Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Baccio d'Agnolo

Baccio d'Agnolo

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco Granacci Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Valerio Vicentino, Giovanni da Castel Bolognese, Matteo del Nasaro e altri eccellenti intagliatori di camei e gioie IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Francesco Granacci Valerio Vicentino, Giovanni da Castel Bolognese, Matteo del Nasaro e altri eccellenti intagliatori di camei e gioie

VITA DI BACCIO D’AGNOLO ARCHITETTORE FIORENTINO

Sommo piacere mi piglio alcuna volta nel vedere i principii degl’artefici nostri, per veder salire molto tallora di basso in alto, e specialmente nell’architettura; la scienza della quale non è stata esercitata da parecchi anni a dietro se non da intagliatori o da persone soffistiche, che facevano professione sanza saperne pure i termini et i primi principii d’intendere la prospettiva. E pur è vero che non si può esercitare l’architettura perfettamente se non da coloro che hanno ottimo giudizio e buon disegno, o che in pitture, sculture o cose di legname abbiano grandemente operato. Conciò sia che in essa si misurano i corpi delle figure loro, che sono le colonne, le cornici, i basamenti e tutti l’ordin di quella; i quali a ornamento delle figure son fatti, e non per altra cagione. E per questo i legnaiuoli, di continuo maneggiandogli, diventano in ispazio di tempo architetti; e gli scultori similmente, per lo situare le statue loro, e per fare ornamenti a sepolture et altre cose tonde, col tempo l’intendono; et il pittore, per le prospettive e per la varietà dell’invenzioni, e per i casamenti da esso tirati, non può fare che le piante degl’edificii non faccia; attesoché non si pongono case né scale ne’ piani dove le figure posano, che la prima cosa non si tiri l’ordine e l’architettura. Lavorando dunque di rimessi Baccio nella sua giovanezza eccellentemente, fece le spalliere del coro di Santa Maria Novella nella capella maggiore, nella quale sono un San Giovanni Battista et un San Lorenzo bellissimi. D’intaglio lavorò l’ornamento della medesima capella e quello dell’altar maggiore della Nunziata, l’ornamento dell’organo di Santa Maria Novella et altre infinite cose, e publiche e private, nella sua patria Fiorenza. Della quale partendosi, andò a Roma, dove attese con molto studio alle cose d’architettura e, tornato, fece per la venuta di papa Leone Decimo, in diversi luoghi, archi trionfali di legname. Ma per tutto ciò non lasciando mai la bottega, vi dimoravano assai con esso lui, oltre a molti cittadini, i migliori e primi artefici dell’arte nostre; onde vi si facevano, massimamente la vernata, bellissimi discorsi e dispute d’importanza. Il primo di costoro era Raffaello da Urbino, allora giovane, e dopo Andrea Sansovino, Filippino, il Maiano, il Cronaca, Antonio e Giuliano Sangalli, il Granaccio, et alcuna volta, ma però di rado, Michelagnolo e molti giovani fiorentini e forestieri. Avendo adunque per sì fatta maniera atteso Baccio all’architettura, et avendo fatto di sé alcuno esperimento, cominciò a essere a Firenze in tanto credito, che le più magnifiche fabriche che al suo tempo si facessero, furono allogate a lui et egli fattone capo. Essendo gonfaloniere Piero Soderini, Baccio insieme col Cronaca et altri, come si è detto di sopra, si trovò alle deliberazzioni che si fecero della sala grande di palazzo; e di sua mano lavorò di legname l’ornamento della tavola grande, che abbozzò fra’ Bartolomeo, disegnato da Filippino. In compagnia de’ medesimi fece la scala che va in detta sala, con ornamento di pietra molto bello; e di mischio le colonne e porte di marmo della sala, che oggi si chiama de’ Dugento. Fece in sulla piazza di Santa Trinita un palazzo a Giovanni Bartolini, il quale è dentro molto adornato, e molti disegni per lo giardino del medesimo in Gualfonda. E perché fu il primo edifizio, quel palazzo, che fusse fatto con ornamento di finestre quadre, con frontispizii e con porta le cui colonne reggessino architrave, fregio e cornice, furono queste cose tanto biasimate dai fiorentini con parole, con sonetti e con appiccarvi filze di frasche, come si fa alle chiese per le feste, dicendosi