Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Sebastian Viniziano frate del Piombo

Sebastian Viniziano frate del Piombo

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giulio Romano Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Perino del Vaga IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Giulio Romano Perino del Vaga

VITA DI SEBASTIAN VINIZIANO FRATE DEL PIOMBO E PITTORE

Non fu, secondo che molti affermano, la prima professione di Sebastiano la pittura, ma la musica: perché oltre al cantare si dilettò molto di sonar varie sorti di suoni, ma sopra il tutto il liuto, per sonarsi in su quello stromento tutte le parti senz’altra compagnia. Il quale esercizio fece costui essere un tempo gratissimo a’ gentiluomini di Vinezia, con i quali, come virtuoso, praticò sempre dimesticamente. Venutagli poi voglia, essendo anco giovane, d’attendere alla pittura, apparò i primi principii da Giovan Bellino allora vecchio. E doppo lui, avendo Giorgione da Castel Franco messi in quella città i modi della maniera moderna, più uniti e con certo fiammeggiare di colori, Sebastiano si partì da Giovanni e si acconciò con Giorgione, col quale stette tanto che prese in gran parte quella maniera. Onde fece alcuni ritratti in Vinegia di naturale molto simili, e fra gl’altri, quello di Verdelotto franzese, musico eccellentissimo, che era allora maestro di cappella in San Marco, e nel medesimo quadro quello di Ubretto, suo compagno cantore. Il qual quadro recò a Fiorenza Verdelotto quando venne maestro di cappella in San Giovanni, et oggi l’ha nelle sue case Francesco Sangallo scultore. Fece anco in que’ tempi in San Giovanni Grisostomo di Vinezia una tavola con alcune figure che tengono tanto della maniera di Giorgione, ch’elle sono state alcuna volta, da chi non ha molta cognizione delle cose dell’arte, tenute per di mano di esso Giorgione. La qual tavola è molto bella e fatta con una maniera di colorito ch’ha gran rilievo. Per che, spargendosi la fama delle virtù di Sebastiano, Agostino Chigi sanese, ricchissimo mercante, il quale in Vinegia avea molti negozii, sentendo in Roma molto lodarlo, cercò di condurlo a Roma, piacendogli oltre la pittura che sapessi così ben sonare di liuto e fosse dolce e piacevole nel conversare. Né fu gran fatica condurre Bastiano a Roma, perché, sapendo egli quanto quella patria comune sia sempre stata aiutatrice de’ begl’ingegni, vi andò più che volentieri. Andatosene dunque a Roma, Agostino lo mise in opera e la prima cosa che gli facesse fare furono gl’archetti che sono in su la loggia, la quale risponde in sul giardino dove Baldassarre Sanese aveva, nel palazzo d’Agostino in Trastevere, tutta la volta dipinta; nei quali archetti Sebastiano fece alcune poesie di quella maniera ch’aveva recato da Vinegia, molto disforme da quella che usavano in Roma i valenti pittori di que’ tempi. Dopo quest’opera, avendo Raffaello fatto in quel medesimo luogo una storia di Galatea, vi fece Bastiano, come volle Agostino, un Polifemo in fresco allato a quella, nel quale, comunche gli riuscisse, cercò d’avanzarsi più che poteva, spronato dalla concorrenza di Baldassarre Sanese e poi di Raffaello. Colorì similmente alcune cose a olio, delle quali fu tenuto, per aver egli da Giorgione imparato un modo di colorire assai morbido, in Roma grandissimo conto. Mentre che lavorava costui queste cose in Roma, era venuto in tanto credito Raffaello da Urbino nella pittura che gl’amici et aderenti suoi dicevano che le pitture di lui erano, secondo l’ordine della pittura, più che quelle di Michelagnolo, vaghe di colorito, belle d’invenzioni e d’arie più vezzose e di corrispondente disegno, e che quelle del Buonarroti non avevano dal disegno in fuori niuna di queste parti. E per queste cagioni giudicavano questi cotali Raffaello essere nella pittura, se non più eccellente di lui, almeno pari, ma nel colorito