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Le Mille ed una Notti/Storia della dama trucidata, e del giovane suo marito

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Storia della dama trucidata, e del giovane suo marito

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Storia della dama trucidata, e del giovane suo marito
I tre pomi Storia di Nureddin Ali' e di Bedreddin Hassan
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STORIA

DELLA DAMA TRUCIDATA E DEL GIOVINE SUO MARITO.


«Commendatore de’ credenti, deve vostra maestà sapere che la dama trucidata era mia moglie, figlia del vecchio che qui vedete, mio zio paterno. Aveva essa appena dodici anni quando la sposai, ed undici ne trascorsero da quel tempo. Ebbi da lei tre figli maschi tuttora viventi, e devo renderle la giustizia, che non mi diè mai argomento di dispiacere. Era saggia, morigerata, e metteva tutta la sua attenzione a compiacermi. Dal canto mio, io l’amava con passione, e lungi dall’oppormi, ne proveniva anzi tutti i desiderii.

«Sono circa due mesi che infermò; n’ebbi tutte le immaginabili cure, e nulla risparmiai per farla prontamente guarire. Dopo un mese, cominciò a star meglio, e volendo andare al bagno, prima di uscire di casa mi disse: — Cugino (così mi chiamava per familiarità), vorrei mangiare qualche pomo; mi fareste gran piacere se poteste trovarmene; è molto tempo che ho questa voglia, e vi confesso che è tanto [p. 316 modifica]accresciuta, da farmi temere, se non la soddisfaccio al più presto, che mi accada qualche disgrazia. — Volontieri,» le risposi; «vado subito a far il possibile per contentarvi. —

«Andai sul momento a cercare pomi in tutti i mercati ed in tutte le botteghe; ma non ne potei trovare neppur uno, benchè promettessi di pagarlo uno zecchino. Tornai dunque a casa, dolente della pena che inutilmente m’era presa. Mia moglie, tornata che fu dal bagno, non vedendo i pomi, ne provò tal dispiacere che non dormì per tutta la notte. Mi alzai per tempo alla mattina, ed andai per tutti i giardini, ma non riuscii meglio del giorno precedente: solo incontrai un vecchio giardiniere, il quale mi disse, che, per quanto cercassi, non ne avrei trovato se non nel giardino di vostra maestà a Balsora.

«Siccome amava appassionatamente la moglie, e non voleva dar luogo a rimproverarmi di aver nulla trascurato per soddisfarla, mi vestii da viaggiatore, ed istruitala del mio disegno, partii per Balsora. Mi affrettai in guisa che dopo quindici giorni fui di ritorno, portando tre pomi, che m’erano costati uno zecchino cadauno. Non ve n’erano altri nel giardino, ed il giardiniere non volle darmeli a minor prezzo. Appena giunto, li presentai a mia moglie, ma nel frattempo glie n’era passata la voglia; laonde si contentò di riceverli e porseli vicino. Intanto essa era sempre inferma, ed io non sapeva qual rimedio arrecare al suo male.

«Pochi giorni dopo il mio viaggio, stando seduto nella mia bottega, nella contrada ove si vendono stoffe preziose di ogni sorta, vidi entrare un grande schiavo negro, di brutta ciera, il quale teneva in mano un pomo, cui riconobbi essere di quelli da me recati da Balsora. Nè poteva dubitarne, sapendo non trovarsene in Bagdad, nè in tutti i giardini dei [p. 317 modifica]dintorni. Chiamato colui: — Buon uomo,» gli dissi, «dimmi, te ne prego, dove hai preso quel pomo. — È questo un dono,» mi rispos’egli sorridendo, «che mi fece la mia amante. Sono andato oggi a trovarla, e si sentiva un po’ male. Le vidi tre pomi vicino, e chiestole d’onde li avesse avuti, mi rispose che il dabben uomo di suo marito aveva intrapreso appositamente un viaggio di quindici giorni per andarglieli a cercare. Avevamo già fatta colazione insieme, e partendo portai via questo che vedete. —

«Quelle parole mi fecero uscir di senno. Mi alzai, e chiusa la bottega, corsi frettoloso a casa; salito alla camera di mia moglie, guardai prima ove fossero i pomi, e vedendone due soli, le chiesi conto del terzo. Allora, volse mia moglie la testa dalla parte dei pomi, e non iscorgendone che due, freddamente rispose: — Cugino, non so cosa ne sia stato.» A tale risposta, non ebbi più dubbio alcuno a prestar fede al discorso dello schiavo: lasciatomi trasportare da geloso furore, sguainai un coltello che teneva alla cintola, e lo immersi nel seno della sciagurata. Le tagliai poscia la testa, ne feci in pezzi il cadavere, e fattone un pacchetto, lo nascosi in una sporta; e cucitone l’apertura con un filo di lana rossa, la chiusi in un cofanetto, che, giunta la notte, caricai sulle spalle , ed andai a gettarlo nel Tigri.