che aveva più forma di facciata di tempio che di palazzo, che Baccio fu per uscir di cervello. Tuttavia, sapendo egli che aveva imitato il buono e che l’opera stava bene, se ne passò. Vero è che la cornice di tutto il palazzo riuscì, come si è detto in altro luogo, troppo grande, tuttavia l’opera è stata per altro sempre molto lodata. A Lanfredino Lanfredini fece fabricare lungo Arno la casa loro, che è fra il ponte a Santa Trinita et il ponte alla Carraia, e su la piazza de’ Mozzi cominciò, ma non finì, la casa de’ Nasi, che risponde in sul renaio d’Arno. Fece ancora la casa de’ Taddei, a Taddeo di quella famiglia, che fu tenuta commodissima e bella. Diede a Pierfrancesco Borgherini i disegni della casa che fece in borgo Santo Apostolo; et in quella con molta spesa fece far gl’ornamenti delle porte, camini bellissimi; e particolarmente fece per ornamento d’una camera cassoni di noce pieni di putti intagliati con somma diligenza. La quale opera sarebbe oggi impossibile a condurre a tanta perfezzione con quanta la condusse egli. Diedegli il disegno della villa che e’ fece fare sul poggio di Bellosguardo, che fu di bellezza e di comodità grande e di spesa infinita. A Giovanmaria Benintendi fece un’anticamera et un recinto d’un ornamento, per alcune storie fatte da eccellenti maestri, che fu cosa rara. Fece il medesimo il modello della chiesa di S. Giuseppo da Santo Nofri, e fece fabricare la porta, che fu l’ultima opera sua. Fece condurre di fabrica il campanile di Santo Spirito in Fiorenza, che rimase imperfetto: oggi per ordine del duca Cosimo si finisce col medesimo disegno di Baccio. E similmente quello di San Miniato di Monte, dall’artiglieria del campo battuto, non però fu mai rovinato. Per lo che non minor fama s’acquistò per l’offesa che fece a’ nemici, che per la bontà e bellezza con che Baccio l’aveva fatto lavorare e condurre. Essendo poi Baccio, per la sua bontà e per essere molto amato dai cittadini, nell’Opera di Santa Maria del Fiore per architetto, diede il disegno di fare il ballatoio che cigne intorno la cupola; il quale Pippo Brunelleschi, sopragiunto dalla morte, aveva lasciato a dietro. E benché egli avesse anco di questo fatto il disegno, per la poca diligenza de’ ministri dell’Opera, erano andati male e perduti. Baccio adunque, avendo fatto il disegno e modello di questo ballatoio, mise in opera tutta la banda che si vede verso il canto de’ Bischeri. Ma Michelagnolo Buonarroti, nel suo ritorno da Roma, veggendo che nel farsi quest’opera si tagliavano le morse che aveva lasciato fuori non senza proposito Filippo Brunelleschi, fece tanto rumore che si restò di lavorare, dicendo esso che gli pareva che Baccio avesse fatto una gabbia da grilli, e che quella machina sì grande richiedeva maggior cosa e fatta con altro disegno, arte e grazia che non gli pareva che avesse il disegno di Baccio, e che mostrarebbe egli come s’aveva da fare. Avendo dunque fatto Michelagnolo un modello, fu la cosa lungamente disputata fra molti artefici e cittadini intendenti davanti al cardinale Giulio de’ Medici. E finalmente non fu, né l’un modello, né l’altro messo in opera. Fu biasimato il disegno di Baccio in molte parti, non che di misura in quel grado non stesse bene, ma perché troppo diminuiva a comparazzione di tanta machina. E per queste cagioni non ha mai avuto questo ballatoio il suo fine. Attese poi Baccio a fare i pavimenti di Santa Maria del Fiore, et altre sue fabriche, che non erano poche, tenendo egli cura particolare di tutti i principali monasterii e conventi di Firenze, e di molte case di cittadini dentro e fuori della città. Finalmente vicino a 83 anni, essendo anco di saldo e buon giudizzio, andò a miglior vita nel 1543, lasciando Giuliano, Filippo e Domenico suoi figliuoli, dai quali fu fatto sepellire in San Lorenzo. De’ quali suoi figliuoli, che tutti dopo Baccio atteser all’arte dell’intaglio e falegname, Giuliano, che era il secondo, fu quegli che con maggiore studio, vivendo il padre, e dopo, attese all’architettura. Onde col favore del duca Cosimo succedette nel luogo del padre all’Opera di Santa Maria del Fiore, e seguitò non pure in quel tempio quello che il padre avea cominciato, ma tutte l’altre muraglie ancora, le