volevano che ad ogni modo lo passasse. Questi umori, seminati per molti artefici che più aderivano alla grazia di Raffaello che alla profondità di Michelagnolo, erano divenuti, per diversi interessi, più favorevoli nel giudizio a Raffaello che a Michelagnolo. Ma non già era de’ seguaci di costoro Sebastiano perché, essendo di squisito giudizio, conosceva a punto il valore di ciascuno. Destatosi dunque l’animo di Michelagnolo verso Sebastiano, perché molto gli piaceva il colorito e la grazia di lui, lo prese in protezzione, pensando che se egli usasse l’aiuto del disegno in Sebastiano, si potrebbe con questo mezzo, senza che egli operasse, battere coloro che avevano sì fatta openione, et egli sotto ombra di terzo giudicare quale di loro fusse meglio. Stando le cose in questi termini et essendo molto, anzi in infinito, inalzate e lodate alcune cose che fece Sebastiano, per le lodi che a quelle dava Michelagnolo, oltre che erano per sé belle e lodevoli, un messer non so chi da Viterbo, molto riputato appresso al Papa, fece fare a Sebastiano, per una cappella che aveva fatta fare in San Francesco di Viterbo, un Cristo morto con una Nostra Donna che lo piagne. Ma perché, se bene fu con molta diligenza finito da Sebastiano che vi fece un paese tenebroso molto lodato, l’invenzione però et il cartone fu di Michelagnolo, fu quell’opera tenuta da chiunque la vide veramente bellissima. Onde acquistò Sebastiano grandissimo credito e confermò il dire di coloro che lo favorivano. Per che, avendo Pierfrancesco Borgherini, mercante fiorentino, preso una cappella in San Piero in Montorio entrando in chiesa a man ritta, ella fu col favor di Michelagnolo allogata a Sebastiano, perché il Borgherino pensò, come fu vero, che Michelagnolo dovesse far egli il disegno di tutta l’opera. Messovi dunque mano, la condusse con tanta diligenza e studio Sebastiano, ch’ella fu tenuta et è bellissima pittura. E perché dal piccolo disegno di Michelagnolo ne fece per suo commodo alcun’altri maggiori, uno fra gl’altri che ne fece molto bello è di man sua nel nostro libro, e perché si credeva Sebastiano avere trovato il modo di colorire a olio in muro, acconciò l’arricciato di questa cappella con una incrostatura, che a ciò gli parve dovere essere a proposito, e quella parte dove Cristo è battuto alla colonna tutta lavorò a olio nel muro. Né tacerò che molti credono Michelagnolo avere non solo fatto il picciol disegno di quest’opera, ma che il Cristo detto, che è battuto alla colonna, fusse contornato da lui, per essere grandissima differenza fra la bontà di questa e quella dell’altre figure. E quando Sebastiano non avesse fatto altra opera che questa, per lei sola meriterebbe esser lodato in eterno. Perché oltre alle teste, che son molto ben fatte, sono in questo lavoro alcune mani e piedi bellissimi. Et ancora che la sua maniera fusse un poco dura, per la fatica che durava nelle cose che contrafaceva, egli si può non di meno fra i buoni e lodati artefici annoverare. Fece sopra questa storia in fresco due Profeti, e nella volta la Trasfigurazione; et i due Santi, cioè San Piero e San Francesco, che mettono in mezzo la storia di sotto, sono vivissime e pronte figure. E se bene penò sei anni a far questa piccola cosa, quando l’opere sono condotte perfettamente non si dee guardare se più presto o più tardi sono state finite, se ben’è più lodato chi presto e bene conduce le sue opere a perfezzione. E chi si scusa, quando l’opere non sodisfanno, se non è stato a ciò forzato, in cambio di scusarsi s’accusa. Nello scoprirsi quest’opera, Sebastiano, ancor che avesse penato assai a farla, avendo fatto bene, le male lingue si tacquero e pochi furono coloro che lo mordessero. Dopo, facendo Raffaello, per lo cardinale de’ Medici per mandarla in Francia, quella tavola che dopo la morte sua fu posta all’altare principale di San Piero a Montorio, dentrovi