Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio da Correggio

Antonio da Correggio

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giorgione da Castel Franco Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Piero di Cosimo IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Giorgione da Castel Franco Piero di Cosimo

VITA DI ANTONIO DA CORREGGIO PITTORE

Io non voglio uscire del medesimo paese, dove la gran madre natura per non essere tenuta parziale, dette al mondo di rarissimi uomini della sorte che avea già molti e molti anni adornata la Toscana, infra e’ quali fu di eccellente e bellissimo ingegno dotato Antonio da Correggio pittore singularissimo. Il quale attese alla maniera moderna tanto perfettamente, che in pochi anni dotato dalla natura et esercitato dall’arte divenne raro e maraviglioso artefice. Fu molto d’animo timido, e con incommodità di se stesso in continove fatiche esercitò l’arte, per la famiglia che lo aggravava: et ancora che e’ fusse tirato da una bontà naturale, si affliggeva niente di manco più del dovere, nel portare i pesi di quelle passioni, che ordinariamente opprimono gli uomini. Era nell’arte molto maninconico e suggetto alle fatiche di quella e grandissimo ritrovatore di qualsivoglia difficultà delle cose, come ne fanno fede nel Duomo di Parma una moltitudine grandissima di figure, lavorate in fresco, e ben finite, che sono locate nella tribuna grande di detta chiesa: nelle quali scorta le vedute al di sotto in su con stupendissima maraviglia. Et egli fu il primo, che in Lombardia cominciasse cose della maniera moderna, per che si giudica, che se l’ingegno di Antonio fosse uscito di Lombardia e stato a Roma, avrebbe fatto miracoli e dato delle fatiche a molti che nel suo tempo furono tenuti grandi. Conciò sia che, essendo tali le cose sue senza aver egli visto de le cose antiche o de le buone moderne, necessariamente ne seguita che se le avesse vedute, arebbe infinitamente migliorato l’opere sue, e crescendo di bene in meglio sarebbe venuto al sommo de’ grandi. Tengasi pur per certo che nessuno meglio di lui toccò colori, né con maggior vaghezza o con più rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui, tanta era la morbidezza delle carni ch’egli faceva, e la grazia con che e’ finiva i suoi lavori. Egli fece ancora in detto luogo due quadri grandi lavorati a olio, nei quali, fra gli altri, in uno si vede un Cristo morto, che fu lodatissimo. Et in S. Giovanni in quella città fece una tribuna in fresco, nella quale figurò una Nostra Donna, che ascende in cielo, fra moltitudine di Angeli et altri Santi intorno; la quale pare impossibile ch’egli potesse non esprimere con la mano, ma imaginare con la fantasia per i belli andari de’ panni e delle arie che e’ diede a quelle figure, delle quali ne sono nel nostro libro alcune dissegnate di lapis rosso di sua mano, con certi fregi di putti bellissimi et altri fregi fatti in quella opera per ornamento, con diverse fantasie di sacrifizii alla antica; e nel vero, se Antonio non avesse condotte l’opere sue a quella perfezzione che le si veggono, i disegni suoi (se bene hanno in loro una buona maniera e vaghezza, e pratica di maestro) non gli arebbano arecato fra gli artefici quel nome, che hanno l’eccellentissime opere sue. È quest’arte tanto dificile et ha tanti capi, che uno artefice bene spesso non li può tutti fare perfettamente; perché molti sono che hanno disegnato divinamente, e nel colorire hanno avuto qualche imperfezzione, altri hanno colorito maravigliosamente, e non hanno disegnato alla metà; questo nasce tutto dal giudizio e da una pratica che si piglia da giovane chi nel disegno e chi sopra i colori. Ma perché tutto s’impara per condurre l’opere perfette nella fine, il quale è il colorire con disegno tutto quel che si fa, per questo il Coreggio merita gran lode avendo conseguito il fine della perfezione ne l’opere, che egli a olio et a fresco colorì; come nella medesima città nella chiesa de’ frati de’ Zoccoli di S. Francesco, che vi dipinse una Nunziata in fresco tanto bene, che accadendo per aconcime di quel luogo, rovinarla, feciono que’ frati ricingere il muro atorno con legnami armati di ferramenti, e tagliandolo a poco a poco la salvorono, et in un altro loco più sicuro fu murata da loro nel medesimo convento. Dipinse ancora sopra una porta di quella città una Nostra Donna, che ha il Figliuolo in braccio, ch’è stupenda cosa a vedere il vago colorito in fresco di questa opera, dove ne ha riportato da forestieri viandanti, che non hanno visto altro di suo, lode et onore infinito. In S. Antonio ancora di quella città dipinse una tavola, nella qual è una Nostra Donna e S. Maria Madalena, et apresso vi è un putto, che ride, che tiene a guisa di Angioletto un libro in mano, il quale par che rida tanto naturalmente, che muove a riso chi lo guarda, né lo vede persona di natura malinconica che non si rallegri; èvvi ancora un S. Girolamo, ed è colorita di maniera sì maravigliosa e stupenda, che i pittori ammirano quella per colorito mirabile, e che non si possa quasi dipignere meglio. Fece similmente quadri et altre pitture per Lombardia a molti signori; e fra l’altre cose sue, due quadri in Mantova al duca Federigo II, per mandare a lo imperatore, cosa veramente degna di tanto principe. Le quali opere vedendo