L'Economico/Capitolo II

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Senofonte - L'Economico (IV secolo a.C.)
Traduzione di Girolamo Fiorenzi (1825)
Capitolo II
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CAPITOLO II.


Come ebbe Critobulo udito questo in somigliante guisa riprese il ragionare. Assai sufficientemente parmi di aver compreso quanto hai tu detto. Esaminando poi me stesso stimo di potermi assicurare che se tu mi consiglierai quello che io mi abbia a fare per accrescere la casa, non ne verrò impedito da queste che tu chiami padrone. Su via adunque consigliami di buon animo il meglio che sai, se già non fai tu stima, o Socrate, che noi siamo abbastanza ricchi, [p. 8 modifica]e che non ci faccia d’uopo di procacciarci altre richezze. — Io, disse Socrate, se di me parli, veramente stimo di non abbisognare di altre ricchezze. ma di averne a sufficienza: tu poi, Critobulo, mi sembri affatto miserabile, ed alcuna volta del tutto ti compiango per la tua povertà. — Allora Critobulo ridendo: e quanto credi tu, o Socrate, che troveresti de’ tuoi beni vendendoli, e quanto io de’ miei? – Io penso, disse Socrate, che se mi scontrassi in un buon compratore, coll’abitazione, e con tutte le altre cose che posseggo di ritrovarne assai agevolmente cinque mine. I tuoi beni poi so benissimo che ne troverebbero più di cento volte cotanto. — E sapendoti questo, pensi tu, o Socrate, di non aver bisogno di altre ricchezze; me poi compiangi per la miseria. — Perchè i miei averi bastano a fornirmi quanto mi abbisogna: per quella maniera poi di vivere che hai presa, e per quella opinione in cui sei tenuto, neppure se tre volte quanto ora possiedi, ti si raddoppiasse, non mi parrebbe che potesse bastarti. — Com’è ciò? disse Critobulo. — E Socrate: in primo luogo perchè vedo che di necessità si richiede che tu faccia molti, e splendidi sacrificii, altrimenti credo che non tel comporterebbero nè gli Dei, nè gli uomini. Appresso ti conviene ricevere molti ospiti, e questi con grande orrevolezza: appresso ti fa d’uopo dare conviti ai cittadini, e [p. 9 modifica]beneficarli, senza di che rimarresti privo di partigiani: appresso anche la città so che t‘imporrà di spendere grandi somme, come di nutrire cavalli, di presiedere ai cori, di stare a capo al ginnasio, e di difendere i clienti: se poi avvenga che si abbia a far guerra, ben conosco come, e il mantenimento delle galee, e tali altre gravezze ti saranno poste addosso, che non ti sarà agevole a sostenerle, e se parrà che alcuna di queste cose tu le faccia alquanto miseramente, io so bene, che gli ateniesi ti punirebbero nulla meno, che se ti cogliessero in sul fatto a rubare le cose loro proprie. Oltre a ciò, mi avveggo, che tu avvisandoti di avere assai di ricchezza non ti dai cura di attendere a procacciartene, e tutto l’animo hai rivolto alle lascivie, come se i tuoi averi lo comportassero. Per le quali cose ti compiango, temendo che tu non vada incontro ad un male senza rimedio, e non ti riduca in tali angustie da non poterne uscire. E se a me mancasse pure alcuna cosa, son certo, che tu ben sai quanto agevolmente ritroverei chi mi sovvenisse, poichè per la mia maniera di vivere, anche il pochissimo che mi dassero basterebbe a farmi nuotare nell’abbondanza: ma quelli che a te sono amici benchè abbiano quanto basta alla loro condizione, molto più che non hai tu ciò che basta alla tua, tuttavia così ti riguardano, come se dovessero sempre ricevere da te alcuna cosa. — Quindi [p. 10 modifica]Critobulo disse: a tutto questo, o Socrate, io non ho che opporre; ma egli è ben tempo che tu prenda il governo de’ miei averi, acciò davvero