la Trasfigurazione di Cristo, Sebastiano in quel medesimo tempo fece anch’egli, in un’altra tavola della medesima grandezza, quasi a concorrenza di Raffaello, un Lazaro quattriduano e la sua resurrezzione. La quale fu contrafatta e dipinta con diligenza grandissima, sotto ordine e disegno in alcune parti di Michelagnolo. Le quali tavole finite, furono amendue publicamente in Concistoro poste in paragone, e l’una e l’altra lodata infinitamente. E benché le cose di Raffaello, per l’estrema grazia e bellezza loro, non avessero pari, furono nondimeno anche le fatiche di Sebastiano universalmente lodate da ognuno. L’una di queste mandò Giulio cardinale de’ Medici in Francia a Nerbona al suo vescovado, e l’altra fu posta nella cancelleria, dove stette infino a che fu portata a San Piero a Montorio con l’ornamento che vi lavorò Giovan Barile. Mediante quest’opera, avendo fatto gran servitù col cardinale, meritò Sebastiano d’esserne onoratamente rimunerato nel pontificato di quello. Non molto doppo, essendo mancato Raffaello et essendo il primo luogo nell’arte della pittura conceduto universalmente da ognuno a Sebastiano, mediante il favore di Michelagnolo, Giulio Romano, Giovanfrancesco Fiorentino, Perino del Vaga, Polidoro, Maturino, Baldessarre Sanese e gl’altri rimasero tutti a dietro. Onde Agostin Chigi, che con ordine di Raffaello faceva fare la sua sepoltura e cappella in Santa Maria del Popolo, convenne con Bastiano che egli tutta gliela dipignesse. E così fatta la turata, si stette coperta, senza che mai fusse veduta, insino all’anno 1554. Nel qual tempo si risolvette Luigi, figliuolo d’Agostino, poiché il padre non l’aveva potuta veder finita, voler vederla egli. E così allogata a Francesco Salviati la tavola e la cappella, egli la condusse in poco tempo a quella perfezzione che mai non le poté dare la tardità e l’irresoluzione di Sebastiano, il quale, per quello che si vede, vi fece poco lavoro, se bene si trova ch’egli ebbe dalla liberalità d’Agostino e degli eredi molto più che non se gli sarebbe dovuto quando l’avesse finita del tutto; il che non fece, o come stanco dalle fatiche dell’arte, o come troppo involto nelle commodità et in piaceri. Il medesimo fece a Messer Filippo da Siena, cherico di camera, per lo quale nella Pace di Roma, sopra l’altare maggiore, cominciò una storia a olio sul muro e non la finì mai. Onde i frati, di ciò disperati, furono costretti levare il ponte che impediva loro la chiesa e coprire quell’opera con una tela et avere pacienza quanto durò la vita di Sebastiano. Il quale morto, scoprendo i frati l’opera, si è veduto che quello che è fatto è bellissima pittura; perciò che dove ha fatto la Nostra Donna che visita Santa Lisabetta, vi sono molte femmine ritratte dal vivo che sono molto belle e fatte con somma grazia. Ma vi si conosce che quest’uomo durava grandissima fatica in tutte le cose che operava, e ch’elle non gli venivano fatte con una certa facilità che suole tal volta dar la natura e lo studio a chi si compiace nel lavorare e si esercita continovamente. E che ciò sia vero, nella medesima Pace, nella cappella d’Agostin Chigi, dove Raffaello aveva fatte le sibille et i profeti, voleva nella nicchia, che di sotto rimase, dipignere Bastiano, per passare Raffaello, alcune cose sopra la pietra, e perciò l’aveva fatta incrostare di peperigni e le commettiture saldate con stucco a fuoco, ma se n’andò tanto in considerazione, che la lasciò solamente murata; per che essendo stata così dieci anni, si morì. Bene è vero che da Sebastiano si cavava, e facilmente, qualche ritratto di naturale, perché gli venivano con più agevolezza e più presto finiti, ma il contrario avveniva delle storie et altre figure. E per vero dire il ritrarre di naturale era suo proprio, come si può vedere nel ritratto di Marc’Antonio Colonna, tanto ben fatto che par vivo. Et in quello ancora di Ferdinando