Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Battista Franco

Battista Franco

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giovanni da Udine Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giovanfrancesco Rustichi IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Giovanni da Udine Giovanfrancesco Rustichi

VITA DI BATTISTA FRANCO PITTORE VINIZIANO

Battista Franco viniziano, avendo nella sua prima fanciullezza atteso al disegno come colui che tendeva alla perfezione di quell’arte, se n’andò di venti anni a Roma dove, poiché per alcun tempo con molto studio ebbe atteso al disegno e vedute le maniere di diversi, si risolvé non volere altre cose studiare, né cercare d’imitare, che i disegni, pitture e sculture di Michelagnolo; per che, datosi a cercare, non rimase schizzo, bozza o cosa non che altro stata ritratta da Michelagnolo, che egli non disegnasse. Onde non passò molto che fu de’ primi disegnatori che frequentassino la capella di Michelagnolo, e, che fu più, stette un tempo senza volere dipignere o fare altra cosa che disegnare. Ma venuto l’anno 1536, mettendosi a ordine un grandissimo e sontuoso apparato da Antonio da San Gallo per la venuta di Carlo Quinto imperatore, nel quale furono adoperati tutti gl’artefici buoni e cattivi, come in altro luogo s’è detto, Raffaello da Monte Lupo, che avea a fare l’ornamento di ponte Sant’Agnolo e le dieci statue che sopra vi furono poste, disegnò di far sì che Battista fusse adoperato anch’egli, avendolo visto fino disegnatore e giovane di bell’ingegno e di fargli dare da lavorare ad ogni modo; e così parlatone col San Gallo, fece tanto, che a Battista furono date a fare quattro storie grandi a fresco di chiaro scuro nella facciata della porta Capena, oggi detta di San Bastiano, per la quale aveva ad entrare l’imperatore; nelle quali Battista, senz’avere mai più tocco colori, fece sopra la porta l’arme di papa Paulo Terzo e quella di esso Carlo imperatore et un Romulo che metteva sopra quella del Pontefice un regno papale e sopra quella di Cesare una corona imperiale; il quale Romulo, che era una figura di cinque braccia, vestita all’antica e con la corona in testa, aveva dalla destra Numa Pompilio e dalla sinistra Tullo Ostilio, e sopra queste parole: "Quirinus Pater". In una delle storie, che erano nelle facciate de’ torrioni che mettono in mezzo la porta, era il maggior Scipione che trionfava di Cartagine, la quale avea fatta tributaria del popolo romano, e nell’altra a man ritta era il trionfo di Scipione minore, che la medesima avea rovinata e disfatta. In uno di due quadri che erano fuori de’ torrioni nella faccia dinanzi, si vedeva Annibale sotto le mura di Roma essere ributtato dalla tempesta, e nell’altro a sinistra Flacco entrare per quella porta al soccorso di Roma contra il detto Annibale. Le quali tutte storie e pitture, essendo le prime di Battista, e rispetto a quelle degl’altri furono assai buone e molto lodate; e se Battista avesse prima cominciato a dipignere et andare praticando tal volta i colori e maneggiare i pennegli, non ha dubbio che averebbe passato molti; ma lo stare ostinato in una certa openione che hanno molti, i quali si fanno a credere che il disegno basti a chi vuol dipignere, gli fece non piccolo danno. Ma con tutto ciò egli si portò molto meglio che non fecero alcuni di coloro che fecero le storie dell’arco di San Marco, nel quale furono otto storie, cioè quattro per banda, che le migliori di tutte furono parte fatte da Francesco Salviati e parte da un Martino et altri giovani tedeschi, che pur allora erano venuti a Roma per imparare; né lascerò di dire a questo proposito che il detto Martino, il quale molto valse nelle cose di chiaro scuro, fece alcune battaglie con tanta fierezza e sì belle invenzioni in certi affronti e fatti d’arme fra cristiani e turchi, che non si può far meglio. E, quello che fu cosa maravigliosa, fece il detto Martino e’ suoi uomini quelle tele con tanta sollecitudine e prestezza, perché l’opera fusse finita a tempo, che non si partivano mai dal lavoro, e perché era portato loro continuamente da bere e di buon greco, fra lo stare sempre ubriachi e riscaldati dal furor del vino e la pratica del fare, feciono cose stupende. Quando dunque videro l’opera di costoro il Salviati e Battista et il Calavrese, confessarono esser necessario che chi vuole esser pittore cominci ad adoperare i pennegli a buon’ora; la qual cosa avendo poi meglio discorsa da sé, Battista cominciò a non mettere tanto studio in finire i disegni, ma a colorire alcuna volta. Venendo poi il Monte Lupo a Fiorenza, dove si faceva similmente grandissimo apparato per ricevere il detto imperatore, Battista venne seco, et arrivati trovarono il detto apparato condotto a buon termine. Pure, essendo Battista messo in opera, fece un basamento tutto pieno di figure e trofei, sotto la statua che al canto de’ Carnesecchi avea fatta fra’ Giovann’Agnolo Montorsoli. Per che, conosciuto fra gl’artefici per giovane ingegnoso e valente, fu poi molto adoperato nella