Le Aquile della steppa/Parte seconda/Capitolo VIII

Parte seconda — Capitolo VIII
L’attacco dei leoni

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CAPITOLO VIII.


L’attacco dei leoni.


Tutte le belve, a qualunque razza appartengano, non osano, anche se spinte dalla fame e sicure della vittoria, assalire in pieno giorno l’uomo, mentre invece non esitano, se si presta loro l’occasione, a scagliarsi su una gazzella, su un antilope e perfino contro le gigantesche giraffe.

Si direbbe che lo sguardo umano le rende titubanti, e perciò attendono sempre le tenebre per agire.

I due leoni, impressionati fors’anche dall’aspetto risoluto dei tre turchestani e dalla taglia gigantesca di Tabriz, invece di muovere direttamente all’attacco, si erano accovacciati aspettando la [p. 227 modifica]scomparsa del sole, per espugnare la posizione, forse colla magra speranza di sorprendere i difensori addormentati.

— Io comincio a credere — disse Tabriz, — che quei signori abbiano lo stomaco meno vuoto di quello che abbiamo supposto finora e che ieri sera abbiano inghiottita una cena più abbondante della nostra.

— Perderemo un tempo troppo prezioso, — disse Hossein, che pensava in quel momento a Talmà.

— Dopo l’Amur-Darja noi troveremo quanti cavalli vorremo, signore, ed in un paio di giorni giungeremo dal beg.

— E la troverò colà? — chiese Hossein con angoscia.

— Zitto, signore, questo non è il momento nè il luogo opportuno per parlare di ciò.

Ah!... I leoni si permettono il lusso di schiacciare un sonnolino!... Se vi potessi sorprendere vi accarezzerei per bene i gropponi col mio kangiarro. —

Infatti le due belve, vedendo che i tre uomini non si decidevano a scendere, avevano posata la testa fra le zampe anteriori, socchiudendo gli occhi. Non vi era però da fidarsi di quel sonno più apparente forse che reale. Le orecchie erano tese ben diritte, per raccogliere i più lievi rumori, ed i tre turchestani non ignoravano l’acutezza dell’udito di quei terribili animali.

Nondimeno Tabriz, che cominciava ad averne abbastanza di quell’assedio che dovevano sostenere sotto un sole cocentissimo, a ventre vuoto e per di più fra il polverone che l’ultima galoppata degli asini selvaggi aveva sollevato e che non si era ancora disperso, credendo che i leoni assopiti dal calore si fossero veramente addormentati, si decise a tentare la discesa.

— Accada quello che si vuole, vado ad attaccarli, — disse a Hossein.

— Allora t’accompagno anch’io, — rispose il giovane.

— Voi state per commettere una pazzia, — signori, — disse Karaval. —

Il birbante non diceva quelle parole per salvare le loro vite, bensì per la paura che venissero sbranati e di dover poi sostenere l’assedio da solo.

— Se tu hai paura rimani, — rispose Tabriz.

— Io non sono un soldato come voi. Non sono che un povero loutis.

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— Resta dunque. —

Armarono le pistole e trassero i kangiarri, poi cominciarono a scendere con infinite precauzioni, onde non far franare le sabbie.

Volevano accostarsi fino a tiro di pistola, non dubitando dell’esattezza dei loro colpi.

I due leoni pareva si fossero realmente addormentati, poichè non accennavano ad aprire gli occhi.

Avevano compiuto metà discesa, quando un ruggito, che si era propagata fra le dune, come un colpo di tuono, echeggiò improvvisamente.

Il maschio si era alzato di scatto colla criniera irta, raccogliendosi prontamente su sè stesso, come se si preparasse a spiccare il salto.

— In guardia, signore! — gridò Tabriz.

Non aveva ancora finito che il leone si scagliava contro Hossein che si trovava più in basso.

Il giovane s’appoggiò alla duna e sparò risolutamente, con una calma ammirabile, il suo ultimo colpo di pistola.

Il leone, arrestato per così dire al volo, cadde da una parte, rotolando quasi ai piedi di Tabriz.

— Prendi! — urlò allora il gigante assestandogli un poderoso colpo di kangiarro.

La terribile lama squarciò netto il collo della belva, facendo sprizzare alto il sangue.

Intanto la leonessa, svegliata dal ruggito del compagno e dal colpo di pistola, era pure balzata in piedi, ma ebbe un momento di esitazione, e quello fu la salvezza dei turchestani.

Due spari rimbombarono, seguiti da un ruggito formidabile, poi, dileguatosi il fumo, Tabriz e Hossein scorsero la leonessa a fuggire attraverso la steppa, varcando a gran salti le dune.

— Ehi, loutis — gridò il gigante, volgendosi verso Karaval.

— Hai veduto come noi, uomini della steppa turchestana, sappiamo ammazzare i vostri leoni?

