano l’opere sue. Dipinse costui in fresco la Nostra Donna del Camposanto di Pisa, che è alquanto meglio di disegno e di colorito che l’opera di Giotto; et in Fiorenza, nel chiostro di Santo Spirito, tre archetti a fresco, nel primo de’ quali, dove è la Trasfigurazione di Cristo con Moisè et Elia, figurò, imaginandosi quanto dovette essere lo splendore che gli abagliò, i tre discepoli con straordinarie e belle attitudini, e in modo avviluppati ne’ panni, che si vede che egli andò con nuove pieghe, il che non era stato fatto insino allora, tentando di ricercar, sotto, l’ignudo delle figure: il che, come ho detto, non era stato considerato né anche da Giotto stesso. Sotto questo arco, nel quale fece un Cristo che libera la indemoniata, tirò in prospettiva uno edifizio, perfettamente, di maniera allora poco nota, a buona forma e migliore cognizione riducendolo; et in esso con giudizio grandissimo modernamente operando, mostrò tanta arte e tanta invenzione e proporzione nelle colonne, nelle porte, nelle finestre e nelle cornici, e tanto diverso modo di fare dagl’altri maestri, che pare che cominciasse a vedere un certo lume della buona e perfetta maniera de’ moderni. Imaginossi costui fra l’altre cose ingegnose una salita di scale molto difficile, le quali in pittura e di rilievo murate et in ciascun modo fatte, hanno disegno, varietà et invenzione utilissima e comoda tanto, che se ne servì il Magnifico Lorenzo vecchio de’ Medici nel fare le scale di fuori del palazzo del Poggio a Caiano, oggi principal villa dell’illustrissimo signor Duca. Nell’altro archetto è una storia di Cristo quando libera S. Piero dal naufragio, tanto ben fatta, che pare che s’oda la voce di Pietro che dica: Domine salva nos, perimus. Questa opera è giudicata molto più bella dell’altre, perché oltre la morbidezza de’ panni, si vede dolcezza nell’aria delle teste, spavento nella fortuna del mare, e gl’Apostoli percossi da diversi moti e da fantasmi marini, essere figurati con attitudini molto proprie e tutte bellissime. E benché il tempo abbia consumato in parte le fatiche che Stefano fece in questa opera, si conosce, abagliatamente però, che i detti Apostoli si difendono dalla furia de’ venti e dall’onde del mare vivamente: la quale cosa, essendo appresso i moderni lodatissima, dovette certo ne’ tempi di chi la fece parere un miracolo in tutta Toscana. Dipinse dopo nel primo chiostro di S. Maria Novella un S. Tomaso d’Aquino allato a una porta, dove fece ancora un Crucifisso, il quale è stato poi da altri pittori, per rinovarlo, in mala maniera condotto. Lasciò similmente una cappella in chiesa cominciata e non finita, che è molto consumata dal tempo, nella quale si vede, quando gl’angeli per la superbia di Lucifero piovvero giù in forme diverse: dove è da considerare che le figure, scortando le braccia, il torso e le gambe - molto meglio che scorci che fussero stati fatti prima - ci danno ad intendere che Stefano cominciò a conoscere e mostrare in parte le difficultà che avevano a far tenere eccellenti coloro, che poi con maggiore studio ce gli mostrassono, come hanno fatto, perfettamente; laonde scimia della natura fu dagli artefici per sopranome chiamato. Condotto poi Stefano a Milano, diede per Matteo Visconti principio a molte cose; ma non le potette finire, perché, essendosi per la mutazione dell’aria ammalato, fu forzato tornarsene a Firenze: dove avendo riavuto la sanità, fece nel tramezzo della chiesa di Santa Croce nella cappella degl’Asini, a fresco, la storia del martirio di S. Marco quando fu strascinato, con molte figure che hanno del buono. Essendo poi condotto per essere stato discepolo di Giotto, fece a fresco in S. Piero di Roma nella cappella maggiore dove è l’altare di detto Santo, alcune storie di Cristo fra le finestre che sono nella nicchia grande, con tanta diligenza, che si vede che tirò forte alla maniera moderna, trapassando d’assai, nel disegno e nell’altre cose, Giotto suo maestro. Dopo questo fece in Araceli in un pilastro accanto alla cappella maggiore, a man sinistra, un S. Lodovico in fresco che è molto lodato, per avere in sé una vivacità non stata insino a quel tempo né anche da Giotto messa in opera. E nel vero, aveva Stefano gran facilità nel disegno, come si può vedere nel detto nostro libro in una carta di sua mano, nella quale è disegnata la Trasfigurazione che fece nel chiostro di S. Spirito, in modo che, per mio giudizio, disegnò molto meglio che Giotto. Andato poi ad Ascesi, cominciò a fresco una storia della gloria celeste nella nicchia della cappella maggiore nella chiesa di sotto di S. Francesco, dove è il coro; e sebbene non la finì, si vede in quello che fece usata tanta diligenza, quanta più non si potrebbe disiderare. Si vede in questa opra cominciato un giro di Santi e Sante con tanta bella varietà ne’ volti de’ giovani, degl’uomini di mezza età e de’ vecchi, che non si potrebbe meglio disiderare; e si conosce in quegli spiriti beati una maniera dolcissima e tanto unita, che pare quasi impossibile che in que’ tempi fusse fatta da Stefano, che pur