venuta di madama Margherita d’Austria, moglie del duca Alessandro, e particolarmente nell’apparato che fece Giorgio Vasari nel palazzo di Messer Ottaviano de’ Medici, dove avea la detta signora ad abitare. Finite queste feste, si mise Battista a disegnare con grandissimo studio le statue di Michelagnolo che sono nella sagrestia nuova di San Lorenzo; dove allora essendo volti a disegnare e fare di rilievo tutti i scultori e pittori di Firenze, fra essi acquistò assai Battista, ma fu nondimeno conosciuto l’error suo, di non aver mai voluto ritrarre dal vivo o colorire, né altro fare che imitare statue e poche altre cose, che gli avevano fatto in tal modo indurare et insecchire la maniera, che non se la potea levar da dosso, né fare che le sue cose non avessono del duro e del tagliente, come si vide in una tela dove fece con molta fatica e diligenza Lucrezia romana violata da Tarquinio. Dimorando dunque Battista in fra gli altri e frequentando la detta sagrestia, fece amicizia con Bartolomeo Amannati scultore, che in compagnia di molti altri là studiavano le cose del Buonarroto; e fu sì fatta l’amicizia, che il detto Amanati si tirò in casa Battista et il Genga da Urbino, e di compagnia vissero alcun tempo insieme et attesero con molto frutto agli studii dell’arte. Essendo poi stato morto l’anno 1536 il duca Alessandro e creato in suo luogo il signor Cosimo de’ Medici, molti de’ servitori del Duca morto rimasero a’ servigii del nuovo et altri no, e fra quelli che si partirono fu il detto Giorgio Vasari, il quale tornandosi ad Arezzo con animo di non più seguitare le corti, essendogli mancato il cardinale Ippolito de’ Medici, suo primo signore, e poi il duca Alessandro, fu cagione che Battista fu messo al servizio del duca Cosimo et a lavorare in guardaroba, dove dipinse in un quadro grande, ritraendogli da uno di fra’ Bastiano e da uno di Tiziano, papa Clemente et il cardinale Ippolito, e da un del Puntormo il duca Alessandro. Et ancor che questo quadro non fusse di quella perfezione che si aspettava, avendo nella medesima guardaroba veduto il cartone di Michelagnolo del Noli me tangere che aveva già colorito il Puntormo, si mise a far un cartone simile, ma di figure maggiori, e ciò fatto ne dipinse un quadro nel quale si portò molto meglio quanto al colorito; et il cartone che ritrasse, come stava apunto quel del Buonarroto, fu bellissimo e fatto con molta pacienza. Essendo poi seguita la cosa di Monte Murlo, dove furono rotti e presi i fuorusciti e rebelli del Duca, con bella invenzione fece Battista una storia della battaglia seguita, mescolata di poesia a suo capriccio, che fu molto lodata, ancor che in essa si riconoscessino nel fatto d’arme e far de’ prigioni molte cose state tolte di peso dall’opere e disegni del Buonarroto; perciò che essendo nel lontano il fatto d’arme, nel dinanzi erano i cacciatori di Ganimede che stavano a mirar l’uccello di Giove che se ne portava il giovinetto in cielo; la quale parte tolse Battista dal disegno di Michelagnolo, per servirsene e mostrare che il Duca giovinetto, nel mezzo de’ suoi amici, era per virtù di Dio salito in cielo, o altra cosa somigliante. Questa storia dico, fu prima fatta da Battista in cartone e poi dipinta in un quadro con estrema diligenza, et oggi è con l’altre dette opere sue nelle sale di sopra del palazzo de’ Pitti, che ha fatto ora finire del tutto sua eccellenza illustrissima. Essendosi dunque Battista con queste et alcun’altre opere trattenuto al servizio del Duca, insino a che egli ebbe presa per donna la signora donna Leonora di Tolledo, fu poi nell’apparato di quelle nozze adoperato all’arco trionfale della porta al Prato, dove gli fece fare Ridolfo Ghirlandaio alcune storie de’ fatti del signor Giovanni padre del duca Cosimo. In una delle quali si vedeva quel signore passare i fiumi del Po e dell’Adda, presente il cardinale Giulio de’ Medici che fu papa Clemente Settimo, il signor Prospero Colonna et altri signori, e nell’altro la storia del riscatto di San Secondo. Dall’altra banda fece Battista in un’altra storia la città di Milano et intorno a quella il campo della lega, che partendosi vi lascia il detto signor Giovanni; nel destro fianco dell’arco fece in un’altra da un lato l’Occasione, che avendo i capegli sciolti, con una mano gli porge al signor Giovanni, e dall’altro Marte che similmente gli porgeva la spada. In un’altra storia sotto l’arco era di mano di Battista il signor Giovanni che combatteva fra il Tesino e Biegrassa, sopra ponte Rozzo, difendendolo, quasi un altro Orazio, con incredibile bravura. Dirimpetto a questa era la presa di Caravaggio et in mezzo alla battaglia il signor Giovanni che passava fra ferro e fuoco per mezzo l’esercito nimico senza timore; fra le colonne a man ritta era in un ovato Garlasso preso dal medesimo con una sola compagnia di soldati, et a man manca fra l’altre due colonne il bastione di Milano tolto a’ nemici. Nel frontone che rimaneva alle spalle di chi entrava era il detto signore Giovanni a cavallo sotto le mura di