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Dino Campana

1913 I Indice:Campana - Il più lungo giorno, manoscritto, 1913.djvu Letteratura Il più lungo giorno Intestazione 17 febbraio 2017 50% Da definire

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Il più lungo giorno



Dino Campana


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Solo il dolore è vero.

N. N.


E come puro spirito varca il ponte


L’incesso e il passo dei vostri pensieri tradiscono la vostra origine

Federico Nietzsche


Essere un grande artista non significa nulla: essere un puro artista ecco ciò che importa

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L’arte deve essere considerata oramai nella sua purezza nella sua genuinità espressiva unicamente. Una grande opera d’arte si compone di più elementi — elementi temporali — logici, morali, pratici, civili, utilitarii magari. Quello che importa però è la sua musicalità. E per musica non si deve intendere sonorità o melodia, ma quello stato in cui si trova a volte l’anima, stato elementare armonico con tutte le cose, disinteressato, estraneo ad ogni contingenza. Un flusso di simpatia col mondo, al disopra di qualunque ordine di valori morali e in contatto e fusione con l’eternità dei fenomeni sensibili

[p. 5 modifica]La notte mistica dell'amore e del dolore. Scorci bizantini e morti cinematografiche

«Solo il dolore è vero»


Cinematografia sentimentale

L'amore

I La notte mistica


Ricordo una vecchia città rossa di mura e turrita, arsa sulla pianura sterminata nell'Agosto torrido con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee. Sagome nere di zingari mobili e silenziosi sulla riva. Tra il barbaglio lontano di un canneto lontano forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio. E a un tratto dal mezzo dell'acqua morta le zingare e un canto. Dalla palude afona una nenia primordiale monotona e irritante. E del tempo fu sospeso il corso.


Inconsciamente alzai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale. [p. 6 modifica]lunghissimo dei platani. Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio. Mentre per visioni lontane - Per sensazioni scure e violente - Un altro mito anch'esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente. Laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici, le antiche. La campagna intorpidiva allora nella rete dei canali. Fanciulle dalle acconciature agili e dai profili di medaglia sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Poi Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la sera. Nella chiesetta solitaria all'ombra delle modeste navate io stringevo Lei dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi. Anni ed [p. 7 modifica]anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo.


Inconsciamente colui che io ero stato si trovava avviato verso la torre barbara la mitica custode dei sogni della adolescenza. Saliva per il silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di conventi. Non si udiva il rumore dei suoi passi. Casupole basse finestre mute attorno a una piazzetta deserta. A lato in un balenio enorme la torre rossa impenetrabile arida. Una fontana del 500 taceva inaridita, la lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino. Si svolgeva una strada acciottolata e deserta verso la città.

Una porta si spalancò. Dei vecchi si accalcavano spingendoli coi gomiti perforanti, obliqui e accaniti, [p. 8 modifica]terribili nella luce meridiana. Arrivati a la faccia barbuta di un frate che sporgeva dal vano di una porta sostavano in un inchino trepidante servile - strisciavano via mormorando rialzandosi poco a poco trascinando uno ad uno la loro ombra lungo i muri rossastri e scalcinati verso la città nell'incubo de la luce abbagliante essi tutti simili ad ombra. Una donna dal passo dondolante e dal riso incosciente si univa e chiudeva il corteo.


Muovevano le loro ombre lungo i muri rossastri scalcinati. Ultimo il riso incosciente il passo dondolante della donna ne la luce vasta inumana. Egli [p. 9 modifica]seguiva automa. Diresse alla donna una parola che cadde nel silenzio del meriggio - un vecchio si voltò a guardarlo con uno sguardo assurdo lucente e vuoto - e la donna sorrideva sempre di un sorriso molle nell'aridità meridiana - ebete e sola nella luce catastrofica.


Non seppi mai come costeggiando torpidi canali rividi la mia ombra che mi derideva nel fondo. Mi accompagnò per strade male odoranti dove le femine cantavano nella caldura. Ai confini della campagna una porta incisa di colpi vigilata da una giovine femina in veste rosa pallida e grassa la attrasse. Entrai. Una antica e splendente Matrona dal profilo di montone - coi neri capelli agilmente attorti su la testa sculturale barbaramente decorata da l'occhio liquido come da una [p. 10 modifica]gemma nera da gli sfaccettamenti bizzarri sedeva agitati da grazie infantili che rinascevano colla speranza traendo essa da un mazzo di carte lunghe e untuose strane teorie di regine languenti re fanti armi e cavalieri. Salutai - e una voce conventuale profonda e melodrammatica mi rispose insieme ad un grazioso sorriso aggrinzito. Distinsi ne l'ombra l'ancella che dormiva con la bocca semiaperta rantolante di un sonno pesante seminudo il bel corpo agile e ambrato. Sedetti piano.


La lunga teoria dei suoi amori sfilava monotona ai miei orecchi. Antichi ritratti di famiglia erano sparsi sul tavolo untuoso. L'agile forma di donna da la pelle ambrata [p. 11 modifica]stesa sul letto ascoltava curiosamente appoggiata sui gomiti come una Sfinge. Fuori gli orti verdissimi tra i muri rosseggiati. Noi soli tre vivi nel silenzio meridiano.


Era intanto calato il tramonto ed avvolgeva del suo oro il luogo commosso dai ricordi e pareva consacrarlo. La voce de la Ruffiana si era fatta man mano più dolce e la sua testa di sacerdotessa orientale compiaceva a pose languenti. La magia de la sera languida amica del criminale era galeotta de le nostre anime oscure e i suoi fastigi sembravano promettere un regno misterioso. E la sacerdotessa dei piaceri sterili l'ancella ingenua ed avida e il poeta si guardavano anime infeconde inconsciamente cercanti il problema de la loro vita. Ma la sera scendeva messaggio d'oro [p. 12 modifica]dei brividi freschi della notte.


La notte compì la conquista de l'ancella. Il suo corpo ambrato la sua bocca vorace i suoi ispidi neri capelli ed a tratti la rivelazione dei suoi occhi atterriti di voluttà intricarono una fantastica vicenda – mentre più dolce già presso a spegnersi regnava ancora ne la lontananza il ricordo di lei matrona intangibile, suadente regina ancora ne la sua linea classica tra le grandi sorelle del ricordo – di poi che Michelangiolo aveva ripiegato sulle sue ginocchia stanche di cammino colei colei che piega e non posa regina barbara sotto il peso di tutto il sogno umano – come lo [p. 13 modifica]sbattere delle pose arcane e violente delle barbare regine antiche travolte avea udito Dante spegnersi nel grido di Francesca là sulle rive dei fiumi mettono foce mentre che stanchi di guerra mettono foce, mentre su le loro rive si ricrea la pena eterna dell'amore. E l'ancella l'ingenua Maddalena dai capelli ispidi e dagli occhi brillanti chiedeva in sussulti dal suo corpo sterile e dorato crudo e selvaggio dolcemente chiuso nell'umiltà del suo mistero. La lunga notte spirituale trascorreva ne l'inganno de le varie immagini.


Ai cancelli d'argento de le prime avventure si affacciavano le antiche imagini addolcite da una vita d'amore come a proteggermi ancora di un [p. 14 modifica]sorriso più che materno - di una misteriosa incantevole tenerezza. Si aprivano le chiuse aule dove la luce si affonda uguale dentro gli specchi a l'infinito apparendo le imagini avventurose de le cortigiane ne la luce de gli specchi impallidite ne la loro attitudine di sfingi. E ancora - ancora tutto ciò ch'era arido e dolce sfogliate le rose de la nostra giovinezza viveva sul panorama scheletrico del mondo.


In un odore pirico di sera di festa ne l'aria gli ultimi clangori vedevo le antichissime fanciulle de la prima illusione profilarsi sui ponti gettato al sobborgo ne le sere de l'estate [p. 15 modifica]torrida. Volte di tre quarti ne la linea classica udendo dal sobborgo il clangore che si accentua annunciando le lingue di fuoco de le lampade inquiete a trivellare l'atmosfera carica di luci orgiastiche - ora addolcite nell'incanto di un morto cielo - ne la sosta più dolci e rosate alleggerite di un velo - come Santa Marta spezzati a terra gli strumenti - cessato sui sempre verdi paesaggi ne l'estasi il canto che il cuore di Santa Cecilia accorda col cielo latino - dolce e rosata presso al crepuscolo antico ne la linea eroica de la grande figura femminile romana sosta. Ricordi di zingare ricordi di paesi lontani ricordi di suoni e di luci - stanchezze d'amore stanchezze improvvise sul letto di una taverna lontana [p. 16 modifica]- altra culla avventurosa di incertezza e di rimpianto - e ancora - tutto ciò che ancora era arido e dolce sfiorite le rose de la nostra giovinezza viveva sul panorama scheletrico del mondo.