marchese di Pescara, et in quello della Signora Vettoria Colonna, che sono bellissimi. Ritrasse similmente Adriano Sesto quando venne a Roma, et il cardinale Nincofort, il quale volle che Sebastiano gli facesse una cappella in Santa Maria de Anima in Roma. Ma trattenendolo d’oggi in domani, il cardinale la fece finalmente dipignere a Michele Fiamingo suo paesano, che vi dipinse storie della vita di Santa Barbara in fresco, imitando molto bene la maniera nostra d’Italia, e nella tavola fece il ritratto di detto cardinale. Ma tornando a Sebastiano, egli ritrasse ancora il signor Federigo da Bozzolo, et un non so che capitano armato che è in Fiorenza appresso Giulio de’ Nobili, et una femmina con abito romano, che è in casa di Luca Torrigiani. Et una testa, di mano del medesimo, ha Giovan Batista Cavalcanti, che non è del tutto finita. In un quadro fece una Nostra Donna che con un panno cuopre un putto, che fu cosa rara, e l’ha oggi nella sua guardaroba il cardinal Farnese. Abbozzò, ma non condusse a fine, una tavola molto bella d’un San Michele che è sopra un diavolo grande, la quale doveva andare in Francia al re che prima aveva avuto un quadro di mano del medesimo. Essendo poi creato sommo pontefice Giulio cardinal de’ Medici, che fu chiamato Clemente Settimo, fece intendere a Sebastiano, per il vescovo di Vasona, ch’era venuto il tempo di fargli bene e che se n’avedrebbe all’occasioni. Sebastiano intanto, essendo unico nel fare ritratti, mentre si stava con queste speranze fece molti di naturale, ma fra gli altri papa Clemente, che allora non portava barba; ne fece, dico, due: uno n’ebbe il vescovo di Vasona e l’altro, che era molto maggiore, cioè infino alle ginocchia et a sedere, è in Roma nelle case di Sebastiano. Ritrasse anche Antonfrancesco degl’Albizi fiorentino, che allora per sue facende si trovava in Roma, e lo fece tale che non pareva dipinto, ma vivissimo. Onde egli, come una preziosissima gioia se lo mandò a Fiorenza. Erano la testa e le mani di questo ritratto cosa certo maravigliosa, per tacere quanto erano ben fatti i velluti, le fodere, i rasi e l’altre parti tutte di questa pittura. E perché era veramente Sebastiano nel fare i ritratti di tutta finezza e bontà a tutti gli altri superiore, tutta Fiorenza stupì di questo ritratto d’Antonfrancesco. Ritrasse ancora in questo medesimo tempo Messer Pietro Aretino, e lo fece sì fatto che, oltre al somigliarlo, è pittura stupendissima per vedervisi la differenza di cinque o sei sorti di neri che egli ha addosso: velluto, raso, ermisino, damasco e panno, et una barba nerissima sopra quei neri, sfilata tanto bene che più non può essere il vivo e naturale. Ha in mano questo ritratto un ramo di lauro et una carta dentrovi scritto il nome di Clemente Settimo e due maschere inanzi, una bella per Virtù e l’altra brutta per il Vizio. La quale pittura Messer Pietro donò alla patria sua, et i suoi cittadini l’hanno messa nella sala publica del loro consiglio, dando così onore alla memoria di quel loro ingegnoso cittadino e ricevendone da lui non meno. Dopo ritrasse Sebastiano Andrea Doria, che fu nel medesimo modo cosa mirabile, e la testa di Baccio Valori fiorentino, che fu anch’essa bella quanto più non si può credere. In questo mentre, morendo frate Mariano Fetti, frate del Piombo, Sebastiano ricordandosi delle promesse fattegli dal detto vescovo di Vasona, maestro di casa di Sua Santità, chiese l’ufficio del Piombo, onde, se bene anco Giovanni da Udine, che tanto ancor egli aveva servito Sua Santità in minoribus e tuttavia la serviva, chiese il medesimo ufficio; il Papa, per i prieghi del vescovo e perché così la virtù di Sebastiano meritava, ordinò che esso Bastiano avesse l’ufficio e sopra quello pagasse a Giovanni da Udine una pensione di trecento scudi. Laonde Sebastiano prese l’abito del frate e subito per quello si sentì variare l’animo. Per