Milano, che giostrando a singolar battaglia con un cavaliere, lo passava da banda a banda con la lancia; sopra la cornice maggiore, che va a trovare il fine dell’altra cornice, dove posa il frontespizio, in un’altra storia grande fatta da Battista con molta diligenza, era nel mezzo Carlo Quinto imperadore, che coronato di lauro sedeva sopra uno scoglio con lo scetro in mano, et a’ piedi gli giaceva il fiume Betis con un vaso che versava da due bocche, et a canto a questo era il fiume Danubio che con sette bocche versava le sue acque nel mare. Io non farò qui menzione d’un infinito numero di statue che in questo arco accompagnavano le dette et altre pitture, perciò che bastandovi dire al presente quello che appartiene a Battista Franco, non è mio ufficio quello raccontare che da altri nell’apparato di quelle nozze fu scritto lungamente senza che, essendosi parlato dove facea bisogno de’ maestri delle dette statue, superfluo sarebbe qualunche cosa qui se ne dicessi, e massimamente non essendo le dette statue in piedi, onde possano esser vedute e considerate. Ma tornando a Battista, la migliore cosa che facesse in quelle nozze fu uno dei dieci sopra detti quadri che erano nell’apparato del maggior cortile del palazzo de’ Medici, nel quale fece di chiaro scuro il duca Cosimo investito di tutte le ducali insegne. Ma con tutto che vi usasse diligenza, fu superato, dal Bronzino e da altri che avevano manco disegno di lui, nell’invenzione, nella fierezza e nel maneggiare il chiaro scuro, atteso (come s’è detto altra volta) che le pitture vogliono essere condotte facili e poste le cose a’ luoghi loro con giudizio e senza uno certo stento e fatica che fa le cose parere dure e crude; oltra che il troppo ricercarle le fa molte volte venir tinte e le guasta. Perciò che lo star loro tanto a torno toglie tutto quel buono che suole fare la facilità e la grazia e la fierezza; le quali cose, ancor che in gran parte vengano e s’abbiano da natura, si possono anco in parte acquistare dallo studio e dall’arte. Essendo poi Battista condotto da Ridolfo Ghirlandaio alla Madonna di Vertigli in Valdichiana, il qual luogo era già membro del monasterio degl’Angeli di Firenze dell’Ordine di Camaldoli et oggi è capo da sé in cambio del monasterio di San Benedetto, che fu per l’assedio di Firenze rovinato fuor della porta a Pinti, vi fece le già dette storie del chiostro, mentre Ridolfo faceva la tavola e gl’ornamenti dell’altar maggiore. E quelle finite, come s’è detto nella vita di Ridolfo, adornarno d’altre pitture quel santo luogo, che è molto celebre e nominato per i molti miracoli che vi fa la Vergine madre del Figliuol di Dio. Dopo, tornato Battista a Roma, quando a punto s’era scoperto il Giudizio di Michelagnolo, come quelli che era studioso della maniera e delle cose di quell’uomo, il vide volentieri e con infinita maraviglia il disegnò tutto; e poi risolutosi a stare in Roma, a Francesco cardinale Cornaro, il quale aveva rifatto a canto a San Piero il palazzo che abitava e risponde nel portico verso Camposanto, dipinse sopra gli stucchi una loggia che guarda verso la piazza, facendovi una sorte di grottesche tutte piene di storiette e di figure; la qual opera, che fu fatta con molta fatica e diligenza, fu tenuta molto bella. Quasi ne’ medesimi giorni, che fu l’anno 1538, avendo fatto Francesco Salviati una storia in fresco nella Compagnia della Misericordia, e dovendo dargli l’ultimo fine e mettere mano ad altre, ché molti particolari disegnavano farvi, per la concorrenza che fu fra lui et Iacopo del Conte, non si fece altro; la qual cosa intendendo Battista, andò cercando, con questo mezzo, occasione di mostrarsi da più di Francesco et il migliore maestro di Roma; perciò che adoperando amici e mezzi fece tanto, che monsignor della Casa, veduto un suo disegno, gliene allogò. Per che, messovi mano, vi fece a fresco San Giovanni Battista fatto pigliare da Erode e mettere in prigione. Ma con tutto che questa pittura fusse condotta con molta fatica, non fu a gran pezzo tenuta pari a quella del Salviati, per essere fatta con stento grandissimo e d’una maniera cruda e malinconica, che non aveva ordine nel componimento, né in parte alcuna punto di quella grazia e vaghezza di colorito che aveva quella di Francesco. E da questo si può fare giudizio, che coloro i quali seguitando quest’arte si fondano in far bene un torso, un braccio et una gamba o altro membro ben ricerco di muscoli, e che l’intendere bene quella parte sia il tutto, sono ingannati; perciò che una parte non è il tutto dell’opera, e quegli la conduce interamente perfetta e con bella e buona maniera, che fatte bene le parti sa farle proporzionatamente corrispondere al tutto, e che oltre ciò fa che la composizione delle figure esprime e fa bene quell’effetto che dee fare senza confusione. E sopra tutto si vuole avvertire che le teste siano vivaci, pronte, graziose e con bell’arte, e che la maniera non sia cruda, ma sia negl’ignudi tinta talmente di nero, ch’ell’abbiano rilievo, sfugghino e si allontanino secondo