La tempesta (Shakespeare-Angeli)/Atto terzo/Scena seconda

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William Shakespeare - La tempesta (1612)
Traduzione dall'inglese di Diego Angeli (1911)
Atto terzo - Scena seconda
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Un’altra parte dell’isola.


Entrano Calibano, Stefano e Trinculo che reca

una bottiglia.


                        Stefano.
    Non mi seccare: quando il barile sarà vuoto
beveremo l’acqua: ma non una gocciola prima.
Per conseguenza: fermi e all’abbordaggio. Ser-
vo·mostro: bevi alla mia salute.

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                        Trinculo.
    Servo-mostro! La pazzia di quest’isola! Di-
cono che non abbia che cinque abitanti e siamo
in tre: se gli altri due hanno delle zucche come
le nostre, addio stato!

                        Stefano.
    Bevi, servo-mostro, te l’ordino io. Hai quasi
gli occhi nella testa.
Calibano beve.

                        Trinculo.
    E dove vorresti che gli avesse? Sarebbe,
da vero, un bel mostro se gli avesse sulla coda.

                        Stefano.
    Il mio mostro-domestico ha affogato la sua
lingua nel vino. In quanto a me il mare non
mi potrebbe affogare: prima di toccare la spiag-
gia ho notato trentacinque leghe in lungo e in
largo, quanto è vera la luce! Tu sarai il mio
tenente-mostro, oppure il mio alfiere.

                        Trinculo.
    Meglio il vostro tenente: non può essere un
alfiere.

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                        Stefano.
    Vogliamo correre, Monsieur Mostro?

                        Trinculo.
    Nè correre nè andare al passo: vi accucce-
rete come cani e non saprete dire nè meno
una parola.

                        Stefano.
    Parla almeno una volta in vita tua, mio bel
vitello, se sei un vitello davvero!

                        Calibano.
Come stai, Signoria? Lascia ch’io lecchi
le tue scarpe. Costui, non vo’ servirlo:
egli non è valente.

                        Trinculo.
    Tu mentisci, o mostro ignorante: mi sento
capace di fare ai pugni con uno sbirro. Ma,
dimmi un poco, pesce svergognato, un uomo
che ha bevuto tanto vino quanto ne ho bevuto
io può essere un codardo? Vuoi proprio dirci
una mostruosa bugia, tu che sei mezzo pesce
e mezzo mostro?

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                        Calibano.
                            Ahimè, si burla
di me? Lo lascerai dire, o signore?

                        Trinculo.
    Ti ha chiamato signore: si è mai visto un
mostro così ingenuo?

                        Calibano.
Ahimè, di nuovo, ahimè: mordilo fino
a che ne muoia, te ne prego.

                        Stefano.
    Trinculo, cerca di aver in bocca una buona
lingua, se non vuoi conoscere il primo albero
come ribelle! Il povero mostro è mio suddito
e io non permetterò che sia insultato.

                        Calibano.
                                                  Grazie,
mio nobile signore. Vuoi tu ancora
udire che ti ho già narrato?

                        Stefano.
    Ma certo: mettiti in ginocchio e ripeti la
tua storia. Starò in piedi, con Trinculo, ad
ascoltarti.
Entra Ariele invisibile.

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                        Calibano.
Come ti ho detto,
son sottomesso ad un tiranno, mago,
che per l’incanto delle sue malie
di quest’isola mia m’ha derubato.

                         Ariele.
    Tu mentisci.

                        Calibano.
Mentisci tu, pagliaccio
di uno scimmione, tu! Vorrei che il mio
valoroso signor ti sterminasse.
Io non mentisco.

                        Stefano.
    Trinculo, se lo interrompi un’altra volta, ti
farò saltare qualche dente con questa mano.

                        Trinculo.
    Ma se non ho detto nulla!

                        Stefano.
    Zitto dunque e non una parola.
A Calibano.
Tira avanti.

                        Calibano.
                      Con le sue malie
mi ha derubato di quest’isola, dicevo

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me l’ha rubata. Se la tua grandezza
vuol di lui vendicarmi — io so che osarlo
tu puoi, ma non costui....

                        Stefano.
    Questo è vero.

                        Calibano.
                                         Sarai signore
di tutto quanto ed io ti servirò.

                        Stefano.
    E come si potrà fare? Mi ci puoi condurre tu?

                        Calibano.
Sì, sì, signore mio: mentre ch’ei dorme
te lo farò vedere e nella sua
testa potrai ben conficcargli un chiodo.

                         Ariele.
    Tu mentisci: non lo puoi fare.

                        Calibano.
Che scemo quel fantoccio! O tu pagliaccio
rognoso! Io prego vostra signoria
di picchiarlo e di togliergli la sua
bottiglia. Non potrà più bere quando
non ce l’avrà, se non l’acqua marina,
chè non gli mostrerò le fresche fonti.

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                        Stefano.
    Trinculo, non scherzare col pericolo! Se in-
terrompi un’altra volta questo mostro, lascio
da parte la compassione e con le mie proprie
mani ti riduco come un baccalà.