L'Amore - Ne la sera dei fuochi de la festa d'estate ne la luce deliziosa e bianca quando i nostri orecchi riposavano appena nel silenzio e i nostri occhi erano stanchi delle girandole di fuoco de le stelle multicolori che avevano lasciato un odore pirico, una vaga gravezza rossa ne l'aria e il camminare accanto ci avevano forse illanguiditi esaltandoci di una nostra troppo diversa bellezza - lei fine e bruna, pura [p. 17 modifica]negli occhi e nel viso. andava ora a scatti nella lunga veste perduto il barbaglio della collana dal collo ignudo inesperta stringendo il ventaglio. Tu attratta verso la baracca. La sua vestaglia bianca a fini strappi azzurri ondeggiò ne la luce diffusa ed io seguii il suo pallore segnato sulla sua fronte da la frangia notturna dei suoi capelli. Entrammo. Dei visi bruni di autocrati si volsero rasserenati dalla fanciullezzia e dalla festa si volsero verso di noi profondamente limpidi ne la luce. Le vedute erano di un'irrealtà spettrale, dei morti bizzarri guardavano il cielo in pose legnose. C'erano [p. 18 modifica]dei panorami scheletrici di città - un’odalisca di gomma respirava sommessamente e volgeva attorno gli occhi d’idolo - e l’odore acuto della segatura che felpava i passi - e il sussurrio delle signorine del paese attonite di quel mistero - ih! - oh! - È così Parigi? - Ecco Londra - La battaglia di Muckden!

- Noi Guardavamo intorno - doveva essere tardi - Tutte quelle cose viste per gli occhi magnetici delle lenti in quella luce di sogno! - Immobile presso a me io la sentivo divenire lontana e straniera mentre il suo fascino si approfondiva sotto la frangia [p. 19 modifica]notturna dei suoi capelli - Si mosse - ed io sentii con una punta d'amarezza tosto consolata che mai più le sarei stato vicino -

La seguii dunque come si segue un sogno che più si ama quanto è vano - Così ad un tratto eravamo divenuti stranieri dopo lo strepito della festa avanti al panorama scheletrico del mondo -

Ripartivo come nelle mie passeggiate notturne solitario per l'ombra dei portici stillanti nella nebbia goccie e goccie di luce sanguigna - nebbia dicembre - La porta si era aperta a un tratto ad uno sfarzo di luce - Davanti a me sedeva una matrona da le mammelle enormi: gli occhi bruni e vivaci posava nello sfarzo di un'ottomana rossa poggiato [p. 20 modifica]il gomito reggendo la testa da gli occhi giovani - mentre dietro di lei sopra di lei era mossa una tenda bianca di trina una tenda bianca di trina che sembrava agitare de le imagini, agitare de le immagini su lei, agitare de le immagini candide sopra di lei pensierosa negli occhi giovani. Avanti a lei una fanciulla ambrata inginocchiata accanto una bella giovine e forte profilo e fine ignuda sotto i capelli recisi su la fronte inginocchiata con grazia ingenua e giovanile le gambe liscie e forti ignude da la vestaglia smagliante. Uscito dall'incubo dei portici stellati di goccie e goccie di luce sanguigna io contemplavo con amore e con nostalgia la grazie simbolica e [p. 21 modifica]avventurosa di quella scena. Era tardi, erano là pochi e allora sorse un'intimità libera e la ruffiana il gomito poggiato a l'ottomana, poggiata la testa, per sfondo la mobile tenda di trina - parlò - con voce un po' stanca - un po' stanca e velata ma a tratti vivace in fondo commossa parlò.

Scoprì le sua curiosità infantili. . . . . . . . . . . . . . .
· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Adorava i piccioni - seguiva i loro amori de le sue curiosità irragiungibili. La femmina lo picchiettava di baci da destra tanto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . e poi lui perché? Non si muoveva dieci minuti - perchè. Queste domande restavano senza risposta - allora la sua nostalgia la spingeva ancora a ricordare il passato e ricordava a lungo. Fin che la conversazione si [p. 22 modifica]illanguidiva, tutti si erano fatti serii nessuno voleva scherzare più. Il mistero de la voluttà rivestiva colei che lo aveva rievocato e la consacrava. Io sconvolto con le lagrime agli occhi in faccia a la tenda di trina seguivo seguivo de le fantasie bianche. Ero restato solo doveva essere tardissimo. Davanti a me la viennese da lo splendore veneziano posava il corpo lussurioso sulle ginocchia piegate, piegate con grazia di cinedo. Oh! un attimo vivere qualche cosa di delicato di infantile di commovente di irragiungibile Lei sola poteva comprendere.

La tenda pareva era ancora agitata [p. 23 modifica]da le sue nostalgie candide.

Anita dov'era? che sa l'irragiungibile di cui la mia ha sete, lei quelle nostalgie incantevoli che sfiorano l'anima con uno sfioramento silenzioso struggente che lasciano vuoti distrutti.



Avevo volto la schiena al corpo de l'ancella rantolante e spingevo la mia nostalgia liberamente nel passato.

Faust era giovine e bello aveva i capelli ricciuti. Allora le bolognesi somigliavano a medaglie sicuracusane e il taglio degli occhi era tanto perfetto che amavano sembrare immobili a contrastare armoniosamente coi lunghi riccioli bruni. Era facile incontrarle la sera per le vie cupe. la luna illuminava allora le strade. [p. 24 modifica]e Faust alzava gli occhi ai comignoli delle case che nella luce della luna sembravano punti interrogativi e restava pensieroso allo strisciare dei loro passi che si attenuavano. Dalla vecchia taverna a volte che raccoglieva gli scolari d'Alemagna gli piaceva udire tra i calmi conversari l'inverno bolognese frigido e nebuloso come il suo, tra lo schioccare dei ciocchi e i guizzi della fiamma sull'ocra delle volte i passi frettolosi sotto gli archi prossimi. Amava raccogliersi in un canto mentre la giovine ostessa rosso il guarnello e le belle gote sotto la lunga pettinatura fumosa passava e ripassava davanti [p. 25 modifica]a lui. Faust era giovine e bello. In un giorno come quello dalla saletta tappezzata tutta rossa tra i i rintornelli di un organo automatico e una decorazione floreale udivo scorrere la folla sotto i portici e il rumore cupo dell'inverno. Era giovane la mano non mai quieta a sostenere il viso indeciso gentile di ansia e di stanchezza. Prestavo allora il mio enigma alle sartine levigate e flessuose consacrate dalla mia ansia del supremo amore dell'ansia della mia fanciullezza tormentosa assetata. Tutto era mistero per me la via vita era tutta «una ansia del segreto delle stelle tutto un chinarsi sull'abisso» Ero bello di tormento inquieto pallido assetato errante dietro le larve del mistero. Poi fuggii. mi persi per il tumulto de le città colossali vidi le cattedrali bianche levarsi [p. 26 modifica]congerie enorme di fede e di sogno colle mille punte nel cielo, vidi le Alpi levarsi ancora come più grandi cattedrali e piene dell’ombre degli abeti e piene della melodia dei torrenti di cui udivo il canto nascente dall’infinito del sogno. Lassù tra gli abeti fumosi nella nebbia tra i mille e mille ticchiettii le mille voci del silenzio svelata una giovine luce tra i tronchi per sentieri di chiari e salivo: su lo sfondo le Alpi un bianco delicato mistero: (forse così tu tra gli scogli chiara gora vegliata dal sorriso del sogno? forse così tu il riso di Simonetta e di Beatrice sull’acque specchianti del lago estatico dell’oblio Leonardo fingevi?) [p. 27 modifica]Le Alpi sullo sfondo un bianco delicato mistero per lo la verginità dei miei pensieri salivo (imagini di sogno, chiusi occhi stanchi di amare il tuo Cristo Leonardo! forse; pallide imagini doloranti di ricordi oscuri prima che il sogno nel dolore si facesse carne!) così salivo alle Alpi, il torrente mi raccontava oscuramente la storia, io fisso fra le lancie immobili degli abeti credendo a tratti vergare una nuova melodia selvaggia e pure triste forse, fissavo le nubi che sembravano attardarsi curiose su quel paesaggio profondo e spiarlo e svanire dietro le lancie immobili degli abeti, e povero ignudo, felice di riflettere nei miei occhi il paesaggio [p. 28 modifica]quale un ricordo incantevole e orrido indelebile in fondo al mio cuore salivo. Il torrente mi raccontava oscuramente la storia. Salivo al paese de le regine bionde, finchè a un punto le bianche alpi mi sbarrarono il cammino. Una fanciulla nel torrente lavava e cantava. lavava e cantava ne la neve de le bianche alpi, e si volse mi accolse mi amò. Il sogno si era fatto inaspettatamente carne. E ancora sullo sfondo de le Alpi un il bianco delicato mistero, ne la purità del mio ricordo o s'accese la luce de la lampada stellare la luce de la sera d'amore.

.'.