quali per la morte di lui erano rimase imperfette. Et avendo in quel tempo Messer Baldassarre Turini da Pescia a collocare una tavola di mano di Raffaello da Urbino nella principale chiesa di Pescia, di cui era proposto, e farle un ornamento di pietra intorno, anzi una capella intera et una sepoltura, condusse il tutto con suoi disegni e modelli Giuliano, il quale rassettò al medesimo la sua casa di Pescia con molte belle et utili commodità. Fuor di Fiorenza a Montughi fece il medesimo a Messer Francesco Campana, già primo segretario del duca Alessandro e poi del duca Cosimo de’ Medici, una casetta piccola a canto alla chiesa, ma ornatissima e tanto ben posta, che vagheggia, essendo alquanto rilevata, tutta la città di Firenze et il piano intorno. Et a Colle, patria del medesimo Campana, fu murata una commodissima e bella casa col disegno del detto Giuliano; il quale poco appresso cominciò per Messer Ugolino Grifoni, monsignor d’Altopascio, un palazzo a San Miniato al Tedesco che fu cosa magnifica. Et a Ser Giovanni Conti, uno de’ segretarii del detto signor duca Cosimo, acconciò, con molti belli e commodi ornamenti, la casa di Firenze; ma ben è vero che nel fare le due finestre inginocchiate, le quali rispondono in sulla strada, uscì Giuliano del modo suo ordinario, e le tritò tanto con risalti, mensoline e rotti, ch’elle tengono più della maniera tedesca che dell’antica e moderna, vera e buona. E nel vero le cose d’architettura vogliono essere maschie, sode e semplici, et arricchite poi dalla grazia del disegno e da un sugetto vario nella composizione, che non alteri col poco o col troppo, né l’ordine dell’architettura, né la vista di chi intende. Intanto, essendo tornato Baccio Bandinelli da Roma, dove aveva finito le sepolture di Leone e Clemente, persuase al signor Duca Cosimo, allora giovinetto, che facesse nella sala grande del palazzo ducale una facciata in testa tutta piena di colonne e nicchie, con un ordine di ricche statue di marmo, la qual facciata rispondesse con finestre di marmo e macigni in piazza. A che fare risoluto il Duca, mise mano il Bandinello a fare il disegno, ma trovato, come si è detto nella vita del Cronaca, che la detta sala era fuor di squadra, e non avendo mai dato opera all’architettura il Bandinello, come quello che la stimava arte di poco valore e si faceva maraviglia e rideva di chi le dava opera, veduta la difficultà di quest’opera, fu forzato conferire il suo disegno con Giuliano e pregarlo che come architettore gli guidasse quell’opera. E così, messi in opera tutti gli scarpellini et intagliatori di Santa Maria del Fiore, si diede principio alla fabrica, risoluto il Bandinello, col consiglio di Giuliano, di far che quell’opera andasse fuor di squadra, secondando in parte la muraglia. Onde avenne che gli bisognò fare tutte le pietre con le quadrature bieche, e con molta fatica condurle col pifferello, ch’è uno strumento d’una squadra zoppa. Il che diede tanto disgrazia all’opera che, come si dirà nella vita del Bandinello, è stato difficile ridurla in modo che ella accompagni l’altre cose. La qual cosa non sarebbe avenuta se il Bandinello avesse posseduto le cose d’architettura come egli possedeva quelle della scultura; per non dir nulla che le nicchie grandi, dove sono dentro nelle rivolte verso le facciate, riuscivano nane, e non senza difetto quella del mezzo, come si dirà nella vita di detto Bandinello. Quest’opera, dopo esservisi lavorato dieci anni, fu messa da canto, e così si è stata qualche tempo. Vero è che le pietre scorniciate e le colonne così di pietra del fossato come quelle di marmo furono condotte con diligenza grandissima dagli scarpellini et intagliatori per cura di Giuliano, e dopo tanto ben murate, che non è possibile vedere le più belle commettiture, e quadre tutte. Nel che fare si può Giuliano celebrare per eccellentissimo; e quest’opera, come si dirà a suo luogo, fu finita in cinque mesi, con una aggiunta, da Giorgio Vasari aretino. Giuliano intanto, non lasciando la bottega, attendeva insieme con i fratelli a fare di molte opere di quadro e d’intaglio, et a far tirare inanzi il pavimento di Santa Maria del Fiore. Nel qual luogo, perché si trovava capomaestro et architettore, fu