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Il nostro padrone/Parte seconda/VII

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VII

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VII.

Bruno era sceso a Nuoro perchè quella sera stessa aveva un appuntamento coi vicini di casa di Sebastiana.

Dopo aver rimesso rapidamente in ordine la cucina e la stanzetta da pranzo, Marielène sbrigò qualche altra faccenda e andò su a vestirsi. Leggera ed agile, nel suo costume scuro, ella correva di qua e di là silenziosa e pareva volasse come una grande farfalla nera; e Bruno e la vecchia padrona di casa, che filava seduta davanti al portone, al chiaror di luna, parlavano [p. 246 modifica]di lei, ed entrambi la lodavano, poichè zia Chillina aveva finito per convincersi, un po’per esperienza, molto per amor proprio, che la sua inquilina era una donna onesta, una donna fina, e Bruno, per conto suo, non poteva fare a meno di ammirare sua moglie per la sua sveltezza e la sua abilità.

In un attimo ella si vestì, ridiscese, salutò zia Chillina e prese il braccio del marito; ed entrambi si allontanarono, tranquilli e uniti come due sposini, mentre la vecchia li seguiva con uno sguardo materno.

Attraversarono la piccola città illuminata dalla luna. S’udiva ancora il lamento delle fisarmoniche e un trillo di chitarra; e i galli cantavano, intonando anch’essi una serenata; nel Corso passavano figure di donne vestite di bianco, e davanti al caffè sedevano ufficiali e borghesi; fra lo scoppio delle bottiglie di gazosa vibravano le risate ironiche di un vecchio cacciatore e le frasi tonanti di mossiù Perrò.

Bruno era pensieroso, come preoccupato per l’affare della casa, e ancora incerto se concludere o no; Marielène invece pensava al giorno in cui egli, diventato ricco, si sarebbe seduto in mezzo a quei borghesi e avrebbe discusso con loro; e la voce del [p. 247 modifica]suo ex padrone, invece di irritarla ricordandole tutte le vicende passate, incitava le sue idee ambiziose. Ella non aveva perdonato, nè a lui nè a Sebastiana nè ad Antonio Maria, ma voleva vendicarsi di loro diventando una donna ricca e rispettata, e aiutando suo marito ad elevarsi al di sopra di loro.

L’idea di andar ad abitare davanti ai Dejana in una casa propria e di esporre davanti a loro, giorno per giorno, la sua crescente fortuna, la inebbriava come un sogno d’amore.

Anche per lei eran giunti giorni migliori; le sembrava di aver finalmente afferrato la fortuna e voleva tenerla ben stretta come quella sera teneva stretto il braccio di Bruno.

Zoseppedda, giovane paesana benestante, che coglieva volentieri l’occasione per sfoggiare il suo italiano dialettale, li aspettava e li accolse affabilmente, non senza però una certa degnazione. Sebbene sapesse che Bruno capiva e parlava anche il dialetto, gli disse in italiano che il marito era dovuto partire per l’ovile, dove un servo si era improvvisamente ammalato, ma che potevano egualmente discorrere del loro affare.

— Queste son le carte, — disse, [p. 248 modifica]deponendo sul tavolo un fascicolo di fogli ruvidi. — Questi sono i conti di quanto zi è costata la casa; questa è la pericia, questa è la ricevuta dell’ultima rata d’imposta: lire ventiquattro e ottanta centesimi. Noi non vogliamo fare una speculacione.

Allora Marielène per far capire alla paesana benestante che non aveva a che fare con gente da nulla, disse con calma:

— La tassa sui fabbricati è del trenta per cento sulla rendita. La tua casa dunque renderebbe circa.... circa.... venticinque per sei fanno cento cinquanta, vero? dunque renderebbe.... renderebbe circa cinquecento lire.... Le case a Nuoro rendono il dieci per cento.

— Ah, no, no! Ti sbagli, sorella mia! — disse la proprietaria, con un sorriso lievemente sdegnoso. — Non rendono neanche il sette.... Lo so io! Le case non sono denari contanti.

Marielène, che non poteva dire «anch’io sono proprietaria» stette un momento incerta; ma subito dopo replicò:

— I contanti, dati a buoni interessi, rendono anche il quindici e il venti.... (Ma non osò aggiungere, come l’altra, «lo so io»).

— Gli usurai, sorella mia....

Bruno che esaminava le carte venne in aiuto a sua moglie. [p. 249 modifica]

— La perizia dà alla casa un valore di settemila cento lire. Circa l’otto per cento, quindi.... Questo però non importa. Quando io parlai con suo marito, proponendogli la vendita della casa, egli mi fece capire che, pur di disfarsene, migliaio più, migliaio meno, egli non ci avrebbe badato. Noi offriamo dunque sei mila lire, non un centesimo di più.

Egli parlava con calma e fermezza, e non si scosse per i gesti di indignazione della proprietaria, e per lo sguardo di meraviglia di sua moglie. Ma questa giudicò prudente tacere, durante la discussione fra lui e Zoseppedda. Se egli parlava così doveva avere le sue ragioni: ella sapeva quanto egli era freddo e calcolatore e come in fatto di affari fosse profondo ed esperto. Se le avessero detto che egli offriva una somma così al di sotto di quella stabilita dalla perizia, perchè aveva paura di acquistare la casa, ella non avrebbe creduto.

Ma non ostante i suoi gesti ed anche le sue parole di indignazione, Zoseppedda piano piano calava, come convinta dagli argomenti di Bruno. Calò fino a seimila cinquecento; poi, dopo aver giurato che l’avrebbero veduta cieca prima che la casa venisse venduta per un prezzo minore a quello, promise che ne avrebbe parlato [p. 250 modifica]con suo marito, e che fra tre giorni avrebbe dato una risposta definitiva.

— La casa è bella, — disse, alzandosi e sollevando il lume per rischiarare meglio la vôlta della camera, — guardate; non sembran camere, sembran chiese! E la vista, la contate poco?

I due sposi s’avvicinarono alla finestra: al di là dello stretto cortiletto si vedeva l’orto della maestra Saju illuminato dalla luna, e una figurina alta e snella di donna si disegnava accanto al muricciuolo verso il viottolo. Bruno e Marielène fissarono quella figura immobile, nera alla luna come un’ombra, ed entrambi, egli con gioia e dolore, ella con gioia e rancore, riconobbero Sebastiana.

— Col tempo forse si potrebbe avere anche l’orto, — mormorò Marielène, ritirandosi dalla finestra. E mentre Bruno si sporgeva per osservare meglio il cortiletto e le finestre al pian terreno, Sebastiana sollevò la testa, lo vide, gli fece un saluto con la mano ed egli sentì un vago malessere, come se stesse per perdere l’equilibrio.

— Più di seimila è impossibile, — disse ritirandosi. — La casa è bella ma non ha alcuna comodità esterna.

— Voi non siete possidenti — rimbeccò malignamente la paesana. — Non avete [p. 251 modifica] bestiame, non avete carri e servi perchè vi abbisognino tettoie e cortili.

Egli sorrise, col suo rapido sorriso che lasciava scorgere tutti i suoi denti bianchissimi, e rispose pronto:

— Ciò che non si possiede oggi si potrà possedere domani.

Marielène lo guardò con riconoscenza, per questa risposta che rintuzzava la vanagloria della proprietaria: poi riprese il braccio di lui, ed entrambi se ne tornarono lentamente a casa. Ella parlava e parlava, nascondendogli un suo intimo progetto, che era quello di offrire lei, alla proprietaria, di nascosto da lui, qualche centinaio di lire in più delle seimila; egli taceva, nascondendole pensieri ben più colpevoli.