L'aes grave del Museo Kircheriano/Dell'origine dell'aes grave

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Dell'aes grave del museo Kircheriano Del peso e valore dell'aes grave
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DELL' ORIGINE DELL' AES GRAVE


La comodità che qui in Roma per parecchi anni abbiamo goduta, di osservare e studiare di proposito molti de’ fatti, che alla moneta italica primitiva si appartengono, ci obliga a far comune a’ nostri lettori la notizia almeno de’ più generali, eziandio perchè sieno informati delle principali ragioni, su cui si fondano le cose che veniamo accennando nella nostra descrizione e ragionamento. Incominciamo dalla origine.

Egli è certo che que’ primi uomini, i quali posero loro stanza in questa terra italiana, seco non recarono moneta figurata: anzi egli è pure certo, che molti secoli anche qui per loro trascorsero, prima che scoprissero una tal arte. Citeremo a testimonio del fatto la sola lingua de’ latini. Ci serba questa la memoria del primo commercio italiano in quelle voci, che allora appunto nacquero, quando il bronzo, metallo comune a tutta l’Italia media, di greggio ed informe, quale si adoperava nel cambio e nell’acquisto delle merci, prese quella forma determinata, che più non doveva abbandonare. Gli aggiunti di rude e di signatum furono appropriati all’ aes in un medesimo giorno ; e fu appunto quel giorno, in che fu trovata la nuov’arte dell’effigiare a diverse figure il metallo, che servir non doveva più se non al traffico, Aes signatum sì chiamò la nuova moneta, per distinguerla dal aes rude, che allora usciva dall’uffizio nel quale era stato adoperato.

Antichi scrittori tra gli altri meriti che a Giano attribuiscono, il lodano eziandio come inventore di quest’arte alla vita civile degli uomini cotanto vantaggiosa. Il nome di Giano tuttavia pare non ci scuopra che il luogo e fors’anche il tempo in che l’arte fu ritrovata. Il luogo sarebbe la provincia, su cui quel re od eroe ebbe stanza ed impero, e su cui fin quasi dalla prima origine fu collocata questa Roma che tuttora abitiamo. Il tempo anch’esso pare debba essere eroico, per cui non temiamo d’andar [p. 3 modifica]molto lungi dal vero, stabilendolo prossimo alla edificazione di questa città, ordinata da Romolo, anzi anteriore piutosto che posteriore.

E a vero dire, se da estrania terra fosse stato tra noi recato l’artifizio dell’aes signatum ne avremmo un qualche avviso nelle memorie degli autori più vetusti, o almeno nel medesimo aes signatum, il quale avrebbe in quella sua prima culla lasciato di se alcune reliquie, come le ha lasciate in queste terre che lo videro nascere e andare in uso. Ma né gli scrittori ne fanno parola, né fuori di queste italiche provincie noi conosciamo paese, il quale tra’ suoi monumenti ne additi una qualsiasi pruova di moneta in bronzo, distinta da ogni altra forma di moneta per la sua fusione, per il suo peso e per la distribuzione in quelle parti che dalla libra scendono gradatamente fino all’oncia. L’Egitto, l’Asia e la Grecia nella copia e varietà maravigliosa delle loro arti, nulla ci offrono di somigliante: anzi nell’Italia medesima troveremo a suo tempo non pochi popoli e città, che o non poterono, o non seppero, o non vollero ajutarsi del benefizio di questo ritrovamento.

Pare quindi a noi, che nella sola Italia trovisi l’arte nascere, progredire e sollevarsi passo passo dalla prima rozzezza sino alla miglior sua perfezione. Quivi incomincia da un peso quasi strabocchevole, e grado a grado discende a pesi più comodi; incomincia universalmente dalla fusione, e trapassa al conio. Non già che l’arte del coniare, anche con conj a cilindro, sia quivi di tarda origine; che anzi noi la stimiamo anteriore all’uso stesso della moneta fusa. Anella, borchie, fibbie, collane in sottili lamine d’oro purissimo, lastre di bronzo con componimenti di varie figure,☆☆☆ ripetuti senza interrompimento con applicazione di conj ora piani ora cilindrici, noi quivi in Roma abbiam vedute in grande copia uscire dalle escavazioni suburbane ed etrusche di questi ultimi anni. Ma contuttoché queste opere cosi coniate ne presentino lo stato dell’arte, qual era ne’ tempi più remoti, rozza e meschina; quivi tuttavia la moneta figurata nasce per l’artifizio della fusione, non per quello del conio. Tutto all’opposto di ciò che accadde universalmente presso gli altri popoli dell’antichità. Né breve fu il tempo in che i nostri monetieri perseverarono in quel loro primo ritrovamento: anzi se ha a giudicarsi dal numero e peso delle monete fino a noi pervenute, nonché dalla varietà del loro artifizio, siamo quasi costretti ad affermare, che forse per più centinaja d’anni durò tra noi una tal arte. Non è se non tardi che incominciasi a vedere il conio applicato alla moneta, della quale pare che in principio non sappia abbellire che una sola delle due faccie, in progresso le adorna amendue. Ella è cosa posta fuori de’ confini del nostro istituto il rintracciare chi fosse primo a darci monete di questa seconda foggia; se gli artefici della Grecia, o quelli dell’Italia, se que’ delle città meridionali, o quelli della nostra Italia media. Ma non possiamo lasciare di far riflettere agl’investigatori delle prime origini delle umane arti, che un troppo grave oltraggio [p. 4 modifica]farebbesi all’ingegno e alla civiltà degli abitanti antichi di queste provincie, quando imaginar si volesse, ch’eglino dopo aver veduta la moneta altrui coniata in una comodissima forma, dopo avere nelle loro città allargato l’uso del conio in oggetti di puro lusso e di semplice ornamento, s’appigliassero al non onorevole partito di fondere la propria moneta con un tal metodo, che se offre molti vantaggi in confronto dell’aes rude rimane incomparabilmente più incommodo della moneta di seconda invenzione, e la fondessero per tanta lunghezza di tempo, prima di conformarsi al costume già divenuto universale.

Pertanto chiunque voglia co’ monumenti tessere la vera storia di questa bell’arte, non ha mestieri d’uscire d’Italia per rivenirli. Troverà tra noi l’aes rude che si trasforma in aes signatum, e questo in tre diverse forme, rettangolare, elittica, rotonda. Troverà la forma rotonda dell’aes signatum discendere gradatamente da quel peso, che porta il titolo di grave a pesi minori, dall’asse di dodici a quello di due oncie. Lo troverà dapprima senza le utilissime note del suo legitimo valore, quindi co’ segni diversi de’ diversi suoi prezzi. L’avrà dapprima senza una lettera o parola, che ne indichi la patria; quindi con le indicazioni o iscrizioni de’ suoi diversi padroni, nelle quali pure appariscono i miglioramenti che il tempo a poco a poco veniva arrecando. Avrà per ultimo il trapassare dell’arte dalla fusione al conio, e in questo vedrà le prime pruove assai rozze migliorare rapidamente, e sollevarsi alla più squisita ed insuperabile eleganza. Con la quale svariatissima copia di monumenti non prenderemo noi mai a predicare, che quelle antiche menti italiane sieno state anche di quest’arte insegnatrici ad altrui. La sola cosa che vorremmo ci fosse conceduta, sarebbe, che contro la troppo evidente ragione de’ fatti niun ci venisse a dire, che gli antichi italiani nell’arte della moneta figurata sieno stati discepoli a stranieri maestri.