che fa bisogno, per non dir nulla delle prospettive de’ paesi e dell’altre parti che le buone pitture richieggiono; né che nel servirsi delle cose d’altri si dee fare per sì fatta maniera, che non si conosca così agevolmente. Si accorse dunque tardi Battista d’aver perduto tempo fuor di bisogno dietro alle minuzie di muscoli et al disegnare con troppa diligenza, non tenendo conto dell’altre parti dell’arte. Finita quest’opera, che gli fu poco lodata, si condusse Battista, per mezzo di Bartolomeo Genga, a’ servigi del duca d’Urbino, per dipignere nella chiesa e capella, che è unita col palazzo d’Urbino, una grandissima volta. E là giunto, si diede subito senza pensare altro a fare i disegni secondo l’invenzione di quell’opera e senza fare altro spartimento. E così a imitazione del Giudizio del Buonarroto, figurò in un cielo la gloria de’ Santi, sparsi per quella volta sopra certe nuvole, e con tutti i cori degl’angeli intorno a una Nostra Donna, la quale, essendo assunta in cielo, è aspettata da Cristo in atto di coronarla, mentre stanno partiti in diversi mucchi i patriarchi, i profeti, le sibille, gl’apostoli, i martiri, i confessori e le vergini, le quali figure in diverse attitudini mostrano rallegrarsi della venuta di essa Vergine gloriosa. La quale invenzione sarebbe stata certamente grande occasione a Battista di mostrarsi valentuomo, se egli avesse preso miglior via, non solo di farsi pratico ne’ colori a fresco, ma di governarsi con miglior ordine e giudizio in tutte le cose, che egli non fece. Ma egli usò in quest’opera il medesimo modo di fare che nell’altre sue, perciò che fece sempre le medesime figure, le medesime effigie, i medesimi panni e le medesime membra; oltreché il colorito fu senza vaghezza alcuna et ogni cosa fatta con difficultà e stentata. Laonde, finita del tutto, rimasero poco sodisfatti il duca Guidobaldo, il Genga e tutti gl’altri che da costui aspettavano gran cose e simili al bel disegno che egli mostrò loro da principio. E nel vero per fare un bel disegno Battista non avea pari e si potea dir valente uomo. La qual cosa conoscendo quel Duca e pensando che i suoi disegni, messi in opera da coloro che lavoravano eccellentemente vasi di terra a Castel Durante, i quali si erano molto serviti delle stampe di Raffaello da Urbino e di quelle d’altri valentuomini, riuscirebbono benissimo, fece fare a Battista infiniti disegni, che messi in opera in quella sorte di terra gentilissima sopra tutte l’altre d’Italia, riuscirono cosa rara. Onde ne furono fatti tanti e di tante sorte vasi, quanti sarebbono bastati e stati orrevoli in una credenza reale, e le pitture che in essi furono fatte non sarebbono state migliori, quando fussero state fatte a olio da eccellentissimi maestri. Di questi vasi adunque, che molto rassomigliano, quanto alla qualità della terra, quell’antica che in Arezzo si lavorava anticamente al tempo di Porsena re di Toscana, mandò il detto duca Guidobaldo una credenza doppia a Carlo Quinto imperadore et una al cardinal Farnese, fratello della signora Vettoria sua consorte. E devemo sapere che di questa sorte pitture in vasi non ebbono, per quanto si può giudicare, i romani; perciò che i vasi che si sono trovati di que’ tempi pieni delle ceneri de’ loro morti o in altro modo sono pieni di figure graffiate e campite d’un colore solo in qualche parte, o nero, o rosso, o bianco e non mai con lustro d’invetriato, né con quella vaghezza e varietà di pitture che si sono vedute e veggiono a’ tempi nostri; né si può dire che se forse l’avevano, sono state consumate le pitture dal tempo e dallo stare sotterrate, però che veggiamo queste nostre diffendersi da tutte le malignità del tempo e da ogni cosa; onde starebbono per modo di dire quattromil’anni sotto terra, che non si guasterebbono le pitture. Ma ancora che di sì fatti vasi e pitture si lavori per tutta Italia, le migliori terre e più belle nondimeno sono quelle che si fanno, come ho detto, a Castel Durante, terra dello stato d’Urbino, e quelle di Faenza, che per lo più che migliori, sono bianchissime e con poche pitture e quelle nel mezzo o intorno, ma vaghe e gentili affatto. Ma tornando a Battista, nelle nozze che poi si fecero in Urbino del detto signor Duca e signora Vettoria Farnese, egli, aiutato da’ suoi giovani, fece negl’archi ordinati dal Genga, il quale fu capo di quell’apparato, tutte le storie di pitture che vi andarono, ma perché il Duca dubitava che Battista non avesse finito a tempo, essendo l’impresa grande, mandò per Giorgio Vasari, che allora faceva in Arimini ai monaci bianchi di Scolca olivetani una capella grande a fresco e la tavola dell’altare maggiore a olio, acciò che andasse ad aiutare in quell’apparato il Genga e Battista. Ma sentendosi il Vasari indisposto, fece sua scusa con sua eccellenza e le scrisse che non dubitasse, perciò che era la virtù e sapere di Battista tale, che arebbe, come poi fu vero, a tempo finito ogni cosa. Et andando poi, finite l’opere d’Arimini, in persona a fare scusa et a visitare quel Duca, sua