la fece, sebbene non sono delle figure di questo giro finite se non le teste, sopra le quali è un coro d’Angeli che vanno scherzando in varie attitudini, et acconciamente portando in mano figure teologiche: sono tutti volti verso un Cristo crucifisso, il quale è in mezzo di questa opera sopra la testa d’un S. Francesco, che è in mezzo a una infinità di Santi. Oltre ciò, fece nel fregio di tutta l’opera alcuni Angeli, de’ quali ciascuno tiene in mano una di quelle chiese che scrive S. Giovanni Evangelista ne l’Apocalisse: e sono questi Angeli con tanta grazia condotti, che io stupisco come in quella età si trovasse chi ne sapesse tanto. Cominciò Stefano questa opera per farla di tutta perfezzione e gli sarebbe riuscito, ma fu forzato lasciarla imperfetta e tornarsene a Firenze da alcuni suoi negocii d’importanza. In quel mentre, dunque, che per ciò si stava in Firenze, dipinse, per non perder tempo, ai Gianfigliazzi, lung’Arno fra le case loro et il ponte alla Carraia, un tabernacolo piccolo in un canto che vi è, dove figurò con tal diligenzia una Nostra Donna, alla quale, mentre ella cuce, un fanciullo vestito e che siede porge un ucello, che per piccolo che sia il lavoro non manco merita esser lodato, che si facciano l’opere maggiori e da lui più maestrevolmente lavorate. Finito questo tabernacolo e speditosi de’ suoi negozii, essendo chiamato a Pistoia da que’ signori, gli fu fatto dipignere l’anno 1346 la cappella di S. Iacopo, nella volta della quale fece un Dio Padre con alcuni Apostoli, e nelle facciate le storie di quel Santo, e particolarmente quando la madre, moglie di Zebedeo, dimanda a Gesù Cristo che voglia i due suoi figliuoli collocare uno a man destra, l’altro a man sinistra sua nel regno del Padre. Appresso a questo è la decollazione di detto Santo, molto bella. Stimasi che Maso detto Giottino, del quale si parlerà di sotto, fusse figliuolo di questo Stefano; e sebbene molti per l’allusione del nome lo tengono figliuolo di Giotto, io, per alcuni stratti che ho veduti, e per certi ricordi di buona fede scritti da Lorenzo Ghiberti e da Domenico del Grillandaio, tengo per fermo che fusse più presto figliuolo di Stefano che di Giotto. Comunche sia, tornando a Stefano, se gli può attribuire che dopo Giotto ponesse la pittura in grandissimo miglioramento, perché oltre all’essere stato più vario nell’invenzioni, fu ancora più unito nei colori e più sfumato che tutti gl’altri, e sopra tutto non ebbe paragone in essere diligente. E quegli scorci che fece, ancora che, come ho detto, cattiva maniera in essi per la difficultà di fargli mostrasse, che è nondimeno investigatore delle prime difficultà negli essercizii merita molto più nome, che coloro che seguono con qualche più ordinata e regolata maniera. Onde certo grande obligo avere si dee a Stefano perché chi camina al buio, e mostrando la via rincuora gl’altri, è cagione che scoprendosi i passi difficili di quella, dal cattivo camino con spazio di tempo si pervenga al disiderato fine. In Perugia ancora nella chiesa di S. Domenico cominciò a fresco la cappella di S. Caterina, che rimase imperfetta. Visse ne’ medesimi tempi di Stefano con assai buon nome Ugolino pittore sanese suo amicissimo, il quale fece molte tavole e cappelle per tutta Italia; sebbene tenne sempre in gran parte la maniera greca, come quello che invecchiato in essa, aveva voluto sempre per una certa sua caparbietà tenere piuttosto la maniera di Cimabue, che quella di Giotto, la quale era in tanta venerazione. È opera, dunque, d’Ugolino la tavola dell’altar maggiore di Santa Croce, in campo tutto d’oro, et una tavola ancora che stette molti anni all’altar maggiore di S. Maria Novella, e che oggi è nel capitolo, dove la nazione spagnola fa ogni anno solennissima festa al dì di S. Iacopo, et altri suoi uffizii e mortorii. Oltre a queste fece molte altre cose con bella pratica, senza uscire però punto della maniera del suo maestro. Il medesimo fece, in un pilastro di mattoni della loggia che Lapo avea fatto alla piazza d’Orsanmichele, la Nostra Donna, che non molti anni poi fece tanti miracoli, che la loggia stette gran tempo piena d’imagini, e che ancora oggi è in grandissima venerazione. Finalmente nella capella di messer Ridolfo de’ Bardi che è in Santa Croce, dove Giotto dipinse la vita di S. Francesco, fece nella tavola dell’altare a tempera un Crucifisso e una Madalena et un S. Giovanni che piangono con due frati da ogni banda che gli mettono in mezzo. Passò Ugolino di questa vita, essendo vecchio, l’anno 1349, e fu sepolto in Siena sua patria orrevolmente. Ma tornando a Stefano, il quale dicono che fu anco buono architettore, e quello che se n’è detto di sopra ne fa fede, egli morì, per quanto si dice, l’anno che cominciò il giubileo del 1350, d’età d’anni 49, e fu riposto in S. Spirito nella sepoltura de’ suoi maggiori con questo epitafio: Stefano Florentino pictori, (in) faciundis imaginibus ac colorandis figuris nulli unquam inferiori; affines moestiss. pos. Vix. an. XXXXIX.

FINE DELLA VITA DI STEFANO PITTOR FIORENTINO E D’UGOLINO SANESE