— Sparate meglio dei cosacchi del Don, voi, — si limitò a rispondere il bandito.

— Possiamo riprendere la marcia?

— Sono ai vostri ordini, signori. Abbiamo perduto già troppo tempo e giungeremo tardi all’oasi di Kara-Kum. —

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Non vedendo più la leonessa, lasciarono frettolosamente la collinetta e dopo d’essersi bagnate le labbra coll’acqua, contenuta nella vescica, si misero senz’altro in marcia affrettando il passo.

Fu solamente tre ore dopo il tramonto, che giunsero all’oasi, completamente sfiniti e quel che era peggio, affamati.

Quella macchia però essendo più vasta delle altre e ricca d’alberi e di cespugli, fornì loro dell’acqua ancora più fresca di quella del piccolo stagno del ghepardo e uova in abbondanza, essendo abitata da veri stormi di houbara.

Cenarono di buon umore, accanto al pozzo e si stesero poscia presso il fuoco montando, uno per volta, la guardia, non essendo sicuri che non vi fossero delle belve.

Nei giorni seguenti continuarono la terribile marcia attraverso a quell’interminabile steppa ed al sesto giorno scoprivano finalmente la zona alberata che segue l’Amur-Darja, dalla sua sorgente fino alla sua foce.

Karaval aveva manovrato in modo da portarsi vicinissimo alla stazione comandata dal capo ghirghiso o usbeko che fosse, suo amico, che vegliava la frontiera per incarico dell’Emiro. Conoscitore profondo della steppa della fame, e di tutte le sue oasi, era sicurissimo di non essersi ingannato.

— Signori, — disse fermandosi dinanzi ai primi alberi e fingendo una gioia immensa, — ecco la parte più difficile del nostro viaggio compita.

Non ci rimane che di attraversare il fiume e saremo nella steppa degli Illiati, che confina con quella dei Sarti.

— Tu sei un brav’uomo, — gli rispose Hossein, — e avrai un regalo degno d’un nipote d’un beg.

— Troveremo un guado? — chiese Tabriz.

— Ecco il difficile, signore, — rispose il bandito. — L’Amur qui deve essere larghissimo e profondissimo e senza una barca non potremo attraversarlo.

Però, se non m’inganno, non dobbiamo essere lontani da una stazione di pescatori di garitse. Conoscete quei deliziosi pesci che somigliano alle trote?

— Ci preme conoscere più i pescatori che i pesci, — disse Tabriz.

— Volete lasciare a me l’incarico di andarli a cercare?

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Mancano tre ore al tramonto e le mie gambe sono ancora in ottimo stato.

Qui d’altronde nulla avrete da temere, essendo queste rive quasi disabitate.

— Tornerai con una barca? — chiese Hossein.

— Ve lo prometto, signore. Continuate la marcia fino al fiume, accendete il fuoco e aspettatemi.

— Intanto cercheremo di procurarci la cena, — disse Tabriz.

— Addio, signori, contate su di me, — concluse il bandito allontanandosi.

Mentre egli seguiva il margine della zona alberata, Tabriz e Hossein si erano cacciati sotto le vòlte di verzura, premurosi di giungere sulla riva del fiume.

Una vegetazione splendida, formata però quasi esclusivamente da querce e da platani e da enormi cespi di rose ancora in fiore, formava come una fascia di qualche chilometro di estensione, non potendo le infiltrazioni delle acque spingersi più lontano.

Che frescura deliziosa però sotto quelle ombre, specialmente per uomini che, da otto giorni, si arrostivano da mane a sera sotto un sole implacabile e che avevano sempre marciato.

— Qui mi sembra di rivivere, — disse Tabriz. — Si direbbe che i pori della mia pelle disseccata, assorbano voluttuosamente l’umidità del fiume.

E poi questa è l’aria della nostra steppa, signore.

— Mista ad aria satura di vendetta, — aggiunse Hossein che era diventato tetro.

— Se non l’ucciderete voi, lo finirò io, signore. L’ho giurato, e gli uomini della steppa sanno mantenere le loro promesse, checchè avvenga.

— Mio zio non perdonerà: è implacabile come noi, lo conosco troppo bene. Vi è sempre però un sospetto che mi cruccia.

— Quale, signore?

— Che Abei mi abbia surrogato, credendomi morto.

— Non parlare di ciò, ora, signore. Ecco il fiume: lasciamo l’argomento scottante e vediamo se possiamo guadare l’Amur-Daria senza attendere il ritorno del loutis. —

Il fiume in quel luogo era largo cinquecento metri per lo meno, e le sue acque scorrevano rapidissime ed a quanto sembrava dovevano essere anche assai profonde.