eccellenza gli fece vedere, perché la stimasse, la detta capella stata dipinta da Battista, la quale molto lodò il Vasari e raccomandò la virtù di colui che fu largamente sodisfatto dalla molta benignità di quel signore. Ma è ben vero che Battista allora non era in Urbino, ma in Roma, dove attendeva a disegnare non solo le statue, ma tutte le cose antiche di quella città per farne, come fece, un gran libro che fu opera lodevole. Mentre adunque che attendeva Battista a disegnare in Roma, Messer Giovann’Andrea dall’Anguillara, uomo in alcuna sorte di poesie veramente raro, avea fatto una compagnia di diversi begl’ingegni e facea fare nella maggior sala di Santo Apostolo una ricchissima scena et apparato per recitare comedie di diversi autori a gentiluomini, signori e gran personaggi, et aveva fatti fare gradi per diverse sorti di spettatori, e per i cardinali et altri gran prelati, accommodate alcune stanze donde per gelosie potevano senza esser veduti, vedere et udire. E perché nella detta compagnia erano pittori, architetti, scultori et uomini che avevano a recitare e fare altri ufficii, a Battista et all’Amannato fu dato cura, essendo fatti di quella brigata, di far la scena et alcune storie et ornamenti di pitture, le quali condusse Battista, con alcune statue che fece l’Amannato, tanto bene, che ne fu sommamente lodato. Ma perché la molta spesa in quel luogo superava l’entrata, furono forzati Messer Giovann’Andrea e gl’altri levare la prospettiva e gl’altri ornamenti di Santo Apostolo e condurgli in strada Giulia nel tempio nuovo di S. Biagio, dove avendo Battista di nuovo accommodato ogni cosa, si recitarono molte comedie con incredibile sodisfazione del popolo e cortigiani di Roma, e di qui poi ebbono origine i comedianti che vanno attorno chiamati i Zanni. Dopo queste cose venuto l’anno 1550, fece Battista insieme con Girolamo Seciolante da Sermoneta, al cardinale di Cesis nella facciata del suo palazzo, un’arme di papa Giulio III stato creato allora nuovo pontefice, con tre figure et alcuni putti che furono molto lodate. E quella finita, dipinse nella Minerva, in una capella stata fabricata da un canonico di S. Piero e tutta ornata di stucchi, alcune storie della Nostra Donna e di Gesù Cristo in uno spartimento della volta, che furono la miglior cosa che insino allora avesse mai fatto. In una delle due facciate dipinse la Natività di Gesù Cristo con alcuni pastori et Angeli che cantano sopra la capanna, e nell’altra la Resurrezione di Cristo con molti soldati in diverse attitudini d’intorno al sepolcro, e sopra ciascuna delle dette storie in certi mezzi tondi fece alcuni profeti grandi e finalmente, nella facciata dell’altare, Cristo crucifisso, la Nostra Donna, S. Giovanni, S. Domenico et alcun’altri Santi nelle nicchie, ne’ quali tutti si portò molto bene e da maestro eccellente. Ma perché i suoi guadagni erano scarsi e le spese di Roma sono grandissime, dopo aver fatto alcune cose in tela, che non ebbono molto spaccio, se ne tornò, pensando nel mutar paese anco fortuna, a Vinezia sua patria, dove mediante quel suo bel mo’ di disegnare fu giudicato valentuomo; e pochi giorni dopo datogli a fare per la chiesa di S. Francesco della Vigna, nella capella di Monsignor Barbaro, eletto patriarca d’Aquileia, una tavola a olio, nella quale dipinse S. Giovanni che battezza Cristo nel Giordano, in aria Dio Padre, a basso due putti che tengono le vestimenta di esso Cristo, e negli angoli la Nunziata, et a’ piè di queste figure finse una tela sopraposta con buon numero di figure piccole et ignude, cioè d’angeli, demonii et anime in purgatorio, e con un motto che dice: "In nomine Iesu omne genuflectatur". La qual opera, che certo fu tenuta molto buona, gl’acquistò gran nome e credito, anzi fu cagione che i frati de’ zoccoli, i quali stanno in quel luogo et hanno cura della chiesa di S. Iobbe in Canareio, gli facessero fare in detto S. Iobbe, alla capella di Ca’ Foscari, una Nostra Donna che siede col Figliuolo in collo, un S. Marco da un lato, una Santa dall’altro et in aria alcuni Angeli che spargono fiori. In S. Bartolomeo alla sepoltura di Cristofano Fuccheri mercatante todesco fece in un quadro l’Abondanza, Mercurio et una Fama; a Messer Antonio della Vecchia viniziano dipinse in un quadro di figure grandi quanto il vivo e bellissime Cristo coronato di spine et alcuni farisei intorno che lo scherniscono. Intanto essendo stata col disegno di Iacopo Sansovino condotta nel palazzo di S. Marco (come a suo luogo si dirà) di muraglia la scala che va dal terzo piano in su et adorna con varii partimenti di stucchi da Alessandro scultore e creato del Sansovino, dipinse Battista per tutto grotteschine minute et in certi vani maggiori buon numero di figure a fresco, che assai sono state lodate dagli artefici; e dopo fece il palco del ricetto di detta scala. Non molto di poi quando furono dati, come s’è detto di sopra, a fare tre quadri per uno ai migliori e più reputati pittori di Vinezia, per la libreria di San Marco, con patto che chi meglio si