Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XVII

Sonetto LIII Canzone XVIII

[p. 56 modifica]

CANZONE XVII.


LAsso me, ch’i’ non so in qual parte pieghi
     La speme, ch’è tradita omai più volte:
     Che se non è chi con pietà m’ascolte;
     Perchè sparger al ciel sì spessi preghi?
     5Ma s’egli avvien, ch’ancor non mi si nieghi
     Finir anzi ’l mio fine
     Queste voci meschine,
     Non gravi al mio Signor, perch’io 'l ripreghi
     Di dir libero un dì tra l’erba, e i fiori:
     10Drez & raison es que eu ciant emdemori.
Ragion' è ben ch’alcuna volta io canti:
     Però ch’ho sospirato sì gran tempo;
     Che mai non incomincio assai per tempo
     Per adequar col riso i dolor tanti.
     15E s’io potessi far ch’agli occhi santi
     Porgesse alcun diletto


[p. 57 modifica]

     Qualche dolce mio detto;
     O me beato sopra gli altri amanti!
     Ma più quand’io dirò senza mentire;
     20Donna mi prega, per ch’io voglio dire.
Vaghi pensier’, che così passo passo
     Scorto m’avete a ragionar tant’alto;
     Vedete, che Madonna ha ’l cor di smalto,
     Sì forte, ch’io per me dentro nol passo:
     25Ella non degna di mirar sì basso,
     Che di nostre parole
     Curi, che ’l ciel non vole;
     Al qual pur contrastando i’ son già lasso:
     Onde, come nel cor m’induro, e' nnaspro;
     30Così nel mio parlar voglio esser aspro.
Che parlo? o dove sono? e chi m’inganna,
     Altri, ch’io stesso e ’l desiar soverchio?
     Già, s’i’trascorro il ciel di cerchio in cerchio,
     Nessun pianeta a pianger mi condanna.
     35Se mortal velo il mio veder' appanna,
     Che colpa è delle stelle,
     O de le cose belle?
     Meco si sta chi dì, e notte m’affanna,
     Poi che del suo piacer mi fe’ gir grave
     40La dolce vista, e ’l bel guardo soave.
Tutte le cose, di che ’l mondo è adorno,
     Uscir buone di man del Mastro eterno:
     Ma me, che così addentro non discerno,
     Abbaglia il bel che mi si mostra intorno:
     45E s’al vero splendor giammai ritorno:
     L’occhio non puo’ star fermo;
     Così l’à fatto infermo
     Pur la sua propria colpa, e non quel giorno
     Ch’i’ volsi inver l’angelica beltade
     50Nel dolce tempo della prima etade.