Giulio Romano, disse non aver mai veduto colorito nessuno ch’aggiugnesse a quel segno: l’uno era una Leda ignuda, e l’altro una Venere, sì di morbidezza colorito e d’ombre di carne lavorate, che non parevano colori ma carni; era in una un paese mirabile, né mai lombardo fu che meglio facesse queste cose di lui, et oltra di ciò, capegli sì leggiadri di colore e con finita pulitezza sfilati e condotti, che meglio di quegli non si può vedere. Eranvi alcuni amori, che de le saette facevano prova su una pietra, quelle d’oro e di piombo, lavorati con bello artificio, e, quel che più grazia donava alla Venere, era una acqua chiarissima e limpida, che correva fra alcuni sassi e bagnava i piedi di quella e quasi nessuno ne ocupava. Onde nello scorgere quella candidezza con quella dilicatezza, faceva agl’occhi compassione nel vedere. Perché certissimamente Antonio meritò ogni grado et ogni onore vivo e con le voci e con gli scritti ogni gloria dopo la morte. Dipinse ancora in Modena una tavola d’una Madonna tenuta da tutti i pittori in pregio e per la maggior pittura di quella città. In Bologna parimente è di sua mano in casa gl’Arcolani, gentiluomini bolognesi, un Cristo che ne l’orto apare a Maria Madalena, cosa molto bella. In Reggio era un quadro bellissimo e raro, che non è molto che passando Messer Luciano Palavigino, il quale molto si diletta delle cose belle di pittura, e vedendolo non guardò a spesa di danari, e come avesse compero una gioia, lo mandò a Genova nella casa sua. È in Reggio medesimamente una tavola, drentovi una Natività di Cristo, ove partendosi da quello uno splendore fa lume a’ pastori et intorno alle figure che lo contemplano, e fra molte considerazioni avute in questo suggetto, vi è una femina che volendo fisamente guardare verso Cristo, e per non potere gli occhi mortali sofferire la luce della sua divinità, che con i raggi par che percuota quella figura, si mette la mano dinanzi agl’occhi, tanto bene espressa, che è una maraviglia. Èvvi un coro di Angeli sopra la capanna che cantano, che son tanto ben fatti che par che siano piutosto piovuti dal cielo, che fatti dalla mano d’un pittore. È nella medesima città un quadretto di grandezza di un piede, la più rara e bella cosa che si possa vedere di suo di figure piccole, nel quale è un Cristo ne l’orto, pittura finta di notte, dove l’Angelo aparendogli col lume del suo splendore fa lume a Cristo, che è tanto simile al vero che non si può né immaginare né esprimere meglio; giuso a’ piè del monte in un piano si veggono tre Apostoli che dormano, sopra’ quali fa ombra il monte dove Cristo ora, che dà una forza a quelle figure che non è possibile; e più là, in un paese lontano, finto l’apparire della aurora; e si veggono venire da l’un de’ lati alcuni soldati con Giuda; e nella sua piccolezza questa istoria è tanto bene intesa, che non si può né di pazienza, né di studio per tanta opera paragonalla. Potrebbonsi dire molte cose delle opere di costui, ma perché fra gli uomini eccellenti de l’arte nostra è amirato per cosa divina ogni cosa che si vede di suo, non mi distenderò più. Ho usato ogni diligenzia d’avere il suo ritratto, e perché lui non lo fecie, e da altri non è stato mai ritratto, perché visse sempre positivamente, non l’ho potuto trovare; e nel vero fu persona che non si stimò né si persuase di sapere far l’arte, conoscendo la difficultà sua, con quella perfezzione che egli arebbe voluto. Contentavasi del poco e viveva da bonissimo cristiano. Desiderava Antonio, sì come quello ch’era aggravato di famiglia, di continuo risparmiare et era divenuto perciò tanto misero che più non poteva essere. Per il che si dice che, essendoli stato fatto in Parma un pagamento di sessanta scudi di quattrini, esso volendoli portare a Correggio per alcune occorenzie sue, carico di quelli si mise in camino a piedi; e per lo caldo grande, che era allora scalmanato dal sole, beendo acqua per rinfrescarsi, si pose nel letto con una grandissima febre, né di quivi prima levò il capo, che finì la vita nell’età sua d’anni XL o circa. Furono le pitture sue circa il 1512. E fece alla pittura grandissimo dono ne’ colori da lui maneggiati come vero maestro, e fu cagione che la Lombardia aprisse per lui gl’occhi, dove tanti belli ingegni si son visti nella pittura, seguitandolo in fare opere lodevoli e degne di memoria; perché mostrandoci i suoi capegli fatti con tanta facilità nella difficultà del fargli, ha insegnato come e’ si abbino a fare. Di che gli debbono eternamente tutti i pittori; ad istanzia de’ quali gli fu fatto questo epiggrama da Messer Fabio Segni, gentiluomo fiorentino:

Huius cum regeret mortales spiritus artus pictoris, Charites suplicuere Iovi. Non alia pingi dextra Pater alme rogamus: hunc praeter, nulli pingere nos liceat. Annuit his votis summi regnator Olympi: et iuvenem subito sydera ad alta tulit, ut posset melius Charitum simulacra referre praesens et nudas cerneret inde Deas.

Fu in questo tempo medesimo Andrea del Gobbo milanese, pittore e coloritore molto vago, di mano del quale sono sparse molte opere nelle case per Milano sua patria; et alla Certosa di Pavia una tavola grande con la Assunzione di Nostra Donna, ma imperfetta per la morte che li sopravvenne, la quale tavola mostra quanto egli fusse eccellente et amatore delle fatiche dell’arte.