                        Trinculo.
    Ma cosa ho fatto? Se non ho fatto nulla! Me
ne vado via, ecco.

                        Stefano.

O non hai detto che mentiva?

                         Ariele.
    Tu mentisci!

                        Stefano.
    Ah mentisco? E tu prendi questo.
Dà un pugno a Trinculo.
Se ti è piaciuto, smentiscimi un’altra volta.

                        Trinculo.
    Io non ti ho smentito. Hai perduto il cervello
o le orecchie? Maledetta la vostra bottiglia, è
tutta colpa del vino e della ubriachezza. Che
la peste si prenda il vostro mostro e il diavolo
le vostre dita.

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                        Calibano.
ridendo.
    Ah! ah! ah! ah!

                        Stefano.
    E ora tira avanti, col tuo racconto. Allonta-
nati, ti prego.

                        Calibano.
Picchialo ancora un po’: fra qualche tempo
anch’io lo picchierò.

                        Stefano.
                             Più in là: prosegui.

                        Calibano.
Ecco, come ti dissi, è suo costume
di dormire nel pomeriggio. Allora
quando i libri gli avrai tolti, potrai
schiacciargli il cranio o rompergli la testa
con un ceppo, o sventrarlo con un palo,
o tagliargli la gola con il tuo
cortello. Ma però, prima, rammenta
d’impossessarti dei suoi libri. Senza
di quelli ei non è altro che uno sciocco
al par di me, nè ha più spirito alcuno
al suo comando: l’odian tutti come
io l’odio. Ma brucia soltanto i libri

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e serba i suoi belli utensili — in questo
modo li chiama — con i quali ei vuole
adornarsi una casa quando l’abbia.
Ma più di tutto pensa alla bellezza
di sua figlia: egli stesso la proclama
“senza eguali„. Non ho mai visto donna
all’infuori di Sicorax, mia madre,
e di lei: ma però questa sorpassa
Sicorax, come una cosa più grande
sorpassa una più piccola.

                        Stefano.
                                           Ella è dunque
una ragazza così bella?

                        Calibano.
                                      Certo,
signore mio: ti garantisco ch’ella
ti sarà di buon letto e ti darà
bellissimi figliuoli.

                        Stefano.
    Mostro! io ammazzerò quell’uomo. Sua figlia
ed io, saremo il Re e la Regina — Dio salvi
le nostre Maestà — e Trinculo e tu stesso sa-
rete i miei vicerè. Ti piace la congiura, Trin-
culo?

                        Trinculo.
    Eccellente.

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                        Stefano.
    Dammi la mano: mi dispiace di averti pic-
chiato. Ma finchè vivi, trattieni la lingua.

                        Calibano.
                                Fra mezz’ora
si sarà addormentato: hai deciso
di ucciderlo?

                        Stefano.
                  In parola mia d’onore.

                         Ariele.
    Lo dirò al mio padrone!

                        Calibano.
Tu mi rendi felice, io sono pieno
di gioia: ci vogliamo divertire.
Volete un po’ riprendere quel canto
che poco fa mi insegnavate?

                        Stefano.
    Voglio accordarti tutto quel che mi chiedi,
mostro: tutto quanto, tutto. Vieni qua, Trin-
culo, cantiamo.
Canzoniamoli e snidiamoli,
sì, snidiamoli e canzoniamoli:
il pensiero è libero....

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                        Calibano.
                                             Questa
non è la stessa musica.
Ariele suona la musica
col flauto e col tamburo.

                        Stefano.
    Cos’è quest’eco?

                        Trinculo.
    È l’aria della nostra canzone, suonata dal
ritratto di Nessuno.

                        Stefano.
    Se sei un uomo fatti vedere come sei; se
sei un diavolo fatti vedere come ti pare.

                        Trinculo.
    Oh, perdono per i miei peccati!

                        Stefano.
    Quello che muore paga tutti i suoi debiti:
io ti sfido. Aiuto!

                        Calibano.
                            Hai paura?

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                        Stefano.
    No, mostro, no.

                        Calibano.
Non avere timor: l’isola è piena
di rumori e di dolci arie che danno
piacere e non fan male. Qualche volta
di ben mille strumenti odono il rombo
le orecchie mie: qualche altra volta sento
voci, che se mi sveglio dopo un lungo
sonno, mi fan riaddormentare e allora
mi sembra di veder sognando nubi
che squarciandosi mostran gran ricchezze
pronte a piovermi addosso, tanto che
se allora mi svegliassi, piangerei
per sognare di nuovo.

                        Stefano.
    Questo prova che è un buon regno per me,
dove potrò avere la musica per niente.

                        Calibano.
    Quando Prospero sarà ucciso.

                        Stefano.
    Lo sarà fra poco: mi rammento la tua storia.

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                        Trinculo.
    Il suono si allontana: andiamogli dietro e
poi faremo il nostro affare.

                        Stefano.
    Facci la strada, Mostro, e ti seguiremo. Mi
piacerebbe di vedere il tamburino: Deve avere
una buona mano.

                        Trinculo.
    Vengo con te, Stefano.
Exeunt.