Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giorgione da Castel Franco

Giorgione da Castel Franco

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lionardo da Vinci Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio da Correggio IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Lionardo da Vinci Antonio da Correggio

VITA DI GIORGIONE DA CASTEL FRANCO PITTOR VINIZIANO

Ne’ medesimi tempi che Fiorenza acquistava tanta fama, per l’opere di Lionardo, arrecò non piccolo ornamento a Vinezia la virtù et eccellenza [di] un suo cittadino, il quale di gran lunga passò i Bellini, da loro tenuti in tanto pregio, e qualunque altro fino a quel tempo avesse in quella città dipinto. Questi fu Giorgio che in Castel Franco, in sul trevisano, nacque l’anno 1478, essendo doge Giovan Mozenigo, fratel del doge Piero: dalle fattezze della persona e da la grandezza de l’animo, chiamato poi col tempo Giorgione. Il quale, quantunque egli fusse nato d’umilissima stirpe, non fu però se non gentile e di buoni costumi in tutta sua vita. Fu allevato in Vinegia e dilettossi continovamente de le cose d’amore e piacqueli il suono del liuto mirabilmente e tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche e ragunate di persone nobili. Attese al disegno e lo gustò grandemente; et in quello la natura lo favorì sì forte, che egli, innamoratosi delle cose belle, di lei non voleva mettere in opera cosa, che egli dal vivo non ritraesse. E tanto le fu suggetto e tanto andò imitandola, che non solo egli acquistò nome d’aver passato Gentile e Giovanni Bellini, ma di competere con coloro che lavoravano in Toscana et erano autori della maniera moderna. Aveva veduto Giorgione alcune cose di mano di Lionardo, molto fumeggiate e cacciate, come si è detto, terribilmente di scuro. E questa maniera gli piacque tanto che mentre visse sempre andò dietro a quella, e nel colorito a olio la imitò grandemente. Costui gustando il buono de l’operare, andava scegliendo di mettere in opera sempre del più bello e del più vario che e’ trovava. Diedegli la natura tanto benigno spirito che egli nel colorito a olio et a fresco fece alcune vivezze et altre cose morbide et unite e sfumate talmente negli scuri, che fu cagione che molti di quegli, che erano allora eccellenti, confessassino lui esser nato per metter lo spirito ne le figure e per contraffar la freschezza de la carne viva, più che nessuno che dipignesse, non solo in Venezia, ma per tutto. Lavorò in Venezia nel suo principio molti quadri di Nostre Donne et altri ritratti di naturale, che sono e vivissimi e belli, come se ne vede ancora tre bellissime teste a olio di sua mano nello studio del reverendissimo Grimani, patriarca d’Aquileia: una fatta per Davit (e per quel che si dice, è il suo ritratto) con una zazzera, come si costumava in que’ tempi in fino alle spalle, vivace e colorita, che par di carne: ha un braccio et il petto armato, col quale tiene la testa mozza di Golia. L’altra è una testona maggiore, ritratta di naturale, che tiene in mano una beretta rossa da comandatore, con un bavero di pelle, e sotto uno di que’ saioni a l’antica: questo si pensa, che fusse fatto per un generale di esserciti. La terza è d’un putto, bella quanto si può fare con certi capelli a uso di velli, che fan conoscere l’eccellenza di Giorgione e non meno l’affezzione del grandissimo patriarca, che gli ha portato sempre a la virtù sua, tenendole carissime e meritamente. In Fiorenza è di man sua in casa de’ figliuoli di Giovan Borgherini, il ritratto d’esso Giovanni quando era giovane in Venezia, e nel medesimo quadro il maestro che lo guidava, che non si può veder in due teste né miglior macchie di color di carne, né più bella tinta di ombre. In casa Anton de’ Nobili è un’altra testa d’un capitano armato, molto vivace e pronta, di qual dicano esser un de’ capitani, che Consalvo Ferrante menò seco a Venezia, quando visitò il doge Agostino Barberigo, nel qual tempo si dice, che ritrasse il gran Consalvo armato, che fu cosa rarissima e non si poteva vedere pittura più bella che quella, e che esso Consalvo se ne la portò seco. Fece Giorgione molti altri ritratti, che sono sparsi in molti luoghi per Italia bellissimi, come ne può far fede quello di Lionardo Loredano, fatto da Giorgione quando era doge, da me visto in mostra per un’Assensa, che mi parve veder vivo quel serenissimo principe, oltra che ne è uno in Faenza, in casa Giovanni da Castel Bolognese, intagliatore di camei e cristalli, ecc., che è fatto per il suocero suo, lavoro veramente divino, perché vi è una unione sfumata ne’ colori, che pare di rilievo più che dipinto. Dilettossi molto del dipignere in fresco, e fra molte cose che fece, egli condusse tutta una facciata di Ca’ Soranzo in su la piazza di San Polo. Ne la quale, oltra molti quadri e storie et altre sue fantasie, si vede un quadro lavorato a olio in su la calcina, cosa che ha retto all’acqua, al sole et al vento, e conservatasi fino a oggi. Ècci ancora una primavera, che a me pare delle belle cose che e’ dipignesse in fresco, ed è gran peccato, che il tempo l’abbia consumata sì crudelmente. Et io per me non trovo cosa che nuoca più al lavoro in fresco, che gli scirocchi, e massimamente vicino