Ma quale incubo gravava [p. 29 modifica]tuttavia sulla mia giovinezza? O i baci vani della fanciulla che lavava lavava e cantava ne la neve de le bianche Alpi (le lacrime salirono ai miei occhi al ricordo). Ud Riudivo: Crosciava il torrente ancora lontano, bagnava antiche città desolate mura rose lunghe vie silenziose dopo il saccheggio, presente un calore dolor dorato una chioma profusa ne l’ombra de la stanza piena di sogni oscuri, procubo un corpo rantolante ne la notte mistica dell’antico animale umano: procuba dormiva l’ancella dimentica in sogni oscuri - come un’icona bizantina come un mito arabesco imbiancando in fondo il [p. 30 modifica]pallore incerto della tenda.

E allora più lontano ancora figurazioni di un’antichissima libera vita di enormi miti solari di stragi di orgie si crearono davanti al mio spirito. Rividi un’antica immagine una sopravissuta vivente per la forza misteriosa di un mito barbaro negli scheletrici occhi liquidi.

gorghi di luci vividi di linfe oscure. Ne la tortura del mio sogno scoprire il magia corpo scheletrico vulcanizzato due chiazze due fori di palle di moschetto sulle sue mammelle estinte. [p. 31 modifica]Laggiù negli antri dell'America riudivo fremere le chitarre.

sui terreni vaghi della citta nella capanna di assi e di zingo una candela schiariva il terreno nudo. delle forme attorno. una danza indiana.

Ne le sue malefiche volute il sogno mi avvolgeva

Sul tesoro fiorente di una fanciulla in sogno. la Vieja la sopravissuta si aggrappava come un ragno

Una matrona selvaggia in faccia mi fissava con uno sguardo muto. la luce era scarsa sul terreno nudo dell'alito metalizzato delle [p. 32 modifica]chitarre. forse la Vieja pronunciava a l’orecchio de la fanciulla selvaggia parole che non udivo come il vento senza parole della pampa che sommerge. A un tratto la fanciulla liberata esalò la sua giovinezza confusamente languida ne la sua grazia selvaggia. i suoi gli occhi dolci e acuti come un gorgo.

Sulle spalle della bella selvaggia si illanguidì la grazia a l’ombra dei capelli fluidi e l’ombra angusta dell’albero della vita si tramò nella sosta sul terreno nudo invitando le chitarre il lontano sonno.

Sulla Pampa si udì chiaramente uno scalpitare di cavalli selvaggi.

Il vento si udì chiaramente levarsi. la [p. 33 modifica]scalpitare parve perdersi sordo nell'infinito. Nel quadro de la porta aperta le stella brillarono rosse e calde ne la lontananza l'ombra de le selvaggie ne l'ombra

II - Il viaggio.

Salivano voci e voci e canti di fanciulli e di lussuria per i ritorti vichi dentro de l'ombra ardente al colle al colle. Sotto i lampioni verdi le bianche colossali prostitute sognavano sogni vaghi ne la luce bizzarra al vento. Il mare nel vento mesceva il suo sale che il vento mesceva e lavava ne l'odor lussurioso dei vichi e la bianca notte mediterranea scherzava colle enormi forme bianche de le [p. 34 modifica]femmine tra i tentativi bizzarri delle fiamme di svellersi dal cavo dei lampioni. Esse canta guardavano la fiamma e cantavano canzoni di cuori in catena. Tutti i preludi erano taciuti ormai. la notte la gioia più quieta de la notte era calata. Le porte moresche si caricavano e si attorcevano di mostruosi portenti neri mentre sullo sfondo il cupo azzurro si insenava di stelle. Solitaria troneggiava la notte ora accesa in tutto il suo brulicame di stelle e di fiamme. Rossa come una mostruosa ferita profondava una via. Ai lati dell'angolo delle porte sedevano notturne chimere. bianche [p. 35 modifica]cariatidi di un cielo artificiale sognavano il viso poggiato alla palma. La pura linea imperiale del profilo e del collo era vestita di splendore opalino.

Con rapido gesto di giovinezza imperiale traeva la veste leggera sulle spalle alle mosse e scompariva lungo le scale con una duplice ombra. La sua finestra scintillava sempre in attesa fui che dolcemente gli scuri si chiudessero su di una duplice ombra. Ed il mio cuore era affamato di sogno del più dolce del più antico del più maligno sogno. per lei per l’evanescente come l’amore evanescente. la donatrice d’amore porti la cariatide dei cieli di ventura. Sui suoi divini ginocchi. su la sua forma [p. 36 modifica]pallida come un sogno uscito dagli innumerevoli sogni de l’ombra. tra gli innumerevoli serti di luci fallaci. l'antica amica l'eterna chimera teneva fra le mani rosse il mio antico cuore.


III. Il Ritorno.


Ritorno: Ne la stanza ove le schiuse sue forme bronzine dai velarii de la luce io cinsi è ancora un alito tardato. Nel crepuscolo la mia pristina lampada instella il mio cuore vago di ricordi ancora: e ancora ogni volto con cui risero gli occhi a fior del sogno. ogni volto tra fragili rime sparito ghirlanda d’amori notturni appare una maschera che [p. 37 modifica]fatua brilla e fluttua e già si cela al mio sgomento. E ancora tutto ciò che è arido e dolce sfiorite le rose de la nostra giovinezza appare sul panorama scheletrico del mondo.

E si raccoglie la mia anima. e volta al più lungo giorno del l'amore antico ancora leva chiaro un canto a l'amore notturno.



O il tuo corpo il tuo profumo mi velava gli occhi (io non vedevo il tuo corpo) un dolce e acuto profumo. Nel grande specchio ignudo io non vedevo il bello e dolce dono di un Dio velato dei fumi di viola, velato dei fumi di viola, baciato in alto di una sola stella di luce nel cielo ignudo dello specchio tu sì leggera tu aerea dono su le mie ginocchia sedevi o graziosa cariatide notturna cariatide notturna di un [p. 38 modifica]incantevole cielo. E Le timide mammelle furono gonfie di luce - e Le stelle furono assenti. E non un dio fu ne la sera d'amore di viola e nella vita stellare dello specchio un ricordo d'antica sera d'amore di viola. E tu chinavi gli occhi e tu nella sera d'amore chinavi gli occhi di viola e tu ad un ignoto cielo notturno tu avevi rapito una melodia di carezze. O Ricordo, o cara! Lievi come le ali di una colomba, le tue membra posasti su le mie nobili membra. Respirarono la loro bellezza, alitarono felici, alitarono ad una più chiara luce le mie membra nella tua docile nuvola dai divini riflessi. Avevano le mie membra la chiara luce de la lampada stellare. O non accenderle non accenderle. Tutto è vano, vano è il sogno. Tutto è vano, tutto è sogno. Amore primavera del Sogno sei sola sei sola [p. 39 modifica]che appari nel velo dei profumi di viola. Come una nuvola bianca come una nuvola bianca presso al mio cuore o resta o resta ancora. Non attristarti o sole. Aprimmo la finestra al cielo notturno - gli uomini come spettri vaganti e la città si componeva in quel sogno cadenzato - le torri le chiese le piazze - come in una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto ne le potenze sue tutte trionfale? Quale ponte muti chiedemmo quale ponte abbiamo gettato su l'infinito che tutto ci appare [p. 40 modifica]ombra di eternità? Qual'è la città da le arcate cupe che ci culla in questa eterna queta melodia? E quale sogno levammo noi la nostalgia de la nostra bellezza? E la luna sorgeva ne la sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina.

Fiasche La sosta


Nel tepore de la luce rossa dentro le chiuse aule dove la luce si affonda uguale dentro gli specchi all'infinito passano testa di sfinge il corpo vestito di trine. La portiera veglia ne lo sfarzo smesso di un antico giustacuore verde le rughe del volto più dolci gli occhi che nel chiarore velano il nero, veglia alla porta d'argento.

Tutto ha nell'amore il fascino [p. 41 modifica]indefinito. La vedetta veglia a la porta d'argento. Una donna matura governa. Un sorriso sfatto della sua rosea bocca un vago bagliore degli occhi ricordo de le lacrime de la voluttà.

Il nostro Passano ne la veglia nel tepore de la luce rossa oprime dei mezzi d'amore leggere spole tessenti fantasie multicolori vanno anime erranti per tutti i cammini posano polvere luminosa che posa ne l'enigma degli specchi. La vedetta veglia a la porta d'argento. Fuori è la notte chiamata di muti canti pallido amor degli erranti [p. 42 modifica]

La Chimera


Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m'apparve o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente, o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio de le labbra sinuose
Regina de la melodia
Ma per il tuo vergine capo

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Reclino io poeta notturno
Vegliai le selle vivide nei pelaghi del cielo
Io per il tuo dolce mistero
Io fido per il tuo divenir taciturno
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del tuo pallore
Non so se fu un dolce vapore
Dolce sul mio dolore
Sorriso di un volto notturno
Guardo le bianche roccie le mute fonti dei venti
E l'immobilità dei firmamenti
E i gonfi rivi che vanno piangenti
E le ombre del lavoro umano curve là su i poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera

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Giardino autunnale (Firenze)



Al giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
A l'aride pendici
Aspre arrossate ne l'estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi già grida la lontana vita:
Grida al morente sole
Che insanguina le aiole:
S'intende una fanfara
Straziante salire: il fiume spare
Su le arene dorate: nel silenzio,
Vedo Stanno le bianche sfingi in capo ai ponti
Volte: e le cose og già non sono più:
E dal fondo silenzio come un coro
Tenero e grandioso

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 Sorge ed anela amaro al mio balcone
E mi aroma d'alloro
In aroma d'alloro acre languente
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m'appar presente

_______




La petite promenade du poète (Firenze)


Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose
Dalle scale misteriose
C'é chi scende barcollando
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando
...........................
La stradina é solitaria
Non c'é un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti
E la notte mi par bella
E cammino poveretto

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Ne la notte fantasiosa
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa:
Via dal tanfo
Ripugnante per le strade
E cammina e via cammina
Già le case son più rade:
Vedo l'erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane
       ______


Il canto della tenebra (tono minore)


La luce del crepuscolo si attenua
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più
Sorgenti Sorgenti sorgenti a cantare
Sorgenti sorgenti che abbiam da ascoltare?