portasse a giudizio di que’ magnifici senatori guadagnasse, oltre al premio ordinario, una collana d’oro, Battista fece in detto luogo tre storie con due filosofi fra le finestre e si portò benissimo, ancor che non guadagnasse il premio dell’onore, come dicemmo di sopra. Dopo le quali opere, essendogli allogato dal patriarca Grimani una capella in San Francesco dalla Vigna, che è la prima a man manca entrando in chiesa, Battista vi mise mano e cominciò a fare per tutta la volta ricchissimi spartimenti di stucchi e di storie in figure a fresco, lavorandovi con diligenza incredibile. Ma o fusse la trascuraggine sua, o l’aver lavorato alcune cose a fresco per le ville d’alcuni gentiluomini e forse sopra mura freschissime, come intesi, prima che avesse la detta capella finita, si morì; et ella, rimasa imperfetta, fu poi finita da Federigo Zucchero da Sant’Agnolo in Vado, giovane e pittore eccellente tenuto in Roma de’ migliori, il quale fece a fresco nelle faccie dalle bande Maria Madalena che si converte alla predicazione di Cristo e la ressurezione di Lazzero suo fratello, che sono molto graziose pitture. E finite le facciate, fece il medesimo nella tavola dell’altare l’adorazione de’ Magi, che fu molto lodata. Hanno dato nome e credito grandissimo a Battista, il quale morì l’anno 1561, molti suoi disegni stampati, che sono veramente da essere lodati. Nella medesima città di Vinezia e quasi ne’ medesimi tempi è stato, ed è vivo ancora, un pittore chiamato Iacopo Tintoretto, il quale si è dilettato di tutte le virtù e particolarmente di sonare di musica e diversi strumenti, et oltre ciò piacevole in tutte le sue azzioni, ma nelle cose della pittura stravagante, capriccioso, presto e risoluto et il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura, come si può vedere in tutte le sue opere e ne’ componimenti delle storie, fantastiche e fatte da lui diversamente e fuori dell’uso degl’altri pittori; anzi ha superata la stravaganza, con le nuove e capricciose invenzioni e strani ghiribizzi del suo intelletto che ha lavorato a caso e senza disegno, quasi mostrando che quest’arte è una baia. Ha costui alcuna volta lasciato le bozze per finire, tanto a fatica sgrossate, che si veggiono i colpi de’ pennegli fatti dal caso e dalla fierezza, più tosto che dal disegno e dal giudizio. Ha dipinto quasi di tutte le sorti pitture a fresco, a olio, ritratti di naturale et ad ogni pregio, di maniera, che con questi suoi modi ha fatto e fa la maggior parte delle pitture che si fanno in Vinezia. E perché nella sua giovanezza si mostrò in molte bell’opere di gran giudizio, se egli avesse conosciuto il gran principio che aveva dalla natura et aiutatolo con lo studio e col giudizio, come hanno fatto coloro che hanno seguitato le belle maniere de’ suoi maggiori e non avesse come ha fatto tirato via di pratica, sarebbe stato uno de’ maggiori pittori che avesse avuto mai Vinezia. Non che per questo si toglia che non sia fiero e buon pittore e di spirito svegliato, capriccioso e gentile. Essendo dunque stato ordinato dal senato che Iacopo Tintoretto e Paulo Veronese, allora giovani di grande speranza, facessero una storia per uno nella sala del gran consiglio, et una Orazio figliuolo di Tiziano, il Tintoretto dipinse nella sua Federigo Barbarossa coronato dal Papa, figurandovi un bellissimo casamento et intorno al Pontefice gran numero di cardinali e di gentiluomini viniziani, tutti ritratti di naturale, e da basso la musica del Papa, nel che tutto si portò di maniera, che questa pittura può stare a canto a quella di tutti e d’Orazio detto, nella quale è una battaglia fatta a Roma fra i todeschi del detto Federigo et i romani, vicina a Castel Sant’Agnolo et al Tevere; et in questa è fra l’altre cose un cavallo in iscorto che salta sopra un soldato armato, che è bellissimo; ma vogliono alcuni che in quest’opera Orazio fusse aiutato da Tiziano suo padre. Appresso a queste Paulo Veronese, del quale si è parlato nella vita di Michele San Michele, fece nella sua il detto Federigo Barbarossa che apprestatosi alla corte bacia la mano a papa Ottaviano in pregiudizio di papa Alessandro Terzo, et oltre a questa storia, che fu bellissima, dipinse Paulo sopra una finestra quattro gran figure: il Tempo, l’Unione con un fascio di bacchette, la Pacienza e la Fede, nelle quali si portò bene quanto più non saprei dire. Non molto dopo, mancando un’altra storia in detta sala, fece tanto il Tintoretto con mezzi e con amici, ch’ella gli fu data a fare, onde la condusse di maniera, che fu una maraviglia e che ella merita di essere fra le migliori cose, che mai facesse, annoverata: tanto poté in lui il disporsi di voler paragonare, se non vincere e superare, i suoi concorrenti che avevano lavorato in quel luogo. E la storia che egli vi dipinse, acciò anco da quei che non sono dell’arte sia conosciuta, fu papa Alessandro che scomunica et interdice Barbarossa, et il detto Federigo che per ciò fa che i suoi non rendono più ubidienza al Pontefice. E fra l’altre cose capricciose che sono