a la marina, dove portono sempre salsedine con esso loro. Seguì in Venezia, l’anno 1504, al ponte del Rialto un fuoco terribilissimo nel Fondaco de’ tedeschi, il quale lo consumò tutto, con le mercanzie e con grandissimo danno de’ mercatanti: dove la Signoria di Venezia ordinò di rifarlo di nuovo, e con maggior commodità di abituri e di magnificenza e d’ornamento e bellezza fu speditamente finito, dove, essendo cresciuto la fama di Giorgione, fu consultato et ordinato da chi ne aveva la cura, che Giorgione lo dipingesse in fresco di colori, secondo la sua fantasia, purché e’ mostrasse la virtù sua e che e’ facesse un’opera eccellente, essendo ella nel più bel luogo e ne la maggior vista di quella città. Per il che, messovi mano, Giorgione non pensò se non a farvi figure a sua fantasia, per mostrar l’arte; che nel vero non si ritrova storia, che abbino ordine o che rappresentino i fatti di nessuna persona segnalata, o antica o moderna, et io per me non l’ho mai intese, né anche per dimanda, che si sia fatta, ho trovato chi l’intenda, perché dove è una donna, dove è un uomo in varie attitudini, chi ha una testa di lione appresso, altra con un Angelo, a guisa di Cupido, né si giudica quel che si sia. V’è bene sopra la porta principale, che riesce in merzeria, una femina a sedere, ch’ha sotto una testa d’un gigante morta, quasi in forma d’una Iuditta, ch’alza la testa con la spada e parla con un todesco, quale è a basso, né ho potuto interpretare per quel che se l’abbi fatta, se già non l’avesse voluta fare per una Germania. In somma e’ si vede ben le figure sue esser molto insieme, e che andò sempre acquistando nel meglio: e vi sono teste e pezzi di figure molto ben fatte e colorite vivacissimamente. Et attese in tutto quello che egli vi fece, che traesse al segno de le cose vive e non a imitazione nessuna de la maniera. La quale opera è celebrata in Venezia e famosa non meno per quello che e’ vi fece, che per il commodo delle mercanzie et utilità del pubblico. Lavorò un quadro d’un Cristo che porta la croce et un giudeo lo tira, il quale col tempo fu posto nella chiesa di San Rocco, et oggi per la devozione che vi hanno molti, fa miracoli, come si vede. Lavorò in diversi luoghi, come a Castelfranco e nel trivisano, e fece molti ritratti a vari principi italiani; e fuor d’Italia furono mandate molte de l’opere sue, come cose degne veramente, per far testimonio che se la Toscana soprabbondava di artefici in ogni tempo, la parte ancora di là vicino a’ monti non era abbandonata e dimenticata sempre dal cielo. Dicesi che Giorgione, ragionando con alcuni scultori nel tempo che Andrea Verrocchio faceva il cavallo di bronzo, che volevano perché la scultura mostrava in una figura sola diverse positure e vedute girandogli a torno, che per questo avanzasse la pittura, che non mostrava in una figura se non una parte sola, Giorgione che era d’oppinione che in una storia di pittura si mostrasse senza avere a caminare a torno, ma in una sola occhiata tutte le sorti delle vedute che può fare in più gesti un uomo, (cosa che la scultura non può fare, se non mutando il sito e la veduta, talché non sono una ma più vedute), propose di più che da una figura sola di pittura voleva mostrare il dinanzi et il didietro et i due profili dai lati: cosa che e’ fece mettere loro il cervello a partito. E la fece in questo modo: dipinse uno ignudo, che voltava le spalle et aveva in terra una fonte d’acqua limpidissima, nella quale fece dentro per riverberazione la parte dinanzi; da un de’ lati era un corsaletto brunito, che s’era spogliato, nel quale era il profilo manco, perché nel lucido di quell’arme si scorgeva ogni cosa; da l’altra parte era uno specchio, che drento vi era l’altro lato di quello ignudo; cosa di bellissimo ghiribizzo e capriccio, volendo mostrare in effetto che la pittura conduce con più virtù e fatica, e mostra in una vista sola del naturale, più che non fa la scultura. La qual opera fu sommamente lodata et ammirata, per ingegnosa e bella. Ritrasse ancora di naturale Caterina regina di Cipro, qual vidi io già nelle mani del clarissimo Messer Giovan Cornaro: e nel nostro libro una testa colorita a olio, ritratta da un todesco di casa Fucheri, che allora era de’ maggiori mercanti nel Fondaco de’ tedeschi, la quale è cosa mirabile, insieme con altri schizzi e disegni di penna fatti da lui. Mentre Giorgione attendeva ad onorare e sé e la patria sua, nel molto conversar, che e’ faceva per trattenere con la musica molti suoi amici, si innamorò d’una madonna, e molto goderono l’uno e l’altra de’ loro amori. Avvenne che l’anno 1511 ella infettò di peste, non ne sapendo però altro, e praticandovi Giorgione al solito, se li appiccò la peste di maniera, che in breve tempo nella età sua di 34 anni, se ne passò a l’altra vita, non senza dolore infinito di molti suoi amici, che lo amavano per le sue virtù, e danno del mondo, che perse. Pure tollerarono il danno e la perdita con lo esser restati loro due eccellenti suoi creati Sebastiano Viniziano, che fu poi frate del Piombo a Roma, e Tiziano da Cadore, che non solo lo paragonò, ma lo ha superato grandemente, de’ quali a suo luogo si dirà pienamente l’onore e l’utile che hanno fatto a questa arte.