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Sorgenti notturne sorgenti che state a cantare?
Più Più Più Più!....
......................
Ci dissi Ascolta: ti ha vinto la sorte:....
Ma per i cuori leggieri un'altra vita è alle porte:
Non c'è di dolcezza che fossa uguagliare la morte
Più più più.
Intendi chi ancora ti culla
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all'orecchio: più più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento (o ritorna dal mare)
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l'acque è notturno
Il fiume va via taciturno.
E risposta un cagione è lassù
Pum! Mamma quell'omo lassù!

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Scirocco serale (Piazza S.Petronio)


Le vecchie torri altissime riaccese
Dentro dell'azzurrino tramonto commosso di vento
Vegliavamo dietro degli alti palazzi le imprese
Gentili del serale animamento
Le giovani ne lo scirocco rialzavano
Le cappelliere brune con un movimento
Aitante apparendo e passavano a tratti, del vento passavano se fossero intese
AdDentro un ininterrotto avvertimento:
E se ne andavano parlavano lievi e tacevano: gli occhi levati
Invan seguendo la scia sconosciuta ne l'aria
De le parole rotte che il vicendevole vento
Diceva per un'ansia solitaria

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L'invetriata

La sera fumosa d'estate
Dall'alta invetriata mesce chiarori nell'ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente
Sopra un terrazzo sul fiume sta la Madonnina del ponte
La lampada è accesa e c'è
Nella stanza un odor di putredine, c'è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla
La sera si veste di velluto
E tremola la madreperla è fatua la
sera e tremola ma c'è
Nel cuore de la sera c'è
Sempre una piaga rossa languente

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Il torrente notturno. La speranza


 
Per l’amor dei poeti
O principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ancora ripeti: ripeti
Principessa i tuoi canti.
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli inestinti pianti
Da tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida sorte:
Per l'amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti

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Dalle taciturne aperte porte
Della morte notte sull'infinito
Ritorna: tra quale non appari col sogno rapito
Fa che sia solo un sogno rapito
Ai gorghi della sorte




La notte di fiera


 
Il cuore stasera mi disse: non sai
La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda:
Colei che con grazia imperiale
Incantava la rosea freschezza de i mattini:
E tu seguivi nell’aria
La fresca incarnazione di un mattutino sogno.
E soleva vagare quando il sogno
E il profumo velavano le stelle
(E tu amavi guardar dietro i cancelli

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Le stelle le pallide notturne)
Che soleva passare silenziosa
E bianca come un volo di colomba
Certo è morta: non sai?

Saliva in fumi grotteschi la notte di fiera della perfida Babele verso il cielo affastellato un paradiso di fiamma, in lubrici fischi grotteschi tra il tintinnare d’angeliche campanelle e i turbinosi allori e voci e gridi di prostitute e pantomine d'Ofelia stillate dall'umile pianto de le lampade elettriche [p. 53 modifica]

Amo le vecchie troie
Gonfie lievitate di sperma
Che cadono come rospi a 4 zampe
                                                       sopra la coltrice rossa
E aspettano che le si innaffii
E sbuffano e ansimano flaccide
                                                       come mantici

Firenze

Entro dei fronti tuoi multicolori
L'Arno presago quietamente arena
E in riflessi tranquilli frange appena
Archi severi tra sfiorir di fiori.
A capo l'arco dell'intercolonno

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Trema l'azzurro: dai palazzi eccelsi
Voli che asceser candidi dispersi
Treman su bianca gioventù in colonne

[p. 55 modifica] [p. 56 modifica] [p. 57 modifica] [p. 58 modifica] [p. 59 modifica]Il mattino: il Pellegrinaggio: le Sorgenti.

La Verna note di viaggio

14 Settembre (Per la strada di Campigno)

Due ragazze e un ciuco per la strada mulattiera, che scendono: i complimenti vivaci degli stradini che riparano la via: il ciuco che si voltola in terra: le risa: le imprecazioni montanine: le roccie e il fiume

— (Le Scalelle) - Una rupe s'avanza a chiudere la valle. Sembra la testa crinita di un cavallo [p. 60 modifica]titanico che s'impenna: crinita di rorcie pare piegata in un confuso frusciare di giovani selve sul torrente una testa leggendaria:

qua s'impenna il cavallo del conte Lando sotto la rovina struggente la selva delle sue aste: (pare un cuore memore per la montagna ripete nelle selve e nel torrente la storia)

L'arco di roccia nel cielo si crinisce d'azzurro pulverulento: appare scompare nel seno profondo del cielo. Il torrente continuar confusamente la storia

Ma la montagna fu pia al dolore della madre: che lascò una croce di brillandi tintinnio delle sue [p. 61 modifica]lagrime di Regina nella chiesa in faccia a la riva. Il cuore della Regina, le lacrime brillanti nella croce, il conte perito, le roccie oscure che vivifica il vento sono ora le voci sempre verdi della leggenda Giungo dove la montagna piomba: sul gorgo il cielo è ancora in alto latteo azzurrino

Castagno 16 7bre-
Paesaggio celato. La Falterona avvolta di nebbie. Vedo solo i canali rocciosi che le venano [p. 62 modifica]i fianchi e si perdono nel cielo di nebbia che le onde alterne del sole non riescono a diradare La pioggia ha reso cupo il grigio delle montagne. Davanti alla fonte hanno stazionato a lungo attendendo il sole aduggiati da una notte di pioggia nelle loro stamberghe allagate. Sento una ragazza a dire rimessamente: un giorno la piena ci porterà tutti: il torrente gonfio nel suo rumore cupo commenta tutta questa miseria. Guardo oppresso le roccie ripide della Falterona: dovrò salire salire. [p. 63 modifica]Nel presbiterio una lapide ad Andrea del Castagno

Tipo locale: viso sottile, toni bruni su toni giallognoli, occhi cupi incavati: ancora una semplice antica grazia toscana nel profilo e nel collo. Guarderò i quadri di Andrea del Castagno: forse

Come differente la sera di Campigno: come mistico il paesaggio: come bella la povertà delle sue casupole. Come incantate erano sorte per me le stelle dal cielo, dallo sfondo lontano dei dolci avvallamenti dove sfumava la valle barbarica, d'onde veniva il torrente inquieto e cupo di profondità. Io sentivo le stelle [p. 64 modifica]sorgere e collocarsi luminose su quel mistero: alzando gli occhi alla rupe a picco altissima che si intagliava in un semicerchio dentato contro il violetto crepuscolare, arco solitario e magnifico teso in forza di catastrofe sotto gli ammucchiamenti inquieti di rocce all'agguato dell'infinito, io non ero non ero rapito di trovare nel cielo luci ancora luci: e mentre il tempo fuggiva invano per me: un canto: le lunghe onde di un triplice coro, salienti a lanci la roccia trattenute ai confini dorati della notte dall'eco che nel seno [p. 65 modifica]roccioso le rifondeva allungate perdute. Il canto fu breve: una pausa, un commento improvviso e misterioso e la montagna riprese il suo sogno catastrofico: il canto fu breve: le tre fanciulle avevano espresso disperatamente nella cadenza millenaria la loro pena breve ed oscura e si erano taciute nella notte. Tutti erano rientrati, tutte le finestre erano accese. Ero solo
Le nebbie sono scomparse. Esco. Mi rallegra il buon odore casalingo di spigo e di lavanda dei paesetti toscani. La chiesa ha un portico a colonnette quadrate di sasso intero: nudo ed elegante, semplice [p. 66 modifica] e austero, veramente toscano: tra i cipressi scorgo altri portici: bel principio della Toscana Sulla costa una croce apre le braccia ai vastissimi fianchi della Falterona spoglia di macchie che scopre la sua costruttura sassosa: con una luce pallida e fulva bruciano le erbe del camposanto: penso a Leonardo

Campigna (non Campigno) 18 settembre (foresta della Falterona)

(Le case quadrangolari in pietra viva, costruite dai Lorena restano vuote in mezzo alla foresta e il viale dei tigli dà un tono romantico [p. 67 modifica]alla solitudine dove i potenti della terra si sono fabbricate le loro dimore. La sera scende dalla cresta alpina e l'accoglie nel seno verde degli abeti).
Dal viale dei tigli guardavo accendersi una stella solitaria sullo sprone alpino e la selva antichissima addensare l'ombra e i profondi fruscii del silenzio. Dalla cresta acuta nel cielo , sopra il mistero assopito della selva scorsi andando pel viale dei tigli la vecchia amica luna che sorgeva in nuova veste rossa di fumi di rame: e risalutai l'amica senza stupore, come se le profondità selvagge dello sprone [p. 68 modifica] l’attendessero levarsi dal paesaggio ignoto. Io per il viale dei tigli andavo ancora difeso dagli incanti mentre tu sorgevi e sparivi o dolce amica luna: solitario e fumigante vapore sui barbari recessi: e non guardai più la tua strana faccia ma volli andare ancora a lungo pel viale se udissi la tua rossa aurora nel sospiro della vita notturna delle selve.