«I miei figli più piccoli erano già a letto ed addormentati, ed il terzo trovavasi fuor di casa; ma al mio ritorno, lo trovai seduto vicino alla porta, che piangeva a calde lagrime. Gli chiesi il motivo del suo pianto. — Papà,» mi disse, «ho preso questa mattina alla mamma, senza ch’ella mi vedesse, uno dei tre pomi che le hai portati; lo tenni per un pezzo, ma mentre giuocava in istrada poco fa coi miei fratellini, un brutto schiavo che passava me lo strappò di mano e lo portò via; gli corsi dietro [p. 318 modifica]ridomandandoglielo, ma ebbi bel dirgli che apparteneva a mia madre, la quale era ammalata; che tu avevi fatto un viaggio di quindici giorni per andarli a cercare; tutto fu inutile: non me lo volle restituire; e siccome lo seguiva gridando in addietro, si volse, mi battè, e poi messosi a correre a furia per varie contrade appartate, lo smarrii finalmente di vista. Da quel tempo, andai a passeggiare fuor di città attendendo il tuo ritorno; e ti aspettava, papà, per pregarti di non dirne nulla alla mamma, nel timore che non s’ammalì di più.» Ciò detto, raddoppiò le lagrime.

«Il discorso di mio figlio m’immerse in incredibile afflizione; riconobbi allora l’enormità del mio delitto, e mi pentii, ma troppo tardi, di aver creduto alle imposture dell’infame schiavo, il quale, su quanto aveva saputo da mio figlio, inventò la funesta favola da me presa per pura verità. Mio zio, qui presente, giunse in quel frattempo; ei veniva per vedere la figlia; ma invece di trovarla viva, seppe da me medesimo la misera sua fine, chè nulla gli celai; e senza aspettare che mi condannasse, mi dichiarai da me stesso il più reo degli uomini. Nonostante, invece di opprimermi di giusti rimproveri, unì le sue alle mie lagrime, e piangemmo insieme di continuo tre giorni, egli, la perdita di una figlia teneramente amata, ed io quella di una moglie carissima, e della quale privato m’era in modo sì spietato, per aver troppo lievemente creduto alle parole d’uno schiavo bugiardo.

«Ecco, Commendatore dei credenti, la confessione sincera che vostra maestà mi richiese. Ora, note vi sono tutte le circostanze della mia colpa, e vi supplica umilmente di ordinarne il castigo; per quanto rigoroso possa essere, non me ne lagnerò, e lo troverò troppo lieve a’ miei rimorsi. —

«Grande fu lo stupore del califfo....»

Scheherazade, pronunciando queste ultime parole, [p. 319 modifica]avvistasi ch’era giorno, cessò dal racconto; ma la notte seguente lo ripigliò in questa guisa:


NOTTE XCIII


— Sire,» diss’ella, «fu il califfo assai maravigliato di quel racconto; ma da principe giusto, conoscendo essere colui molto più da compiangere di quello che fosse colpevole: — L’azione di questo giovane,» disse, «è scusabile davanti a Dio ed agli uomini. L’iniquo schiavo è l’unica causa di questo assassinio, e costui solo dev’essere punito. Laonde,» proseguì, volgendosi al gran visir, «ti concedo tre giorni per trovarlo: se non me lo conduci entro tal termine, ti farò morire in sua vece. —

«L’infelice Giafar, ch’erasi creduto fuor di pericolo, rimase al tutto oppresso dal nuovo ordine del califfo; ma siccome non ardiva replicare a quel principe, di cui conosceva l’indole irascibile, si tolse dalla sua presenza, ritirandosi a casa, cogli occhi pregni di lagrime, e persuaso non gli restassero più di tre giorni di vita; essendo tanto convinto di non riuscire a trovare lo schiavo, che non ne fece neppure ricerca alcuna. — È impossibile,» andava dicendo, «che in una città come Bagdad, in cui è un’infinità di schiavi negri, io possa rinvenire colui del quale si tratta. A meno che Iddio non me lo faccia conoscere, come già mi fece scoprire l’assassino, nulla mi può salvare. —