non divenga da compiangere. — Ciò avendo Socrate udito, disse: e non istupisci di questo che ora tu fai? perocchè poco fa, quando io diceva di essere ricco, ti ridesti di me, come se nemmeno sapessi che cosa fosse ricchezza, e non cessasti se non dopo avermi ripreso, e costretto a confessare, che io non possedevo neanche la centesima parte del tuo avere: ora poi vuoi che mi ponga al governo delle tue cose, e che abbia cura onde tu veramente non divenga al tutto miserabile? — Io veggo, disse, che tu, o Socrate, conoscendo la via di arricchire ti sai procacciare alcuna cosa di sopravanzo; quegli adunque che dal poco se avvantaggiarsi, spero che dal molto facilmente grandissima abbondanza saprà produrre. — E non ti rammenti tu come poc’anzi nel discorso da noi senza alcuna dubitazione si disse, che non sono ricchezze i cavalli a chi non sa usarne, e così nè anche la terra, nè gli armenti, nè il denaro, nè alcuna altra cosa di cui altri non sappia servirsene, quantunque tali cose rendano di lor natura alcuna utilità, come poi vuoi tu che io sappia di esse servirmi se niuna mai non ne ho posseduta? — Ma si è pur anche detto che quantunque alcuno non abbia ricchezze, può ben avere la scienza dell’economia: quale [p. 11 modifica]impedimento v’ha adunque che non l’abbia ancor tu? — Quello stesso impedimento nel vero che avrebbe alcuno a saper suonare il flauto, quando nè egli mai avesse posseduto flauti, nè altri gli avesse permesso di poterlo apprendere nei suoi; e a questo modo appunto mi trovo io rispetto all’economia; perocchè nè io ho mai posseduto tali strumenti della ricchezza da impararvi sopra, nè alcun altro mi ha dato le sue cose a governare; se non che ora tu vuoi darmele: quelli però che apprendono a suonare la lira in sulle prime la guastano, ed io pure se nella tua casa incomincierò ad apprendere a fare da economo forse che rovinerò la tua casa. — A questo rispose Critobulo: ben mi avveggo, o Socrate, che ti studi di sfuggirmi, e in niun modo vuoi darmi aiuto a sostenere più di leggieri quelle cure che di necessità si richiedono ai miei averi. — No nel vero, disse Socrate, non io già: anzi quanto è in me assai tosto, e volentieri tel farò conoscere. Io poi mi persuado che venendo tu per avere il fuoco, e non avendolo presso di me, se ti conducessi altrove d’onde potessi prenderlo di nulla mi rimprovereresti: e se domandandomi l’acqua, io non avendola, anche per questa altrove ti conducessi, so che neanche di questo mi rimprovereresti e se volendo apprendere da me la musica, ti mostrassi altri molto più in quella esperti di me, e che ti saprebbero grado se volessi da loro [p. 12 modifica]apprenderla, qual rimprovero pure se ciò facessi mi potresti tu fare? — Ragionevolmente niuno, o Socrate. — Pertanto intorno a ciò che tu ora da me richiedi altri ti mostrerò che assai meglio di me il sanno fare: poichè ti confesso che ho sempre avuto cura di conoscere quelli che in ciascuna arte fossero più eccellenti nella città. E sapendo alcuna volta, che fra quelli che alle medesime opere attendevano altri si rendevano poverissimi, e altri ricchissimi diventavano, ne rimasi meravigliato, e mi parve che fosse da considerare in qual modo ciò addivenisse; e consideratolo trovai che ciò succedeva in un modo del tutto naturale: perchè coloro che operavano così a caso li vedeva trovarsi con perdita: coloro poi che con ottima considerazione a tutto avevano prima posto mente, vedevali operare, e più presto, e più agevolmente, e con più profitto; dai quali apprendendo tu ancora, se il vorrai, m’è avviso, che, quando a Dio non piaccia altrimenti, ti renderai al tutto esperto a procacciarti ricchezze.