Stia - 19 settembre
Nella sala d'albergo un vecchio milanese cavaliere parla dei suoi amori lontani a una signora dai capelli bianchi dal viso di bambina. Lei [p. 69 modifica]calma gli spiega la stranezza del cuore. Lui ancora stupisce e si affanna: quà nell'antico paese chiuso dai boschi. Ho lasciato Castagno: ho salito la Falterona lentamente seguendo il corso del torrente rubesto: ho riposato nella limpidezza angelica dell’alta montagna addolcita di toni cupi per la pioggia recente, ingemmata nel cielo coi contorni nitidi e luminosi che mi facevano sognare davanti alle colline dei quadri antichi: mi son messo per la foresta: ho sostato nelle case di Campigna. Son sceso per interminabili valli selvose e deserte con improvvisi sfondi di un paesaggio promesso [p. 70 modifica],un castello isolato e lontano: e al fine stia bianca e elegante tra il verde, melodiosa di castelli sereni. vegliata dal castello antico: dopo le solitudini primo saluto de la vita felice del paese nuovo: poesia toscana ancor viva nella piazza armoniosa di voci vegliata dal castello antico: signore ai balconi poggiate il puro profilo mollemente nella sera: l’ora di grazia della giornata, di riposo e di oblio.
Al di fuori si è fatta la quiete.
Il colloquio fraterno del cavaliere continua:

Comme deux ennemis rompus
Que leure haine ne soutient plus

[p. 71 modifica]Et qui laissent tomber leurs armes



20 settembre (Presso la Verna)
Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le valli immensamente aperte. Il paesaggio cristiano segnato di croci inclinate dal vento ne fu vivificato misteriosamente: volava senza fine sull’ali distese, leggera come una barca sul mare: Addio colomba, addio! Le altissime colonne di roccia della Verna si levavano a picco grige nel crepuscolo rinchiuse tutt’intorno nè la foresta cupa.

Era incantevolmente cristiana l’ospitalità dei contadini là [p. 72 modifica]presso. Sudato mi offersero acqua. Aggiunsero: arriverete alla Verna in un'ora se Dio vole. Una ragazzina mi guardava cogli occhi neri un po' tristi, attonita sotto l’ampio cappello di paglia: in tutti era un raccoglimento inconscio, una serenità conventuale addolciva a tutti i tratti del volto. Per molto tempo ticorderò ancora la ragazzina e i suoi occhi tristi e tranquilli sotto il cappellone monacale.
Sulle stoppie interminabili sempre più alte si alzavano le torri naturali di roccia che reggevano la casetta conventuale [p. 73 modifica]rilucente di dardi di luce nei vetri occidui.

Si levava la fortezza dello spirito, le enormi roccie gettate in cataste da una legge violenta verso il cielo, pacificate dalla natura prima che le coprì di verdi selve, purificate poi da uno spirito d'amore infinito: la meta pacificatrice degli degli urti dell'ideale che avevano fatto strazio, che chiudeva ancora pure supreme commozioni della mia vita. [p. 74 modifica]21 Settembre (La Verna)

Francesca ... S. Francesco pregate per me peccatrice.
15 Luglio 190...

Me ne sono andato per la foresta con un ricordo, risentendo la prima ansia. Pregate per me peccatrice. Ricordavo gli occhi vittoriosi, la linea delle ciglia: forse mai non lo aveva saputo: ed ora al termine del mio pellegrinaggio la ritrovavo che rompeva in una confessione così dolce, lassù, lontano da tutto. Era scritta a metà del [p. 75 modifica]corridoio dove si svolge la Via Crucis della vita di S. Francesco: dalle inferriate sale l’alito gelido degli antri.
A metà, davanti alle semplici figure d’amore il suo cuore si era aperto ad un grido ad una lacrima di passione, così il destino era consumato.

Antri profondi, fessure rocciose dove una scaletta di pietra si profonda in un’ombra senza memoria, ripidi colossali bassorilievi di colonne nel vivo sasso: e tu apparso nello scorcio giusto in cui appare il [p. 76 modifica]sogna, angelo, ne la chiesa purità dolce che il giglio divide e la Vergine eletta e il cirro imbianca nel cielo e un'anfora classica rinchiude la terra e i gigli


stradina solitaria tra gli alti colonnarii di alberi contenente di una lieve stria di sole — finché io giunsi dove avanti a una vastità velata di paesaggio una divina dolcezza notturna mi si discoprì nel mattino, tutto velato di chiarie [p. 77 modifica]il verde sfumato e digradante all'infinito: e tutto pieno delle potenze delle sue profilate catene notturne.
Caprese, Michelangiolo, Michelangiolo colei che tu piegasti sulle sue ginocchia stanche di cammino, che piega, che piega e non posa, nella sua posa arcana come le antiche sorelle, le barbare regine antiche sbattute nel turbine del canto di Dante, regina barbara sotto il peso di tutto il sogno umano. [p. 78 modifica]Il corridoio, alitato del gelo degli antri, si veste tutto della leggenda francescana. È come l’ombra di Cristo più rassegnato, nato in terra d’umanesimo, che accetta il suo destino nella solitudine. La sua rinuncia è semplice e dolce: dalla solitudine intona il canto alla natura con fede: Frate Sole, suor Acqua, frate Lupo. Hanno rivestito la sua cappella scavata nella viva roccia. [p. 79 modifica]C'è in fronte una grande terracotta Robbiana: corre sulla roccia della parete un tavolato di noce, dove con malinconia potente un frate....da Bibbiena intarsiò figure di santi monaci: a semplicità bizzarra del disegno bianco risalta quando l’oro del tramonto tenta versarsi per la vetrata prossima nella penombra della cappella. Acquistano allora quei sommarii disegni un fascino bizzarro e nostalgico: bianchi sul tono ricco del noce sembrano rilevarsi i profili [p. 80 modifica]ieratici dal breve paesaggio claustrale da cui sorgono decollati, figure di una santità fatta spirito, linee rigide enigmatiche di grandi anime ignote.
Un frate decrepito, nella tarda ora si trascina nella penombra dell’altare, silenzioso nel saio villoso, e prega le preghiere di 80 anni d’amore.
Fuori il tramonto s’intorbida: strie minacciose di ferro gravano sui monti prospicienti lontane. Il sogno è al termine e l’anima improvvisamente sola cerca un [p. 81 modifica]appoggio una fede nella triste ora. Dalla terrazza si guardano lentamente sommergersi le vedette mistiche e guerriere dei castelli del Casentino: intorno è un grande silenzio un grande vuoto nella luce falsa dai freddi bagliori che guizza ancora sotto le strette della penombra: il Casentino scompare: riveso le signore gentili dalle bianche braccia laggiù che ancora laggiù ai balconi perpetuano un sogno cavalleresco!
.....
Il piazzale della chiesa è deserto. Seggo sul muricciolo
Figure di frati vagano: facelle [p. 82 modifica]vagano e si scompaiono: i frati si congedano dai pellegrini. Un alito leggero e continuo soffia dalla selva in alto, ma non si ode nè il frusciare della massa oscura nè il suo scorrere per gli antri.
La campana dalla chiesetta francescana tintinna nella tristezza del chiostro e pare il giorno dall’ombra il giorno piagner che si muore.




Ritorno
(Nello spazio, fuori del tempo)

Salgo. [p. 83 modifica]

L’acqua il vento la sanità de le prime cose –
Il lavoro umano sull’elemento –
Liquido – La natura che conduce –
Strati di rocce su strati – Il vento –
Che scherza ne la valle – Ed ombra del vento –
La nuvola – Il lontano ammonimento –
Del fiume ne la valle –
E la rovina del contrafforte la frana –
La vittoria de l’elemento –
Il vento –
Che scherza nella valle.