che, vedendosi avere il modo di potere sodisfare alle sue voglie senza colpo di pennello, se ne stava riposando, e le male spese notti et i giorni affaticati ristorava con gli agi e con l’entrate. E quando pure aveva a fare una cosa si riduceva al lavoro con una passione che pareva andasse alla morte. Da che si può conoscere quanto s’inganni il discorso nostro e la poca prudenza umana, che bene spesso, anzi il più delle volte, brama il contrario di ciò che più ci fa di mestiero, e credendo segnarsi (come suona il proverbio tosco) con un dito, si dà nell’occhio. È comune opinione degl’uomini che i premii e gl’onori accendino gl’animi de’ mortali agli studii di quell’arti che più veggiono essere rimunerate, e che per contrario gli faccia stracurarle et abbandonarle il vedere che coloro, i quali in esse s’affaticano, non siano dagl’uomini, che possono, riconosciuti. E per questo gl’antichi e moderni insieme biasimano quanto più sanno e possono que’ prìncipi che non sollievano i virtuosi di tutte le sorti, e non dànno i debiti premii et onori a chi virtuosamente s’affatica. E come che questa regola per lo più sia vera si vede pur tuttavia, che alcuna volta la liberalità de’ giusti e magnanimi prìncipi operare contrario effetto, poiché molti sono di più utile e giovamento al mondo in bassa e mediocre fortuna, che nelle grandezze et abbondanze di tutti i beni non sono. Et a proposito nostro, la magnificenza e liberalità di Clemente Settimo, a cui serviva Sebastiano viniziano, eccellentissimo pittore, rimunerandolo troppo altamente, fu cagione che egli, di sollecito et industrioso, divenisse infingardo e negligentissimo; e che dove, mentre durò la gara fra lui e Raffaello da Urbino e visse in povera fortuna, si affaticò di continuo, fece tutto il contrario poi che egli ebbe da contentarsi. Ma comunche sia, lasciando nel giudizio de’ prudenti prìncipi il considerare come, quando, a cui, et in che maniera e con che regola deono la liberalità verso gl’artefici e virtuosi uomini usare, dico, tornando a Sebastiano, che egli condusse con gran fatica, poi che fu fatto frate del Piombo, al patriarca d’Aquilea un Cristo che porta la croce, dipinto in pietra dal mezzo in su, che fu cosa molto lodata, e massimamente nella testa e nelle mani, nelle quali parti era Bastiano veramente eccellentissimo. Non molto dopo, essendo venuta a Roma la nipote del Papa, che fu poi et è ancora reina di Francia, fra’ Sebastiano la cominciò a ritrarre, ma non finita si rimase nella guardaroba del Papa. E poco appresso, essendo il cardinale Ippolito de’ Medici innamorato della signora Giulia Gonzaga, la quale allora si dimorava a Fondi, mandò il detto cardinale in quel luogo Sebastiano, accompagnato da quattro cavai leggeri, a ritrarla. Et egli in termine d’un mese fece quel ritratto; il quale, venendo dalle celesti bellezze di quella signora e da così dotta mano, riuscì una pittura divina; onde, portata a Roma, furono grandemente riconosciute le fatiche di quell’artefice dal cardinale che conobbe questo ritratto, come veramente era, passar di gran lunga quanti mai n’aveva fatto Sebastiano infino a quel giorno. Il qual ritratto fu poi mandato al re Francesco in Francia, che lo fe porre nel suo luogo di Fontanableò. Avendo poi cominciato questo pittore un nuovo modo di colorire in pietra, ciò piaceva molto a’ popoli, parendo che in quel modo le pitture diventassero eterne e che né il fuoco, né i tarli potessero lor nuocere. Onde cominciò a fare in queste pietre molte pitture, ricignendole con ornamenti d’altre pietre mischie, che fatte lustranti facevano accompagnatura bellissima. Ben è vero che, finite, non si potevano né le pitture, né l’ornamento, per lo troppo peso, né muovere, né trasportare se non con grandissima difficultà. Molti dunque tirati dalla novità della cosa e dalla vaghezza dell’arte, gli davano arre di danari perché lavorasse