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Per di più la riva opposta non offriva alcun approdo, essendo formata da altissime rocce tagliate a picco, di colore nerastro e che trasudavano una materia vischiosa, di colore oscuro, che scivolava lentamente nel fiume in forma di serpenti.

— Senza una barca noi non potremo passare, — disse Tabriz. — E poi dovremo ancora scendere o risalire il fiume.

Dinanzi a noi si trova un terreno petrolifero. Non vedi la nafta che cola da quelle rupi?

— Aspettiamo il loutis, - rispose Hossein. — Sapendo di ricevere un premio, non mancherà di ritornare.

— Vado a cercare qualche cosa da porre sotto i denti. Troverò certo qualche albero da frutta. —

La breve gita di Tabriz, non fu troppo fortunata. Tuttavia riportò un po’ di ribes e delle bacche, sufficienti a calmare momentaneamente la fame.

— Ci accontenteremo di questo per ora — disse il gigante. — Il loutis sa che siamo a secco di viveri e non mancherà di portarci almeno qualcuno dei suoi famosi pesci. —

Divorarono la frugalissima cena, accesero il fuoco per segnalare alla loro guida la loro presenza, poi si sedettero sulla riva, sotto una grossa quercia che lanciava rami giganteschi in tutte le direzioni.

Entrambi erano diventati muti e non staccavano gli sguardi dalla sponda opposta che serviva di barriera alla loro steppa. Certo pensavano al beg, a Talmà e soprattutto ad Abei, al miserabile che per poco non li aveva uccisi e che era stato la causa di tutte le loro disgrazie.

Le tenebre erano calate da un paio d’ore, quando Tabriz, che di quando in quando osservava il basso corso del fiume, scorse un certo numero di punti luminosi che si riflettevano vivamente nelle acque del fiume.

— Quelle sono barche di pescatori, — disse alzandosi. — Il loutis ce ne aveva promessa una e giunge invece con una flottiglia. Avrei meglio desiderato che fosse una sola, piuttosto di tante.

— Temi qualche sorpresa, Tabriz? — chiese Hossein che pareva uscisse allora da un sogno.

— Io non ho mai avuto rapporti coi pescatori dell’Amur-Darja, quindi non ti posso dire se sono galantuomini o birbanti.

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— Nulla potrebbero toglierci. I bukari dell’Emiro mi hanno preso perfino l’ultimo tomano.

— E anche a me, signore. —

I punti luminosi intanto ingrandivano a vista d’occhio e le barche cominciavano a delinearsi abbastanza nettamente. A bordo si scorgevano parecchi pescatori, che arrancavano con gran lena per vincere la forza della corrente.

Tabriz contò sei barche, piuttosto pesanti, essendo tutte scavate nel tronco d’un albero, montate ognuna da cinque pescatori, quattro ai remi ed il quinto al timone.

Dinanzi ad ognuna, all’estremità d’un lungo bastone che reggeva una specie di borsa, formata di filo di rame, ardevano pezzi di legno, cosparsi di nafta o di petrolio, onde proiettassero maggior luce.

Sui bordi, Tabriz e Hossein scorsero, non senza un certo stupore, degli uccelli dalle gambe piuttosto lunghe, che si tenevano l’uno accanto all’altro e che sembravano liberi.

— Sono pescatori o cacciatori? — si chiese Tabriz. — Che cosa fanno quei volatili? —

In quel momento una voce a loro ben nota s’alzò sulla prora della prima scialuppa, gridando:

— Eccomi, signori!... Giungo in buon punto.

— Il loutis! — esclamarono Tabriz e Hossein.

La scialuppa, con pochi colpi di remo, giunse presso il fuoco che ardeva sulla riva, ed il bandito balzò a terra, dicendo:

— Noi siamo ospiti di questi pescatori e non avrete nulla da temere da parte loro. Sono brava gente.

— Acconsentono a farci attraversare il fiume? — chiese Hossein.

— Sì, signore, non prima di domani mattina però, essendo ora occupati alla pesca della garitsa. E poi per trovare un approdo, noi siamo costretti a discendere il fiume per parecchie miglia, essendo qui la riva opposta tagliata a picco per un lunghissimo tratto e troppo pericolosa.

— Ce n’eravamo accorti, — disse Tabriz.

— Vi è una zona petrolifera al di là delle rocce. Imbarcatevi, signori, e assisterete ad una pesca divertente.

— A ventre vuoto?

— Ho pensato a voi: vi è sotto la prora un canestro con pesci [p. 233 modifica]arrostiti e gallette di maiz, nonchè un fiasco di kumis e anche delle pipe. —

Balzarono nella barca che era la più lunga di tutte e si sedettero a prora, mentre i pescatori prendevano subito il largo ridiscendendo la corrente.

— Dimmi un po’, loutis, — disse Tabriz, che aveva subito dato l’assalto al canestro.

