Le favole di Esofago da Cetego/VIII

Favola VIII.
LE RANE, ED IL RAGNO.

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VII IX


Nel regno di Cappadocia un nobile signore possedeva una superba casa di campagna vicino ad una deliziosa palude. Stava in quelle cristalline acque una antica prosapia di Rane Illustrissime, che erano tenute in grande stima presso i popoli del primo secolo. Poichè alcune di esse avevano regnato; altre avevano insegnato il canto fermo ai popoli dell’Alsazia; altre avevano inventato l’orologio a ganascia; alcune avevano manipolato un raro secreto contro la sordità dell’Esagono; molte avevano scritto sulla materia difficile del feudo Bigio; ed alcune per gran dottrina non pisciavano più, ma solo attendevano alla vita ecumenica. Or queste Rane avevano tutti i giorni avanti loro un oggetto di grande invidia, e così di fiero tormento, ed era, che quando s’aprivano i balconi di quel palazzo, vedevano un gran Ragno impinguato, che con superbo incesso passeggiava gli angoli di quelle alte superflue pareti, e dominava il soffitto maggiore dell’arcicamera dell’udienza: e, quel che è peggio, sovente si portava nei rettangoli dell’atrio in vicinanza della loro famosa palude, e con termini improprj ingiuriava le stesse Rane, dando loro del Chi .... Tu ...., e dicendo loro, che pel troppo star nel fango era loro marciata la coda, ond’erano divenute brutte femmine ignude, e che avevano lasciati i denti nelle cloache di Gerosolima. Le povere Rane congregatesi un giorno solennemente per straordinaria, risolsero di tagliare la testa al Ragno superbo. Ma fu un pensiero cattivo, poichè quella di esse, che si assunse l’alta impresa, allontanatasi dalla palude, fallì la strada, e mancandole l’alimento dell’acqua, restò secca come la mano di un avaro. La misera domandò subito una provvisionale; ma non fu più a tempo. In questo stato di cose mutarono l’opinione problematica, e pregarono messer Giove, che facesse la vendetta per loro. Un dì l’uffiziale maggiore di cantina volendo far onestà ad una pastorella, che entrava in palazzo carica di tabacco Brasile in corda, diè così forte urlone in una colonna del porticato, che l’incontro dell’osso pube col liscio del marmo fece fuoco, le scintille si attaccarono al vicino letamajo, indi al vaso dei rinfreschi, e successivamente tutto il palazzo divenne in fiamme. Il Ragno vedendosi circondato da quelle saette amorose, correva qua, e là, andava perdendo gli escrementi, e tirava dei peti a profusione. Alla fine confinato nella camera di Eliogabalo, e non trovando più scampo dalle bragine divoratrici, si rivoltò verso la palude, ed implorando la protezione Ranale, disse: o degne figlio di Nettuno, o rare potenze marittime, Regine del Caucaso, Rane ammirande, anzi Ranissime, soccorrete un cavalier silvestre, obsesso da un formidabile nemico, da cui non può fuggire per aver contratta l’obbligazion camerale! Mirate, come in questa infelice magione la siccità comanda, e la sete consuma il pericordio a Don Levamus; datemi delle vostre carissime nuove; mandatemi di quelle vostre acque catarrali, che sono tanto buone per i calli. Nulla risposero le Rane a queste imprecazioni. Bensì tutte unanimi, e concordi, mentre il Ragno già abbrustoliva, si misero a cantare di Cesol-fa-ut gravissimo cra ... cra ... cra ... cra ... quel, che ha da essere, sarà.


Moralità.
De futuris contingentibus etc.