[p. 84 modifica]

Su la lunghissima valle che
sale in scale la casetta
di sasso sul faticoso verde —
La bianca imagine de l’elemento —
La tellurica melodia della Falterona. Le onde telluriche.


a Nord:


2) Campigno: paese barbarico, notturno paese fuggente mistico incubo del caos. Il tuo abitante porge la notte dell’antico animale umano nei suoi gesti. Ne le tue mosse montagne l’elemento grottesco profila: un gaglioffo, una grossa puttana che fuggono sotto le nubi in corsa: e le [p. 85 modifica]tue rive bianche come le nubi: triangolari, curve come gonfie vele: paese fuggente mistico: notturno mistico incubo del caos

Mi rivolgo a la tellurica melodia de la Falterona a le onde tellutiche: vedo l'ultimo asterisco de la melodia de la Falterona che già s'inselva ne le nuvole. Traluce Lontana appare la linea vittoriosa degli abeti, la avanguardia dei giganti giovinetti serrati in battaglia felici nel sole [p. 86 modifica]lungo la lunga costa torrenziale: sullo sfondo lontano lo scoglio disperato consolato da l'immenso frusciar de le selve nel frusciar de le nere selve sempre più avanti accampanti lo scoglio enorme si ripiega grottesco su sè stesso pachiderma a quattro zampe, sotto la massa oscura: la Verna Sempre in vista di Campigno (sosta tra le roccie) Le fontane da lungo hanno [p. 87 modifica]Taciuto nel vento. Ascolto: e il lontano dolore che tende e rallenta il morso nella voce del vento. Dalla roccia cola un filo d'acqua in un incavo; e riposa l'anima mia
Sbrrrr: balzo in piedi
Una forma nera cornuta mi guarda tra le roccie con occhi d'oro

· · · · · · · · · · · · · · ·



Riascolto Dante: o pellegrini che pensosi andate: il quinto canto. Tutta la sua poesia è poesia di movimento. Catrina, bizzarra creatura della montagna barbarica [p. 88 modifica]della conca rocciosa dei venti, come è dolce il tuo pianto. Era la scena di dolore della madre a cui era morto l'ultimo figlio. Una delle pie donne inginocchiata la consolava: ma lei gettata a terra voleva piangere tutto il suo pianto. Figura del Ghirlandaio, ultima figlia della poesia toscana che fu tu guardavi allora scesa a lato del tuo cavallo, tu che stretta nel tuo giustacuore tra la profluvia ondosa dei tuoi capelli salivi, colla [p. 89 modifica]tua compagnia, come nelle favole d’antica poesia: (tu già dimentica dell’amor del poeta?).

Pomeriggio. Monte Filetto 27 Settembre
Siesta

Un usignolo canta tra i rami del noce. Il poggio è troppo bello sul cielo troppo azzurro. Il fiume canta bene la sua cantilena. E’ un’ora che guardo lo spazio laggiù e la spazio strada a mezza costa del poggio che vi conduce. Quassù abitano i falchi. La pioggia leggera d’estate batteva ora come un ricco accordo sulle foglie del noce. ma le foglie dell’acacia, albero caro alla notte si piegavano senza rumore come un’ombra verde. L’azzurro si apre tra questi due alberi. Il noce è davanti alla finestra della mia camera. La notte sembrava raccogliere tutta l’ombra e curvare le cupe foglie canore come una messe di canti l’acacia sapeva profilarsi come un chimerico fumo sul tronco lattiginoso rotondo quasi umano: l’acacia sapeva profilarsi come un chimerico fumo. Le stelle danzavano sul poggio deserto. Nessuno viene per la strada. Dai balconi mi dimentico a guardare la campagna deserta abitata da alberi sparsi, anima della solitudine forgiata di vento. Oggi che il cielo e il paesaggio erano così dolci dopo [p. 90 modifica]la pioggia: pensavo alle signorine di Maupassant e di Jammes chine il pallido ovale in attesa sulla tapezzeria memore e sui magazines d'altri tempi. Il fiume riprende la sua cantilena. Vado via e guardo ancora la finestra: La costa è un quadretto d’oro nello squittire dei falchi.


Campigno (28 Settembre)

Per rendere il paesaggio, il paese vergine che il fiume docile a valle solo riempie del suo rumore di tremiti freschi non basta la pittura, ci vuole l’acqua l’elemento stesso, la melodia docile dell’acqua che si stende [p. 91 modifica]tra le forre all’ampia rovina del suo letto, che dolce come l’antica voce dei venti incalza verso le valli in curve regali: poi che essa è qui veramente la regina del paesaggio.

· · · · · · · · · · · · · · ·


Valdervé è una costa alpina che scende al fiume e getta sull'acqua il suo piedistallo come la zanna del leone: l’acqua volge con tonfi chiari e profondi lasciando l’alto scenario pastorale di grandi alberi e colline.

· · · · · · · · · · · · · · ·


Ecco le roccie, le costruzioni colossali strati su strati, [p. 92 modifica]monumenti di tenacia solitaria che consolano il cuore degli uomini: e dolce mi sembra il mio destino fuggitivo al fascino dei lontani miraggi di ventura che ancora arridono dai monti azzurri: e a udire il sussurrare dell’acqua al piede delle roccie favolose fresca ancora delle profondità della terra. Così conosco una musica dolce nel mio ricordo, dolce senza ricordarmene neppure una nota: so che si chiama la partenza o il ritorno: conosco un quadro perduto tra lo splendore dell’arte fiorentina con la [p. 93 modifica]sua parola di dolce nostalgia: il figliuol prodigo all'ombra degli alberi della casa paterna. Letteratura? Non so: il mio ricordo, l'acqua è così. Dopo gli sfondi spirituali senza spirito, dopo l'oro crepuscolare, dolce come il canto dell'onnipresente tenebra è il canto docile dell'acqua sotto le roccie: Come è dolce l'elemento nello splendore nero degli occhi delle vergini spagnole: e come le corde delle chitarre di Spagna
Ribera, dove vidi le tue danze bizzarre arieggiate di secchi accordi? Il tuo satiro aguzzo [p. 94 modifica]alla danza dei vittoriosi accordi? E in faccia il cavaliere della morte, l’altra tua faccia, cuore profondo, cuore danzante, satiro cinto di pampini danzante sulla sacra oscenità di Sileno? Nude scheletriche stampe, su la rozza parete in un meriggio torrido quali o fantasmi della pietra. Ascolto: Le fontane hanno taciuto nella voce del vento: dalla roccia cola un filo d’acqua in un incavo: Il vento allenta e raffrena il morso del lontano dolore. Son volto: [p. 95 modifica]tra le rocce crepuscolari una forma nera cornuta immobile mi guarda immobile con occhi d’oro. Sono avanti alla roccia del conte Lando. cè il crepuscolo, Laggiù la pianura di Romagna.

· · · · · · · · · · · · · · ·


O donna sognata, donna adorata, donna forte, il profilo nobilitato di un ricordo d'immobilità bizantina, le linee dolci e potenti, dorata dell'enigma delle sfingi: la testa nobile e mitica occhi crepuscolari sognata col suo in un paesaggio di torri là sognati sulla guerreggiata pianura, sulle rive dei fiumi bevuti dalla terra avida là dove si perde il grido di Francesca: dalla mia fanciullezza una voce grave di preghiera [p. 96 modifica]ancora risuona lenta e commossa: non e tu dal quel ritmo Sacro a me commosso Sorgevi già inquieto di vaste pianure, di lontani miracolosi destini, risveglia la mia speranza sull'infinito della pianura e del mare sentendo aleggiare un soffio di grazia: nobiltà carnale e dorata, profondità dorata degli occhi? guerriera, amante, mistica, benigna di nobiltà umana, antica Romagna?

· · · · · · · · · · · · · · ·


L'acqua del mulino corre piana e invisibile nella gara
Rivedo ancora un fanciullo, lo stesso fanciullo steso [p. 97 modifica]sull'erba laggiù. Sembra dormire. Ripenso alla mia fanciullezza Quanto tempo è trascorso: appena ricordo una sera quando che i bagliori magnetici delle stelle mi dissero per la prima volta dell'infinità delle morti: il tempo si è addensato è scorso come l'acqua scorre per quel fanciullo lasciando dietro a sè il silenzio, la gora profonda e uguale: conservando il silenzio come ogni giorno l'ombra. Quel fanciullo o quella immagine proiettata dalla mia nostalgia? Così immobile laggiù? Come il mio [p. 98 modifica]cadavere

18 ottobre È la fine del pellegrinaggio Sono capitato in mezzo a buona gente. La finestra della stanza che affronta i venti e una vedova già serva padrona di un nobile romagnolo, il figlio povero uccellino dai tratti dolci e dall'anima indecisa, povero uccellino che trascina una gamba rotta e il vento che batte alla finestra dall'orizzonte annuvolato, i monti lontani [p. 99 modifica]ed alti, il rombo monotono del vento. Lontano è caduta la neve.

La serva padrona zitta mi rifà il letto e l'aiuta la fanticella.