— Che cosa fanno quegli uccelli che si tengono ritti sul bordo e che non sono legati?

— Servono a pescare le garitse, signore. La notte è oscura e quei deliziosi pesci si lasceranno prendere in gran numero.

— Da chi?

— Da questi uccelli, signore. Sono cormorani del mar d’Aral, dei pescatori infaticabili, che sono stati ammaestrati per la pesca della garitsa.

— Che pesci sono?

— Una specie di trote e abbondano qui. —

Le sei barche si erano disposte su due linee e si erano portate in mezzo al fiume, mentre i pescatori remavano dolcemente all’indietro, onde la corrente non le trasportasse troppo rapidamente.

Sul mar d’Aral e sui suoi fiumi che scaricano entro esso le loro acque, come nei mari e nei fiumi della China e del Giappone, si fa uso dei cormorani, di quegli avidissimi uccelli acquatici, che noi chiamiamo smergli, per ottenere delle pesche abbondanti.

Gli uomini della steppa si servono dei falchi per la caccia, i pescatori pure di volatili, e gli uni e gli altri non hanno da lagnarsi, perchè oltre a procurarsi un buon divertimento, si procurano, con quasi nessuna fatica, selvaggina terrestre ed acquatica. Si sa che i cormorani sono grandi distruttori di pesce e che sono anche pescatori abilissimi, potendo tuffarsi sott’acqua e rimanervi per qualche tempo. È appunto sull’avidità di quei trampolieri che i pescatori contano, ed in quale misura anche!...

Un cormorano bene ammaestrato può mantenere comodamente una famiglia di pescatori, e anche procurarle una certa agiatezza. Ordinariamente però i pescatori non ne hanno mai meno d’una mezza dozzina, che tengono con cure infinite.

È di notte che il cormorano lavora con maggior lena, sicchè [p. 234 modifica]i suoi padroni difficilmente se ne servono di giorno, almeno quelli delle rive del mar d’Aral e dei fiumi della steppa settentrionale.

Aspettano di solito le notti oscurissime, perchè quelle sono le più propizie per la pesca e prendono il largo coi loro uccelli che stanno appollaiati sui due bordi della barca.

Un fuoco arde sempre all’estremità d’un bastone per attirare i pesci. Quando questi cominciano a mostrarsi a fior d’acqua, i cormorani, ad un fischio del padrone si mettono animosamente al lavoro.

Di solito sono i più giovani che cominciano l’attacco. In un lampo si tuffano, afferrano il primo pesce che guizza dinanzi a loro e lo portano fedelmente al padrone, fedelmente perchè non possono divorare la preda. Se non avessero al collo un anello di rame che stringe loro il gozzo, vi sarebbe da dubitare sulla loro fedeltà e probabilmente il padrone aspetterebbe invano la preda.

Sono però così stupidi che, quantunque delusi nelle loro speranze e spronati un po’ anche dalle loro abitudini, tornano subito in acqua alla caccia d’altri pesci, portandoli sempre.

È vero che a pesca finita potranno fare delle scorpacciate d’interiora, che l’avaro padrone getta loro in abbondanza.

Non è raro che un solo cormorano in una notte riesca a prendere quindici, venti e talvolta anche trenta chilogrammi di pesce. Moltiplicando per sei, ossia pel numero degli uccelli contenuti in ogni barca, si può comprendere quali guadagni faccia l’equipaggio che si compone di solito di non più di cinque persone.

La flottiglia dei pescatori, che continuava a scendere il fiume, dopo d’aver percorso un paio di chilometri, rinnovando costantemente i pezzi di legno, che bruciavano entro le borse di filo di rame, aveva cominciato a lanciare i volatili.

Quegli infaticabili pescatori lavoravano con vero accanimento. Appena a bordo ripartivano, tuffandosi profondamente, colla speranza mai esaudita, di poter finalmente saziare la loro ingordigia.

Già le barche erano mezze piene, quando giunsero in un luogo ove l’Amur-Darja s’allargava, formando una specie di lago che era cosparso d’isolette boscose.

— Qui faranno la grande pesca, — disse Karaval a Tabriz. — È questo il luogo ove le garitse si radunano in maggior copia. —

Le sei scialuppe continuavano ad avanzare, ma i cormorani, [p. 235 modifica]appena toccata l’acqua, s’affrettavano a ritornare a bordo rifiutandosi assolutamente di ritornare.

Una certa agitazione si era manifestata fra i pescatori.

Osservavano l’acqua, fiutavano l’aria e non osavano più avanzare.

Ad un tratto un altissimo grido s’alzò fra l’equipaggio della prima scialuppa.

— Fuggite!... La nafta. —

Quasi nell’istesso tempo, l’acqua s’infiammava intorno alle imbarcazioni, rompendo furiosamente le tenebre che gravitavano sul fiume.