per loro, ma egli, che più si dilettava di ragionarne che di farle, mandava tutte le cose per la lunga. Fece non di meno un Cristo morto e la Nostra Donna in una pietra, per don Ferrante Gonzaga, il quale lo mandò in Ispagna con un ornamento di pietra, che tutto fu tenuto opera molto bella, et a Sebastiano fu pagata quella pittura cinquecento scudi da Messer Niccolò da Cortona, agente in Roma del cardinale di Mantova. Ma in questo fu Bastiano veramente da lodare, perciò che dove Domenico suo compatriota, il quale fu il primo che colorisse a olio in muro, e dopo lui Andrea dal Castagno, Antonio e Piero del Pollaiuolo, non seppero trovar modo che le lor figure a questo modo fatte non diventassino nere, né invecchiassero così presto, lo seppe trovar Bastiano. Onde il Cristo alla colonna, che fece in San Piero a Montorio, infino ad ora non ha mai mosso et ha la medesima vivezza e colore che il primo giorno: perché usava costui questa così fatta diligenza, che faceva l’arricciato grosso della calcina con mistura di mastice e pece greca, e quelle insieme fondate al fuoco e date nelle mura, faceva poi spianare con una mescola da calcina fatta rossa, o vero rovente, al fuoco. Onde hanno potuto le sue cose reggere all’umido e conservare benissimo il colore senza farli far mutazione. E con la medesima mestura ha lavorato sopra le pietre di peperigni, di marmi, di mischi, di porfidi e lastre durissime, nelle quali possono lunghissimo tempo durare le pitture; oltre che ciò ha mostrato come si possa dipignere sopra l’argento, rame, stagno et altri metalli. Quest’uomo aveva tanto piacere in stare ghiribizzando e ragionare, che si tratteneva i giorni interi per non lavorare. E quando pur vi si riduceva, si vedea che pativa dell’animo infinitamente; da che veniva in gran parte che egli aveva openione che le cose sue non si potessino con verun prezzo pagare. Fece per il cardinale d’Aragona, in un quadro, una bellissima S. Agata ignuda e martirizata nelle poppe, che fu cosa rara. Il qual quadro è oggi nella guardaroba del signor Guidobaldo duca d’Urbino, e non è punto inferiore a molti altri quadri bellissimi che vi sono di mano di Raffaello da Urbino, di Tiziano e d’altri. Ritrasse anche di naturale il signor Piero Gonzaga in una pietra, colorito a olio, che fu un bellissimo ritratto, ma penò tre anni a finirlo. Ora essendo in Firenze al tempo di papa Clemente Michelagnolo, il quale attendeva all’opera della nuova sagrestia di San Lorenzo, voleva Giuliano Bugiardini fare a Baccio Valori in un quadro la testa di papa Clemente et esso Baccio, et in un altro, per Messer Ottaviano de’ Medici, il medesimo Papa e l’arcivescovo di Capua; per che Michelagnolo, mandando a chiedere a fra’ Sebastiano che di sua mano gli mandasse da Roma dipinta a olio la testa del Papa, egli ne fece una e gliela mandò, che riuscì bellissima. Della quale, poi che si fu servito Giuliano e che ebbe i suoi quadri finiti, Michelagnolo, che era compare di detto Messere Ottaviano, gliene fece un presente. E certo di quante ne fece fra’ Sebastiano, che furono molte, questa è la più bella testa di tutte e la più simigliante, come si può vedere in casa gli eredi del detto Messer Ottaviano. Ritrasse il medesimo papa Paolo Farnese subito che fu fatto sommo pontefice; e cominciò il duca di Castro suo figliuolo, ma non lo finì, come non fece anche molte altre cose, alle quali avea dato principio. Aveva fra’ Sebastiano vicino al Popolo una assai buona casa, la quale egli si avea murata, et in quella con grandissima contentezza si vivea senza più curarsi di dipignere o lavorare, usando spesso dire che è una grandissima fatica avere nella vecchiezza a raffrenare i furori a’ quali nella giovanezza gli artefici per utilità, per onore e per gara si sogliono mettere; e che non era men prudenza cercare di viver quieto, che vivere con le fatiche inquieto per lasciare di sé