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Capitolo IV. Cielo, sassi, ghiaccio.

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Capitolo IV. Cielo, sassi, ghiaccio.
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Cielo, sassi, ghiaccio.


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IV.


Sono venuto a farmi un’idea dei luoghi sopra una piccola conca, verde per uno straterello di erba che ha allignato fra i massi, e macchiettata, qua e là, da fiori alpestri.

D’intorno e sopra di me non ho visto che cielo, sassi e ghiaccio.

Il paesaggio sarà certamente bello, ma di un bello orrido, che non piace, che mette anzi nell’anima una nostalgia indefinita.

A che cosa pensavo? che cosa volevo? che cosa sognavo io stamattina, guardandomi d’intorno, come chi si sveglia improvvisamente per riprendere la vita abituale, e si trova trasportato lontano, in un ambiente ignoto, chiuso in un circolo di catene acuminate e selvaggie, in un silenzio che ha pure del pauroso, come se in esso dovesse maturare un mistero?!

Che cosa si svolgesse nella mia anima non so. Rimasi in ascolto, come per persuadermi, per abituarmi al silenzio; e sentii venire, dal profondo della gran valle che mi si apriva dinnanzi, [p. 34 modifica]un brusio indistinto, la voce del torrente che gli abitanti m’avevano assicurato essere il Mallero, ma che invece è il Cormor il quale, unendosi allo Scerscen in campo Franscia, dà origine al torrente Lanterna che conosciamo.

Quella voce, quel brusio che proveniva dal muoversi, dal correre, dall’agitarsi dell’acqua; che indicava quindi una specie di vita, mitigò la mia prima impressione; ed io guardai l’orrore e la bizzarria dei pizzi e delle roccie con occhio più sereno, quasi con benevolenza, poichè qualcuno, qualche cosa viveva, forse si lamentava con me.

Però tutta la grandiosità e la cupezza del paese non s’impicciolì per il nuovo sentimento, essa rimase e rimarrà sempre nel mio pensiero come vi si stampò nella prima visione, così che anche lontano, anche fra molti anni io la saprò ricostruire nel suo caotico orrore.

Un’altra cosa che non potrò dimenticare, perchè vista per la prima volta, e perchè mi ha data l’immagine inversa della vita umana, è la caduta delle valanghe.

Da uno dei ghiacciai, che mi stanno di faccia, s’eleva d’un tratto una piccola nube, poi s’ode, come se venisse da una viscera remota della montagna, un fievole scoppio; quindi un rumore che va mano mano crescendo col crescere della nube che s’allarga, e, finalmente, un rombo poderoso che scuote gli echi degli acrocori come un tuono; per ultimo, frammezzo al fumo denso e chiaro, prodotto dallo sfregamento e dal polverizzarsi delle nevi, si vede avanzarsi, calmo, un torrente [p. 35 modifica]bianco terroso, il quale rotola giù, aumentando sempre di velocità, con uno scroscio continuato, che riempie di sè tutto il silenzio della valle e fa tremare l’anima di chi guarda.

Fenomeno inverso alla vita umana, come diceva più su; perchè, mentre la valanga precipita cinta di fumo, l’uomo, cinto pure di fumo e di chiasso, sale, e tutta la sua vanagloria, tutti i suoi sogni si sciolgono, come la neve della valanga ai piedi del monte.

Questo paragone filosofico, ispiratomi dalla montagna, mi fa sorridere.

Cessato l’ultimo boato e dissipato l’ultimo fumo, guardo a destra della vedretta il ghiacciaio: esso occupa quasi tutto il versante, tranne qualche dosso più irto degli altri, che appare roccioso e del color della ruggine in mezzo alla neve.

Si chiama Ghiacciaio di Felleria ed è diviso in tre parti: due nel piano inferiore, per chiamarlo così, proprio in faccia a me, l’altro nel piano superiore: però, in tutti i seni della montagna, nei crepacci, la neve ivi annidata, è diventata ghiaccio; e, dalla vetta fino giù dove può giungere l’occhio, si vedono delle macchie, delle striscie biancastre, alle quali il sole non dona nessuna luminosità; sono fredde come tutta la montagna che mi circonda.

Il ghiacciaio inferiore, diviso in due dal sentiero sabbioso percorso e formato dalle valanghe, è fatto a scaglioni, ed ogni gradino è tutto a fenditure verticali; fra l’una e l’altra c’è un culmine, così che nel complesso sembra di [p. 36 modifica]vedere una riunione minuscola di ambe, disposte sopra una grande scalinata.

Anche dietro la cresta rossigna, che io supero lasciando la piccola conca nella quale faccio le mie osservazioni, trionfa il bianco: ha mille sfumature ed è venato dai fili nerastri dei crepacci fin verso metà montagna; più sotto c’è pietra, poi incomincia a pullulare qualche filo d’erba.

Là si vedono arrampicarsi le vacche, le capre, ma non si ode il concento delle loro campanelle; sono troppo lontane, si avviano forse verso la bocchetta di Togno, ove il pascolo è migliore; poi ridiscenderanno, perchè dopo di essa la strada continua solo fra sassi e ghiaccio fino alla capanna Marinelli, appollaiata fra le nevi dello Scerscen e della Bernina.

A fianco della cresta rossigna, sul lato sinistro, continua, con piccole conche e piccole alture, l’Alpe di Felleria, quasi sempre alla medesima altezza, duemila e cinquecento metri: nello sfondo sembra battere contro la Spondaccia, altra montagna piena di anfrattuosità e di paure, che s’abbassa quasi per facilitare l’entrata nella valle di Poschiavo.

Ma si rialza poi di nuovo, sempre fredda e rocciosa, per dar luogo ad un altro avvallamento chiamato passo Siguretta; da questo punto la montagna corre parallela a Felleria, fino che, piegandosi ad arco, s’unisce al ghiacciaio, ricordato più sopra e troppo pallidamente descritto.

In tal modo ho tentato di rendere il circolo di vette che mi serra, ch’io domino in parte e dalle quali sono in parte dominato. [p. 37 modifica]

Non vorrei che l’arida enumerazione avesse stancato il lettore; se ciò non è avvenuto e se la topografia dei luoghi fu resa con una certa evidenza, chi mi ha seguito fin qua ascolti un consiglio, che oserei dire d’amico.

S’accontenti della piccola idea acquistata leggendo, risparmi la fatica di una malagevole strada, che, per quanto offra dei punti di vista maravigliosi, non lo compensa in ultimo con un panorama adeguato al sudore, al caldo, al freddo patito salendo.

Rimanga, se è possibile, comodamente sdraiato nella sua poltrona, magari con uno zigaro profumato in bocca, e lasci ad altri la cura di informarlo, di commuoverlo, e forse forse d’annoiarlo.

Però, se sente un pochettino solo l’entusiasmo e la poesia della montagna, salga a Felleria nel tempo della pastura, e, verso il tramonto, quando l’ultimo sole fa rosseggiare le cime e dà una penombra violacea alla valle, rendendola più lontana e più poetica, sentirà il concento indescrivibile delle campanule vaganti avvicinarsi mano mano, e nell’anima sua si formerà un altro concento di ricordi, di dolcezze, di estasi: l’orrore delle rocce, la freddezza dei ghiacci, saranno mitigati, raddolciti anzi dalla penombra, e in essa, melodiosa come una sinfonia non udita mai, si effonderà, con languore dolcissimo, la musica tinnula delle campanelle, triste e cara, forse perchè è l’ora in cui volge il desio e s’inteneriscono i cuori.