Monotona dolcezza della vita patriarcale



Marradi: [p. 100 modifica]

Alba


..... poi chè nella sorda lotta notturna
La più potente anima seconda ebbe frante le nostre catene
Noi ci svegliammo piangendo ed era l’azzurro mattino:
Ombre d’eroi veleggiavano: eran colonne d'azzurro
I puri pensieri dell'alba o cuore ricorda: ricorda e rico
piangendo


Giurammo ancor fede all'azzurro
 

[p. 101 modifica]

 
L'aria ride: la tromba a valle i monti
Squilla e la massa degli scorridori
Si scioglie in vivi lanci: e i nostri cuori
Balzano: e grida ed oltrevarca i ponti
E dalle altezze agli infiniti albori
Vigili, calan trepidi pei monti,
Tremuli e vaghi ne le vive fonti,
Gli echi dei nostri due sommessi cuori.

Varcano
Hanno varcato in lunga teoria
Nell'aria non so qual bacchico canto
Salgono e dietro a loro il monte introna:
E si distingue il loro verde canto


Pallida e disfatta una donna pure agile ancora
Siede su l'erta ultima presso la casa antica

[p. 102 modifica]

 
Avanti a lei incerte
Si snodano le valli
Verso le solitudini
Alte degli orizzonti.
E la gentile canuta
Il cuculo sente a cantare.
E il semplice cuore provato negli anni
A le melodie della terra
Ascolta quieto: le note
Giungon, continue ambigue come in un velo di seta.
Da selve oscure il torrente
Sorte ed in torpidi gorghi la chiostra di rocce
Lambe ed involge aereo cilestrino.
E il cuculo cola più lento due note velate
Nel silenzio azzurrino

[p. 103 modifica]

 
Andare udendo pel torrente a china
Nei gorghi il sordo mormorar del Fato
Levar fuggendo sovra la reclina
Fronte un'ala (Pel tuo bacio affiorato: Chimera?)
....

· · · · · · · · · · · · · · ·

Andar per valli che in azzurrina
serenità, dall'aspre rocce dato
Un Borgo in grigio e vario torreggiare
All'alterno pensier pare e dispare
sovra l'arido sogno serenato.

O se come il torrente che rovina
E si riposa nell'azzurro eguale.
Se tale a le tue mura la proclina
Anima al nulla nel suo andar fatale
se alle tue mura in pace cristallina
Tender potessi, in una pace eguale
E il ricordo specchiar di una divina
Serenità perduta o mia immortale
Anima!

· · · · · · · · · · · · · · ·
[p. 104 modifica]

 
La messe intesa al misterioso coro
Del vento in vie di lunghe onde tranquille
Muta e gloriosa per le mie pupille
Discioglie il grembo de le luci d'oro.
O Speranza! O Speranza! a mille a 1000
Splendono nell'estate i frutti: il coro
È incantato: il suo murmure canoro
È per miriadi di faville!

· · · · · · · ·

La notte scende: pare vigilarmi
Delle sue luci: son lontano e solo:
La messe muove verso l'infinito:
Spirito ascolto: s'odon muti i carmi
Nella notte: nel cuore s'alza Solo
Il Sogno «Torna ch'eri dipartito»!

[p. 105 modifica]

Giro d’Italia in bicicletta (1° arrivato al traguardo di Marradi)

 
Dall’alta ripida china precipita
Come movente nel caos di un turbine
Come un movente grido del turbine
Come il nocchiero dal cuore insaziato.

Bolgia di roccia alpestre: grida di turbe rideste
Vita primeva di turbe in ebbrezza:
Un bronzeo corpo dal turbine
Si dona alla terra con lancio leggero.

Oscilla di vertigine il silenzio dentro la
muta catastrofe di rocce ardente d’intorno.

Tu balzi anelante fuggente
fuggente nel palpito indomo
Un grido fremente dai mille che
rugge e scompare con te.

[p. 106 modifica]

 
Balza una turba in caccia si
snoda s'annoda una turba
Vola una turba in caccia
Dionisos Dionisos Dionisos

[p. 107 modifica]

 
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine.
In una baia profonda di un'isola equatoriale
Dentro In una baia profonda di un'isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Vidi sorgere ne la luce incantata
Una bianca città addormentata

[p. 108 modifica]Al piede dei picchi altissimi dei vulcani solenni


 
Dopo molte grida
E molte ombre di un paese ignoto
Dopo molto cigolìo di catene
E molto acceso fervore
Lasciammo la città addormentata
Verso l'inquieto mare notturno

Andavamo andavamo vedevamo le navi

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Quando il paese nuovo arriderà selvaggio su la sconfinata marina?
E vidi come cavalle
Vertiginose sciogliersi le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E via fuggirono le dune
Ne la vertigine del loro sogno ed apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Vivo fresco ed elettrico era il lume

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De la sera e le case umane parevan deserte
Là sovra il mar del pirata
Come di una città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune

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III

Il Viaggio e l'incidente

[p. 115 modifica]Passeggiata in tram fino a domenica e ritorno

Insegno il tuo preludio o sinfonia Genovese. lordo tremante violino corda elettrizzata che porta grave di rombo la casa rotante in una linea nel cielo striato di fili mentre la mole bianca della città torreggia come un sogno moltiplicato.

miraggio di eccelsi palazzi regali e barbari coi loro elettrici diademi spenti. Corgo col tuo preludio che tremola si assoda riprende si afforza e libero sgorga su la piazza affollata davanti nel alla città sparpagliata: s'assesta nel molo curvo che accoglie le navi. e mentre scende il goffo m'appare pieno di ricchezze davanti dal golfo [p. 116 modifica]taciuti corre veloce verso l’eternità del mare che si balocca e complotta laggiù per rompere la linea dell’orizzonte.
Ma mi parve che la città scomparisse mentre il mare rabbrividiva nella sua fuga veloce. Fuggiva la città quasi improvvisamente davanti a me. Ero sulla poppa balzante portato lontano dalla città e dal suo mare nel turbinare delle acque. Il molo gli uomini erano scomparsi fusi come in una nebbia. Sentivo l'odore del mare del mostruoso mare. La lanterna spenta s’alzava. Il gorgoglio dell’acqua tutto annegava tutta irremissibilmente. Persino [p. 117 modifica]il dolore. Sembrava che il bastimento avesse un cuore nuovo che volesse svegliare in me un cuore nuovo. Sentivo un dolore vago attorno al cuore come stesse per aprirsi un bubbone. Ascoltavo il gorgoglio dell'acqua. L'acqua a volte mi pareva musicale, poi tutto ricadeva in un rombo sordo e la terra e la luce mi era strappata inconsciamente
A mare ricordo ancora il tonfo sordo della prora che si sprofonda nell'onda che la raccoglie e la culla un brevissimo istante e la rigetta in alto leggera mentre il battello è una casa scossa dal terremoto che pencola terribilmente fa un ultimo sforzo contro il mare tenace e riattacca a concertare coi suoi alberi una certa melodia [p. 118 modifica]beffarda nell’aria una melodia che non si ode si indovina solo alle scosse di danza bizzarra che la scuotono. C’erano due povere ragazze sulla poppa: Leggera, siamo della leggera: te non la rivedi più la lanterna di Genova. Che importanza in fondo pensavo! Ballasse il bastimento ballasse fino a Buenos Aires questo dava allegria e il mare rideva con noi del suo riso così buffo e sornione. E la barcaccia della miseria ballava ballava sull'infinito. Ma non so se fosse il mal di mare o il disgusto che il mio riso mi dava:............:perchè certo era la bestialità irritante del mare, quel grosso bestione che rideva così bestialmente [p. 119 modifica]che svegliava il mio riso: basta poi il mio riso o il mio stomaco si erano calmati i giorni passavano: celo e acqua, celo e acqua: guardavo il giorno dal mio rifugio tra i sacchi di patate. Poi sdraiato in coperta stanco vedevo l’albero che dondolava verso le stelle nella notte trepida in mezzo al rumore dell’acqua e a volte al finestrino mi salivano spesso le onde avevo seguito il tramonto equatoriale sul mare. Volavano uccelli lontano dal nido ed io pure ma senza gioia. Costeggiavamo, ricordo il tramonto illuminava «el campo» deserto cogli ultimi raggi rossi e il sole tramontava dietro la costa deserta [p. 120 modifica]ritorna il t......... riodo il preludio scordato delle tue rozze corde sotto l'arco di violino del tram domenicale I piccoli dadi bianchi sorridono sulla costa tutti in cerchio come una dentiera enorme tra il fetido odor di catrame e di carbone misto al nauseante odor d'infinito. Fumano i vapori agli scali desolati: Domenica. Per il porto pieno di carcasse delle lente file formiche umane dell'enorme ossario. mentre il mare rabbo....eli sce tra le tanaglie del merlo il mare corre ancora corre come un fiume che fugge tacito pieno di singhiozzi taciuti il mare fugge corre veloce verso l'eternità del

mare che si balocca e complotta [p. 121 modifica]

     laggiù per rompere la linea
     dell’orizzonte
E rabbrividisce nella sua fuga veloce
     e svanisce