«Passò i due primi giorni ad affliggersi colla famiglia, che gli gemeva intorno, querelandosi del rigore del califfo. Venuto il terzo, si dispose a morire con fermezza, come un ministro imegerrimo, che non ha nulla da rimproverarsi. Fatti venire cadì e testimoni, [p. 320 modifica]firmarono essi il testamento ch’ei fece in loro presenza; e quindi abbracciata consorte e figliuoli, diè loro l’estremo addio. Tutta la sua famiglia struggevasi in lagrime, nè vi fu mai spettacolo più commovente. Infine giunse un usciere del palazzo, il quale gli disse che il califfo s’impazientava di non ricevere sue nuove, nè quelle dello schiavo negro cui gli aveva comandato di ritrovare. — Ho ordine,» soggiunse, «di condurvi al suo cospetto.» L’afflitto visir si accinse a seguir l’usciere, ma mentre stava per uscire, gli fu condotta la minore delle sue figlie, che poteva avere cinque o sei anni. Le donne che l’avevano in custodia, venivano a presentargliela, onde la abbracciasse per l’ultima volta.

«Avendo egli per lei una tenerezza particolare, pregò l’usciere di permettergli di fermarsi un momento, ed accostatosi alla bambina, la prese fra le braccia, e baciolla più volte; ma nel baciarla si avvide che teneva in seno qualche cosa di grosso e che esalava odore. — Mia cara,» le disse, «che cos’hai in seno? — Mio buon papà,» gli rispose la fanciulletta, c’è un pomo sul quale sta scritto il nome del califfo nostro signore e padrone. Rihan (1), nostro schiavo, me l’ha venduto per due zecchini. —

«Alle parole pomo e schiavo, mise Giafar un grido di maraviglia mista a gioia, e posta subito la mano in seno alla figlia, ne trasse il pomo. Fatto allora chiamare lo schiavo, che non era lontano, quando gli fu davanti: — Mariuolo,» gli disse, «dove hai preso questo pomo? — Signore,» rispose lo schiavo, vi giuro di non averlo rubato nè in casa vostra, nè nel giardino del Commendatore de’ credenti. L’ [p. 321 modifica]altro giorno, passando per una via vicino a tre o quattro fanciulli che giocavano, uno de’ quali lo teneva in mano, glielo tolsi e lo portai via. Mi corse dietro il fanciullo, dicendomi il pomo non esser suo, ma di sua madre ch’era ammalata; che suo padre, per accontentarne la voglia, aveva fatto un lungo viaggio, recandone tre, e che quello n’era uno, preso da lui all’insaputa di sua madre. Ebbe un bel supplicarmi, io non glielo volli restituire; lo portai a casa, e lo vendetti per due zecchini alla damigella vostra figliuola. Ecco la cosa. —

«Non potè Giafar abbastanza ammirare come la mariuoleria di uno schiavo fosse stata cagione della morte d’una donna innocente, e quasi della propria. Laonde, condotto seco lo schiavo, quando fu davanti al califfo, fece al principe un esatto racconto di tutto ciò che colui avevagli detto, e del caso pel quale ebbe scoperto il suo delitto.

«Non vi fu mai sorpresa maggiore di quella del califfo, il quale non potè trattenersi dal prorompere in grandi risate. Ma infine, ripreso serio aspetto, disse al visir, che poichè il suo schiavo era origine di sì grave disordine, meritava una punizione esemplare. —

«Non posso disconvenirne, o sire,» rispose il visir; «ma il suo delitto non è irremissibile. So una storia più sorprendente d’un visir del Cairo, chiamato Nureddin (2) Alì, e di Bedreddin (3) Hassan di Balsora. Siccome vostra maestà si compiace ad udirne di simili, voglio raccontarvela, a condizione che se la trovate più maravigliosa di quella che mi da occasione di narrarla, farete grazia al mio schiavo. — Acconsento,» rispose il califfo, «ma voi v’impegnate in grande impresa, e non credo possiate salvare [p. 322 modifica]codesto schiavo, poichè la storia dei pomi è assai singolare. —

«Giafar allora cominciò in questi sensi:


Note

  1. Questa parola significa, in arabo, basilico, erba odorifera. Gli Arabi danno tal nome ai loro schiavi, come si dà in Francia quello di Gelsomino ad un lacchè.
  2. Nureddin significa, in arabo, luce della religione.
  3. Bedreddin, la luna piena della religione.