in questa storia, quella è bellissima dove il Papa et i cardinali, gettando da un luogo alto le torce e candele, come si fa quando si scomunica alcuno, è da basso una baruffa d’ignudi che s’azzuffano per quelle torce e candele, la più bella e più vaga del mondo. Oltre ciò, alcuni basamenti, anticaglie e ritratti di gentiluomini, che sono sparsi per questa storia, sono molto ben fatti e gl’acquistarono grazia e nome appresso d’ognuno, onde in S. Rocco, nella capella maggiore, sotto l’opera del Pordenone, fece duoi quadri a olio grandi quanto è larga tutta la capella, cioè circa braccia dodici l’uno. In uno finse una prospettiva come d’uno spedale pieno di letta e d’infermi in varie attitudini, i quali sono molto medicati da Santo Rocco, e fra questi sono alcuni ignudi molto bene intesi et un morto in iscorto che è bellissimo; nell’altro è una storia parimente di Santo Rocco piena di molto belle e graziose figure et insomma tale ch’ell’è tenuta delle migliori opere che abbia fatto questo pittore; a mezza la chiesa in una storia della medesima grandezza fece Gesù Cristo che alla probatica piscina sana l’infermo, che è opera similmente tenuta ragionevole. Nella chiesa di Santa Maria dell’Orto, dove si è detto di sopra che dipinsero il palco Cristofano et il fratello, pittori bresciani, ha dipinto il Tintoretto le due facciate, cioè a olio sopra tele, della capella maggiore, alte dalla volta insino alla cornice del sedere braccia ventidue. In quella che è a man destra ha fatto Moisè, il quale tornando dal monte dove da Dio aveva avuta la legge, truova il popolo che adora il vitel d’oro, e dirimpetto a questa, nell’altra, è il Giudizio Universale del novissimo giorno, con una stravagante invenzione che ha veramente dello spaventevole e del terribile per la diversità delle figure che vi sono di ogni età e d’ogni sesso, con strafori e lontani d’anime beate e dannate. Vi si vede anco la barca di Caronte, ma d’una maniera tanto diversa dall’altre, che è cosa bella e strana, e se quella capricciosa invenzione fusse stata condotta con disegno corretto e regolato et avesse il pittore atteso con diligenza alle parti et ai particolari, come ha fatto al tutto, esprimendo la confusione, il garbuglio e lo spavento di quel dì, ella sarebbe pittura stupendissima. E chi la mira così a un tratto resta maravigliato, ma considerandola poi minutamente ella pare dipinta da burla. Ha fatto il medesimo in questa chiesa, cioè nei portegli dell’organo a olio la Nostra Donna che saglie i gradi del tempio, che è un’opera finita e la meglio condotta e più lieta pittura che sia in quel luogo. Similmente nei portegli dell’organo di Santa Maria Zebenigo fece la conversione di San Paulo, ma con non molto studio; nella Carità una tavola con Cristo deposto di croce, e nella sagrestia di San Sebastiano, a concorrenza di Paulo da Verona, che in quel luogo lavorò molte pitture nel palco e nelle facciate, fece sopra gl’armarii Moisè nel deserto et altre storie che furono poi seguitate da Natalino pittore viniziano e da altri. Fece poi il medesimo Tintoretto in San Iobbe all’altare della Pietà tre Marie, San Francesco, San Bastiano, San Giovanni et un pezzo di paese, e nei portegli dell’organo della chiesa de’ Servi, Santo Agostino e San Filippo, e di sotto Caino ch’uccide Abel suo fratello. In San Felice all’altare del Sacramento, cioè nel cielo della tribuna, dipinse i quattro Evangelisti e nella lunetta sopra l’altare una Nunziata, nell’altra Cristo che ora in sul Monte Oliveto, e nella facciata l’ultima cena che fece con gl’Apostoli. In San Francesco della Vigna è di mano del medesimo, all’altare del Deposto di croce, la Nostra Donna svenuta con altre Marie et alcuni Profeti, e nella scuola di San Marco da San Giovanni e Polo sono quattro storie grandi, in una delle quali è San Marco, che aparendo in aria, libera un suo divoto da molti tormenti, che se gli veggiono apparecchiati con diversi ferri da tormentare, i quali rompendosi, non gli poté mai adoperare il manigoldo contra quel devoto, et in questa è gran copia di figure, di scorti, d’armature, casamenti, ritratti et altre cose simili, che rendono molto ornata quell’opera. In un’altra è una tempesta di mare e San Marco similmente in aria che libera un altro suo divoto; ma non è già questa fatta con quella diligenza che la già detta. Nella terza è una pioggia et il corpo morto d’un altro divoto di San Marco e l’anima che se ne va in cielo; et in questa ancora è un componimento d’assai ragionevoli figure. Nella quarta, dove uno spiritato si scongiura, ha finto in prospettiva una gran loggia et in fine di quella un fuoco che la illumina con molti rinverberi; et oltre alle dette storie è all’altare un San Marco di mano del medesimo, che è ragionevole pittura. Queste opere adunque, e molte altre che si lasciano, bastando avere fatto menzione delle migliori, sono state fatte dal Tintoretto con tanta prestezza, che quando altri non ha pensato a pena che egli abbia cominciato, egli ha finito, et è gran cosa che con i più stravaganti