Pampa

Quiere usted mate? – uno Spagnolo mi profferse a bassa voce quasi a non turbare il silenzio profondissimo della Pampa – Le tende si allungavano a pochi passi da dove noi seduti seduti in circolo in silenzio guardavamo a tratti furtivamente le strane costellazioni che doravano l’ignoto della prateria notturna. [p. 122 modifica]Un mistero grandioso e ...mente ci faceva fluire col refrigerio di una fresca vena profonda il nostro sangue nelle vene che noi assaporavamo con voluttà misteriosa nel silenzio purissimo e stellato. Quirere Usted mate? Ricevetti il vaso e succhiai la calda bevanda- Ero gettato sullìerba vergine In faccia alle costellazioni mi andavo abbandonando tutto ai misteriosi giuochi dei loro arabeschi cullato deliriosamente dai rumori attutiti del bivacco. [p. 123 modifica]I miei pensieri fluttuavano, i miei ricordi si sommergevano deliziosamente per riapparire a tratti lucidamente tasumanati in distanza, come per un'eco profonda e misteriosa dentro l'infinita maestà della Natura. Gradatamente lentamente assurgevo all'illusione universale e dalle profondità del mio essere e della terra ribattevo per le vie del cielo il cammino avventuroso degli uomini verso la felicità attraverso i secoli. Le idee brillava no della più pura luce stellare nel silenzio fatale. I drammi [p. 124 modifica]più meravigliosi dell'anima umana palpitavano e si rispon devano a traverso le costellazioni Una stella fluente in corsa magnifica segnava la fine gloriosa di un corso di storia. Su le bilancie del tempo e lo spazio invisibili imminenti alternavano immutabil mente i destini eterni. Un disco livido spettrale spuntò a l'orizzonte lontano profumato irraggiando riflessi gelidi d'acciaio sopra la prateria Il teschio che si lavava lentamente era l'insegna formidabile di un esercito che lanciava orme di cavalieri colle lancie in resto acutissime lucenti: [p. 125 modifica]erano gli indiani morti e vivi che si lanciavano alla riconquista del loro dominio di libertà in lancio fulmineo. Le erbe piegavano un gemito leggero al vento del loro passaggio. La commozione del silenzio intenso era prodigiosa. Cosa fuggiva sulla mia testa? Fuggivano le nuvole e le stelle fuggivano intorno a me non vedevo più alcuno: ero solo ne la notte nel deserto: chi ero? E a un tratto la malinconia profonda dell'eterno errante mi strinse. Le stelle e le nuvole fuggivano per trascinarmi [p. 126 modifica]al deserto nero. La pampa, tutta la pampa selvaggia e nera corsa dai venti pareva corrermi incontro per prendermi nel suo mistero Le erbe scosse aevano un rumore lugubre. I miei occhi si chiusero. Mi assopii rimanevo indifferente all'avvenire Nel mio assopimento piu fievole udivo un fragore ferreo sopra un vagone scoperto correvo alla ventura: sulla mia testa fuggivano le stelle e i soffii del deserto: incontro mi si lancia vano le ondulazioni della Pampa come dorsi di belve un [p. 127 modifica]agguato. Correvo tra le tribù indiane? Il sole mi avrebbe ancora guardato al mattino? La cosa aveva assunto la velocità di un cataclisma. Io preso come un atomo nella rivoluzione di un corpo in versi volevo in quel turbine assordante xxxx che invano volev gettarmi gettarmi fuori verso il riposo verso il nulla. XX Al arresto xxxxxin mezzo al lugubre fracasso; fatalmente trasportato dalla corrente irresistibile.

E allora mi inebriai del mistero della pampa selvaggia e nera corsa dai venti che mi volava incontro come per prendermi nel suo mistero. Era la morte? Era la vita? Mi parve che quel treno non dovesse mai [p. 128 modifica]arrestarsi mentre il rumore lugubre delle ferramenta ne commentava incomprensibilmente il destino: fin che la stanchezza e nel gelo della notte la calma sopravvenuta, steso sul piano di ferro il concentrarsi nelle strane costellazioni fuggenti tra lievi veli argentei e ancora tutta la mia vita tanto simile a quella corsa cieca fantastica infrenabile che mi risaliva alla mente in flutti amari e veementi. La luna illuminava ora tutta la pampa deserta e uguale in un silenzio profondo. [p. 129 modifica]Solo a tratti nuvole scherzanti un po’ colla prateria luna, ombre improvvise carenti per la prateria e ancora una chiarità immensa e strana nel gran silenzio. La luce delle stelle ora impassibili era più misteriosa sulla terra infinitamente deserta: una più vasta patria il destino ci aveva dato, un più dolce calor naturale era nel mistero della terra selvaggia e buona.

Ora assopito ora seguivo degli echi di un’emozione maravigliosa, degli echi di vibrazioni sempre più lontane: fin che pure cogli echi l'emozione meravigliosa si spense [p. 130 modifica]E allora fu che dal mio intorpidimento finale io sentii con delizia l'uomo nuovo nascere: l'uomo riconciliato colla natura ineffabilmente dolce e terribile: deliziosamente e orgogliosamente succhi vitali nascere alle profondità dell'essere, fluire dalle profondità della terra: il cielo come la terra in alto misterioso, puro deserto dall'ombra, infinito. Mi ero alzato. Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa dalla sua tenda l'uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall'ombra [p. 131 modifica]di nessun Dio.

Il canto di Genova, Preludii mediterranei

Poi che la nube sparve dentro i cieli
Lontani su la tacita infinita
Marina in sogno nei lontani veli
E ritornava l'anima partita
Che tutto a lei d'intorno era già arcana
mente illustrato del giardino il verde
Sogno ne l'apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E cantavano in voce di poeti
Sacre fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un vecchio oblio parvero in proni
Umani ancor largire: io dai segreti

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Dedali ascendo vi**: aerea eccelsa
Torreggiavi nel sole
Tu nel sole di maggio:
Tutti i torpidi sogni dei mattini
Lontani dileguati
Per i chiarori innumeri del mare
Che udii? Tu tutta un turbine di suono
Tu sognavi o Regina
dentro il sole di Maggio

(imperfetta)

(attimo meridiano

II



(antenna)

Dedali uscendo apparve un torreggiare
Bianco nell'aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontani dilegando incatenare

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Come un ignoto turbine di suono


II




(Attimo meridiano)



Sotto la torre orientale
Tra le terrazze viridi
E la lavagna cinerea
Dilaga la piazza rombante
Inverso al mare che addensa le navi inesausto
Rosso ride l'arcato palazzo dal
portico grande

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Come le cateratte del Niagara
Canta ride svaria ferrea la sinfonia
Feconda urgente verso l'aperto mare
Canta il tuo canto o Genova


III



In una grotta di porcellana
Sorbendo caffè levantino
Guardavo dall'invetriata la folla salire veloce
Di tra le femmine sfingee, eguali statue porgenti
I frutti del mare e del suolo con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota.

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Io ti ricordo ancora io ti rivedo imperiale
Sopra l'erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l'azzurro serale:
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno
A te per l'erta aggrappata d'intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici de i fanali, il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa


Tra i palazzi marini infra dei bianchi

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Miti inscenati dal palpito rosso
Dei fanali sull'ombra illanguidita,
Nel vento di preludio alto dal mare
Ricchissimo accampato in mezzo a l'ombra

Io me n'andavo ne la sera ambigua
Vagando ad incerte venture
Cullato dagli occhi benevoli
De le Chimere nei cieli

Quando
Melodiosamente in alto sale
Ventoso sorse dal mare dal mare la Visione di Grazia
Ne la vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale

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Su dal vico marino tra i fanali
Apparso il dolce suo viso languente
A me l'igntoa melodiosamente
E lieve e dolce e querula salì





(pianissimo)
(Quando melodiosamente in alto sale
A me un'ignota melodiosamente
E bianca e dolce e querula salì.)





Quando: attonita faticosamente
L'eco lontana rise: un irreale
Riso. Mi volsi: intorno
Lucea la sera ambigua
Del palpito battuto
Dei fanali nell'ombra:
Lontani rumori franavano
Dentro silenzi solenni.
Stetti, se ancor dal mare l'irreale

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Riso si udisse: in alto
Infaticabilmente
Le nuvole e le stelle
Viaggiavan pel cielo serale




Spiaggia Spiaggia
Giunse il battello e riposa
Nel crepuscolo e brilla
Negli alberi quieti in frutti di luce:
Il paesaggio è mitico
Di navi intorno al cerchio d'infinito
E dal battello ondulando
I carichi si levan nella sera
Calida di felicità.

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(Le lampane un grande un grande velario lucente
Hanno steso coi diamanti sul crepuscolo
Con 1000 e 1000 diamanti un grande velario vivente)
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante
Instancabilmente introna
La bandiera è calata
Il mare e il cielo è d’oro
Dei fanciulli s'inseguono pel molo
Brilla sugli alberi felicità.
A frotte s’avventurano
I viaggiatori a la città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie

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La grande luce mediterranea
S'è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita,
Gioia intensa e fugace:
Velario d'oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose:
E la città comprende
E s'accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d'oblio
Divino per gli uomini stanchi:





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Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi






Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce schricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Pare culli le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.