nome dopo la morte, dopo la quale hanno anco quelle fatiche e l’opere tutte ad avere, quando che sia, fine e morte. E come egli queste cose diceva, così a suo potere le metteva in essecuzione, perciò che i migliori vini e le più preziose cose che avere si potessero cercò sempre d’avere per lo vitto suo, tenendo più conto della vita che dell’arte. E perché era amicissimo di tutti gli uomini virtuosi, spesso avea seco a cena il Molza e Messer Gandolfo, facendo bonissima cera. Fu ancora suo grandissimo amico Messer Francesco Berni fiorentino, che gli scrisse un capitolo, al quale rispose fra’ Sebastiano con un altro assai bello, come quelli che essendo universale seppe anco a far versi toscani e burlevoli accommodarsi. Essendo fra’ Sebastiano morso da alcuni, i quali dicevano che pure era una vergogna che, poi che egli aveva il modo da vivere, non volesse più lavorare, rispondeva a questo modo: "Ora che io ho il modo da vivere non vo’ far nulla, perché sono oggi al mondo ingegni che fanno in due mesi quello che io soleva fare in due anni. E credo, s’io vivo molto, che non andrà troppo si vedrà dipinto ogni cosa. E da che questi tali fanno tanto, è bene ancora che ci sia chi non faccia nulla, acciò che eglino abbino quel più che fare". E con simili et altre piacevolezze, si andava fra’ Sebastiano, come quello che era tutto faceto e piacevole, trattenendo; e nel vero non fu mai il miglior compagno di lui. Fu, come si è detto, Bastiano molto amato da Michelagnolo. Ma è ben vero che, avendosi a dipigner la faccia della cappella del Papa, dove oggi è il Giudizio di esso Buonarroto, fu fra loro alquanto di sdegno, avendo persuaso fra’ Sebastiano al Papa che la facesse fare a Michelagnolo a olio là dove esso non voleva farla se non a fresco. Non dicendo dunque Michelagnolo né sì, né no et acconciandosi la faccia a modo di fra’ Sebastiano, si stette così Michelagnolo, senza metter mano all’opera, alcuni mesi; ma essendo pur sollecitato, egli finalmente disse che non voleva farla se non a fresco, e che il colorire a olio era arte da donna e da persone agiate et infingarde, come fra’ Bastiano; e così gettata a terra l’incrostatura fatta con ordine del frate, e fatto arricciare ogni cosa in modo da poter lavorare a fresco, Michelagnolo mise mano all’opera, non si scordando però l’ingiuria che gli pareva avere ricevuta da fra’ Sebastiano, col quale tenne odio quasi fin alla morte di lui. Essendo finalmente fra’ Sebastiano ridotto in termine che né lavorare, né fare alcun’altra cosa voleva, salvo che attendere all’esercizio del frate, cioè di quel suo uffizio, e fare buona vita, d’età d’anni sessantadue si ammalò di acutissima febbre che, per essere egli rubicondo e di natura sanguigna, gl’infiammò talmente gli spiriti, che in pochi giorni rendé l’anima a Dio, avendo fatto testamento e lasciato che il corpo suo fusse portato alla sepoltura senza cerimonie di preti o di frati, o spese di lumi, e che quel tanto che in ciò fare si sarebbe speso fusse distribuito a povere persone per amor di Dio; e così fu fatto. Fu sepolto nella chiesa del Popolo del mese di giugno l’anno 1547. Non fece molta perdita l’arte per la morte sua; perché subito che fu vestito frate del Piombo si potette egli annoverare fra i perduti. Vero è che per la sua dolce conversazione dolse a molti amici et artefici ancora. Stettono con Sebastiano in diversi tempi molti giovani per imparare l’arte, ma vi feciono poco profitto, perché dall’essempio di lui impararono poco altro che a vivere; eccetto però Tommaso Laureati ciciliano, il quale, oltre a molte altre cose, ha in Bologna con grazia condotto in un quadro una molto bella Venere et Amore che l’abbraccia e bacia. Il qual quadro è in casa Messer Francesco Bolognetti. Ha fatto parimente un ritratto del signor Bernardino Savelli, che è molto lodato, et alcune altre opere delle quali non accade far menzione.