tratti del mondo ha sempre da lavorare. Perciò che quando non bastano i mezzi e l’amicizie a fargli avere alcun lavoro, se dovesse farlo non che per piccolo prezzo, in dono e per forza, vuol farlo ad ogni modo. E non ha molto che avendo egli fatto nella scuola di San Rocco a olio in un gran quadro di tela la Passione di Cristo, si risolverono gl’uomini di quella Compagnia di fare di sopra dipignere nel palco qualche cosa magnifica et onorata, e perciò di allogare quell’opera a quello de’ pittori che erano in Vinezia il quale facesse migliore e più bel disegno. Chiamati adunque Iosef Salviati, Federico Zucchero, che allora era in Vinezia, Paulo da Verona et Iacopo Tintoretto, ordinarono che ciascuno di loro facesse un disegno, promettendo a colui l’opera, che in quello meglio si portasse. Mentre adunque gl’altri attendevano a fare con ogni diligenza i loro disegni, il Tintoretto tolta la misura della grandezza che aveva ad essere l’opera e tirata una gran tela, la dipinse senza che altro se ne sapesse con la solita sua prestezza e la pose dove aveva da stare. Onde ragunatasi una mattina la compagnia per vedere i detti disegni e risolversi, trovando il Tintoretto avere finita l’opera del tutto e postala al luogo suo. Per che adirandosi con esso lui e dicendo che avevano chiesto disegni e non datogli a far l’opera, rispose loro che quello era il suo modo di disegnare, che non sapeva far altrimenti e che i disegni e modelli dell’opere avevano a essere a quel modo per non ingannare nessuno; e finalmente, che se non volevano pagargli l’opera e le sue fatiche, che le donava loro. E così dicendo, ancor che avesse molte contrarietà, fece tanto, che l’opera è ancora nel medesimo luogo. In questa tela adunque è dipinto in un cielo Dio Padre che scende con molti Angeli ad abracciare San Rocco, e nel più basso sono molte figure che significano o vero rappresentano l’altre scuole maggiori di Vinezia, come la Carità, S. Giovanni Evangelista, la Misericordia, S. Marco e S. Teodoro, fatte tutte secondo la sua solita maniera. Ma perciò che troppo sarebbe lunga opera raccontare tutte le pitture del Tintoretto, basti avere queste cose ragionato di lui, che è veramente valente uomo e pittore da essere lodato. Essendo ne’ medesimi tempi in Vinezia un pittore chiamato Brazacco, creato di casa Grimani, il quale era stato in Roma molti anni, gli fu per favori dato a dipignere il palco della sala maggiore de’ Cavi de’ dieci. Ma conoscendo costui non poter far da sé et avere bisogno d’aiuto, prese per compagni Paulo da Verona e Battista Farinato, compartendo fra sé e loro nove quadri di pitture a olio che andavano in quel luogo: cioè quattro ovati ne’ canti, quattro quadri bislunghi et un ovato maggiore nel mezzo, e questo con tre de’ quadri dato a Paulo Veronese, il quale vi fece un Giove che fulmina i vizii et altre figure. Prese per sé due degl’altri ovati minori con un quadro, e due ne diede a Battista. In uno è Nettunno dio del mare e, ne gl’altri, due figure per ciascuno, dimostranti la grandezza e stato pacifico e quieto di Vinezia; et ancora che tutti e tre costoro si portassono bene, meglio di tutti si portò Paulo Veronese, onde meritò che da que’ signori gli fusse poi allogato l’altro palco ch’è a canto a detta sala, dove fece a olio, insieme con Battista Farinato, un S. Marco in aria sostenuto da certi Angeli, e da basso una Vinezia in mezzo alla Fede, Speranza e Carità, la quale opera ancor che fusse bella, non fu in bontà pari alla prima. Fece poi Paulo solo nella Umiltà, in un ovato grande d’un palco, un’assunzione di Nostra Donna con altre figure, che fu una lieta, bella e ben intesa pittura. È stato similmente a’ dì nostri buon pittore in quella città Andrea Schiavone, dico buono perché ha pur fatto tal volta per disgrazia alcuna buon’opera e perché ha imitato sempre, come ha saputo il meglio, le maniere de’ buoni. Ma perché la maggior parte delle sue cose sono stati quadri, che sono per le case de’ gentiluomini, dirò solo d’alcune che sono publiche: nella chiesa di San Sebastiano in Vinezia, alla capella di quegli da Ca’ Pellegrini, ha fatto un San Iacopo con due pellegrini; nella chiesa del Carmine, nel cielo d’un coro ha fatto un’Assunta con molti Angeli e Santi, e nella medesima chiesa, alla capella della Presentazione, ha dipinto Cristo puttino, dalla Madre presentato al tempio, con molti ritratti di naturale; ma la migliore figura che vi sia è una donna che allatta un putto et ha addosso un panno giallo, la quale è fatta con una certa pratica che s’usa a Vinezia, di macchie o vero bozze, senza esser finita punto. A costui fece fare Giorgio Vasari l’anno millecinquecento e quaranta in una gran tela a olio, la battaglia che poco innanzi era stata fra Carlo Quinto e Barbarossa, la quale opera, che fu delle migliori che Andrea Schiavone facesse mai e veramente bellissima, è oggi in Fiorenza in casa gl’eredi del Magnifico Messer Ottaviano de’ Medici, al quale fu mandata a donare dal Vasari.

FINE DELLA VITA DI BATTISTA FRANCO, PITTORE VINIZIANO