Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XX

Canzone XIX Sonetto LIV

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CANZONE XX.


POi che per mio destino
     A dir mi sforza quell’accesa voglia
     Che m’à sforzato a sospirar mai sempre;
     Amor, ch’a ciò m’invoglia,
     5Sia la mia scorta, e ’nsegnimi ’l cammino;
     E col desio le mie rime contempre:
     Ma non in guisa, che lo cor si stempre
     Di soverchia dolcezza; com’io temo,
     Per quel ch’i’ sento ov’occhio altrui non giugne:
     10Chè ’l dir m’infiamma, e pugne;
     Nè per mio ’ngegno (ond’io pavento, e tremo)
     Sì come talor sole,
     Trovo ’l gran foco de la mente scemo:
     Anzi mi struggo al suon delle parole
     15Pur, com’io fusse un'uom di ghiaccio al Sole.
Nel cominciar credia
     Trovar parlando al mio ardente desire
     Qualche breve riposo, e qualche tregua.
     Questa speranza ardire
     20Mi porse a ragionar quel ch’i’sentia:
     Or m’abbandona al tempo, e si dilegua.


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     Ma pur conven che l’alta impresa segua,
     Continüando l’amorose note;
     Sì possente è ’l voler che mi trasporta:
     25E la ragione è morta,
     Che tenea ’l freno, e contrastar nol pote.
     Mostrimi almen, ch’io dica,
     Amor', in guisa che, se mai percote
     Gli orecchi della dolce mia nemica;
     30Non mia, ma di pietà la faccia amica.
Dico: Se ’n quella etate
     Ch’al vero onor fur gli animi sì accesi,
     L’industria d’alquanti uomini s’avvolse
     Per diversi paesi,
     35Poggi, e onde passando; e l’onorate
     Cose cercando, il più bel fior ne colse;
     Poi che Dio, e Natura, ed Amor volse
     Locar compitamente ogni virtute
     In quei be’ lumi ond’io gioioso vivo;
     40Questo e quell’altro rivo
     Non conven ch’i’ trapasse, e terra mute:
     A·lor sempre ricorro,
     Come a fontana d’ogni mia salute;
     E quando a morte desiando corro,
     45Sol di lor vista al mio stato soccorro.
Come a forza di venti
     Stanco nocchier di notte alza la testa
     A’ duo lumi ch’a sempre il nostro polo;
     Così ne la tempesta
     50Ch’i’ sostengo d’Amor, gli occhi lucenti
     Sono il mio segno, e ’l mio conforto solo.
     Lasso, ma troppo è più quel ch’io ne ’nvolo
     Or quinci or quindi, come Amor m’informa;
     Che quel che vien da grazioso dono:
     55E quel poco ch’i’ sono,
     Mi fa di loro una perpetua norma:
     Poi ch’io li vidi in prima,


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     Senza lor' a ben far non mossi un’orma:
     Così gli ho di me posti in su la cima;
     60Che ’l mio valor per sè falso s’estima.
I’ non poria giammai
     Immaginar, nonchè narrar gli effetti
     Che nel mio cor gli occhi soavi fanno.
     Tutti gli altri diletti
     65Di questa vita ho per minori assai;
     E tutt'altre bellezze indietro vanno.
     Pace tranquilla senz'alcuno affanno,
     Simile a quella ch’è nel ciel eterna,
     Move dal lor' innamorato riso.
     70Così vedess’io fiso,
     Come Amor dolcemente gli governa,
     Sol' un giorno da presso,
     Senza volger già mai rota superna:
     Nè pensassi d’altrui, nè di me stesso;
     75E ’l batter gli occhi miei non fosse spesso.
Lasso, che desiando
     Vo quel ch’esser non puote in alcun modo;
     E vivo del desir fuor di speranza.
     Solamente quel nodo
     80Ch’Amor cerconda alla mia lingua, quando
     L’umana vista il troppo lume avanza,
     Fosse disciolto; i’ prenderei baldanza
     Di dir parole in quel punto sì nove,
     Che farian lagrimar chi le ’ntendesse.
     85Ma le ferite impresse
     Volgon per forza il cor piagato altrove:
     Ond’io divento smorto;
     E ’l sangue si nasconde i’ non so dove;
     Nè rimango qual'era; e sommi accorto,
     90Che questo è ’l colpo di che Amor m’ha morto.
Canzone, i’ sento già stancar la penna
     Del lungo, e dolce ragionar con lei;
     Ma non di parlar meco i pensier’ miei.