ricerco dal medesimo Bandinello di far piante in disegno e modelli di legno sopra alcune fantasie di figure et altri ornamenti, per condurre di marmo l’altar maggiore di detta Santa Maria del Fiore. Il che Giuliano fece volentieri, come buonaria persona e da bene, e come quello che tanto si dilettava dell’architettura, quanto la spregiava il Bandinello; essendo anco a ciò tirato dalle promesse d’utili e d’onori, che esso Bandinello largamente faceva. Giuliano dunque, messo mano al detto modello, lo ridusse assai conforme a quello che già era semplicemente stato ordinato dal Brunellesco, salvo che Giuliano lo fece più ricco, radoppiando con le colonne l’arco disopra, il quale condusse a fine. Essendo poi questo modello et insieme molti disegni portato dal Bandinello al duca Cosimo, sua eccellenza illustrissima si risolvé con animo regio a fare non pure l’altare, ma ancora l’ornamento di marmo, che va intorno al coro, secondo che faceva l’ordine vecchio a otto faccie, con quegli ornamenti ricchi con i quali è stato poi condotto, conforme alla grandezza e magnificenza di quel tempio. Onde Giuliano con l’intervento del Bandinello diede principio a detto coro; senza alterar altro che l’entrata principale di quello, la qual è dirimpetto al detto altare, e la quale egli volle che fusse a punto et avesse il medesimo arco et ornamento che il proprio altare. Fece parimente due altri archi simili, che vengono con l’entrata e l’altare a far croce; e questi per due pergami come aveva anco il vecchio, per la musica et altri bisogni del coro e dell’altare. Fece in questo coro Giuliano un ordine ionico attorno all’otto faccie; et in ogni angolo pose un pilastro che si ripiega la metà, et in ogni faccia uno; e perché diminuiva al punto ogni pilastro che voltava al centro, veniva di dentro strettissimo e ripiegato, e dalla banda di fuori acuto e largo. La quale invenzione non fu molto lodata, né approvata per cosa bella di chi ha giudizio, atteso che in un’opera di tanta spesa et in luogo così celebre, doveva il Bandinello, se non apprezzava egli l’architettura o non l’intendeva, servirsi di chi allora era vivo et arebbe saputo e potuto far meglio. Et in questo Giuliano merita scusa perché fece quello che seppe, che non fu poco, se bene è più che vero, che chi non ha disegno e grande invenzione da sé, sarà sempre povero di grazia, di perfezione e di giudizio ne’ componimenti grandi d’architettura; fece Giuliano un lettuccio di noce per Filippo Strozzi, che è oggi a Città di Castello in casa degl’eredi del signor Alessandro Vitelli, et un molto ricco e bel fornimento a una tavola che fece Giorgio Vasari all’altare maggiore della badia di Camaldoli, in Casentino, col disegno di detto Giorgio; e nella chiesa di Santo Agostino del monte San Savino, fece un altro ornamento intagliato, per una tavola grande che fece il detto Giorgio; in Ravenna nella badia di Classi de’ monaci di Camaldoli fece il medesimo Giuliano, pure a un’altra tavola di mano del Vasari, un altro bell’ornamento. Et ai monaci della Badia di Santa Fiore in Arezzo fece nel refettorio il fornimento delle pitture che vi sono di mano di detto Giorgio aretino. Nel Vescovado della medesima città, dietro all’altare maggiore, fece un coro di noce bellissimo, col disegno del detto, dove si aveva a tirare inanzi l’altare, e finalmente poco anzi che si morisse fece sopra l’altare maggiore della Nunziata il bello e richissimo ciborio del Santissimo Sagramento, e li due Angeli di legno, di tondo rilievo, che lo mettono in mezzo. E questa fu l’ultima opera che facesse, essendo andato a miglior vita l’anno 1555. Né fu di minor giudizzio Domenico, fratello di detto Giuliano, perché, oltre che intagliava molto meglio di legname, fu anco molto ingegnoso nelle cose d’architettura, come si vede nella casa che fece fare col disegno di costui Bastiano da Montaguto nella via de’ Servi, dove sono anco di legname molte cose di propria mano di Domenico; il quale fece per Agostino del Nero in sulla piazza de’ Mozzi le cantonate, et un bellissimo terrazzo a quelle case de’ Nasi già cominciate da Baccio suo padre. E se costui non fusse morto così presto, avrebbe, si crede, di gran lunga avanzato suo padre e Giuliano suo fratello.