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Il nostro padrone/Parte prima/IV

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IV

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IV.

Più tardi Predichedda tornò con un cestino di provviste e una brocca d’acqua, e rise vedendo l’ospite a letto.

— Come, per una storta al piede? Io me li sono slogati tutti e due, una volta, ed ho continuato a camminare.

— Perchè tu hai anche le ali, — le disse Antonio Maria, ed ella replicò, ed entrambi [p. 40 modifica] ripresero a sbeffeggiarsi a vicenda; poi confabularono a lungo, nella stanzetta d’ingresso, e Predu Maria sentì che spesso pronunziavano il nome di Sebastiana, la figlia della maestra Saju.

Nel pomeriggio Antonio Maria uscì, e l’ospite rimase solo fino al cader della sera. Il fuoco si spense; la pioggia scrosciava sul tetto con un rumore monotono di cascata, e il vento che penetrava dalle fessure faceva cadere dalle travi le ragnatele e la polvere.

Dalla finestruola, nel crepuscolo torbido, si scorgeva la roccia solitaria che sembrava una sfinge di pietra.

Il mal tempo e il luogo triste non impressionavano il Dejana, che era stato in luoghi ben più desolati ed oscuri; ma recandosi a Nuoro egli s’era immaginato che la casa del suo amico fosse più allegra, e sopratutto aveva sperato di trovar subito lavoro e cominciare una nuova esistenza. Invece si ritrovava nel solito mondo equivoco, dove viveva da tanti e tanti anni; e il timore di continuare quella vita lo irritava. Egli si credeva un galantuomo, e il suo maggior dolore era il vedere che gli uomini lo trattavano invece come un delinquente; e credeva in Dio, con la semplice fede dell’uomo primitivo, e [p. 41 modifica] rispettava i divini voleri, ma aveva paura che anche Lui si sbagliasse nel giudicarlo, tenendo conto solo delle sue azioni e trascurandone le intenzioni.

Nonostante gli ordini della medichessa, verso sera egli si alzò, cercò la bottiglia dell’acquavite, ne bevette alcuni sorsi e sedette accanto al camino spento. Gli parve di star subito meglio; bevette ancora e sentì un improvviso benessere, e si sarebbe addormentato se ad un tratto la voce del capo-macchia non avesse chiesto il permesso di entrare. Quella voce un po’ dolce e lenta, che pareva la voce di un buon uomo stanco, finì di confortare il Dejana.

— Avanti! Avanti!

Bruno entrò, sedette accanto al focolare e disse:

— Non ho ancora veduto il Perrò, che è fuori di paese; e neppure so se rientrerà stasera; ma non dubiti, appena lo vedrò gli parlerò di lei.

— Lei è un vero amico! — disse Predu Maria, eccitato dall’acquavite. — Sì, appena l’ho veduto, del resto, pensai: ecco una faccia da galantuomo.

Il capo-macchia non ringraziò neppure.

— Sì! M’è sembrato di trovare un fratello; sì, perchè sono un galantuomo [p. 42 modifica]anch’io. Le apparenze ingannano. Io, per esempio.... Ma lei non apprezza i sardi!

Egli stava per fare una confidenza al forestiere; ma s’interruppe e abbassò la testa, mentre Bruno protestava:

— Chi le dice che io non apprezzo i sardi? Tutt’altro! Ma voi potreste fare più di quel che fate; voi siete indolenti: vi lasciate togliere il pane dalle mani, senza protestare. Chi, per esempio, si porta via i tesori delle vostre miniere, dei vostri mari, dei vostri boschi? Basta che uno straniero venga in Sardegna per diventar ricco. Si direbbe che la vostra è una terra di conquista.

Egli parlava con calma, non discutendo nè rimproverando: constatava un fatto, ma pareva lo facesse con una certa soddisfazione, quasi sperasse di prender anche lui parte alla conquista dell’isola.

Ma Predu Maria, che pensava ai casi suoi, preoccupato dalla sua idea fissa riprese:

— Senta, se le dicessero: il Dejana è talmente onesto che ha rifiutato una vera fortuna solo perchè non gli sembrava lecita, lo crederebbe lei? Son certo, non lo crederebbe! Eppure è vero.... e non più tardi d’oggi!

Egli sollevò bruscamente la testa e fissò Bruno: e gli sembrò che un sorriso [p. 43 modifica]ironico sfiorasse quel viso pallido che al chiarore del crepuscolo sembrava il viso d’un malato. Quante volte su altri visi, mentre vantava la sua onestà, egli aveva veduto lo stesso sorriso! Senza alzarsi riprese la bottiglia dell’acquavite e bevette ancora.

— Lei non beve! Le piace il caffè! — disse, cercando di imitare i modi sarcastici di Antonio Maria; ma subito si pentì, e tenendo fra le mani la bottiglia che pareva si scaldasse alle carezze di lui, riprese a bassa voce:

— Lei è intelligente, ma anch’io non sono uno stupido. Ho studiato; sapevo leggere il latino. Stamattina lei ha riso, quando io affermai che spesso quelli che sembrano cattivi sono disgraziati. Sì, a quest’ora lei lo saprà: io sono stato dieci anni in un luogo di pena, perchè ho cercato di uccidere il mio patrigno.

Il capo-macchia non diede segno di sorpresa nè di terrore. Per scacciare l’orribile ricordo il Dejana si versò ancora da bere. Egli era già quasi ubbriaco, e capiva ciò che diceva, ma provava uno strano senso di disprezzo verso sè stesso, e pareva che le sua labbra parlassero contro la sua volontà.

— Così è! — disse, dopo un momento di silenzio, battendosi la bottiglia sul [p. 44 modifica]ginocchio. — Mossiù Perrò, sì, lui, vuol dar marito a Maria Elena. E quel disgraziato sarò forse io. Lì correranno soldi!

Appena ripetuta questa frase di Antonio Maria, egli trasalì visibilmente, e ricominciò a parlare a bassa voce, quasi rivolgendo il discorso a sè stesso e non alla figura immobile e sempre più incerta nella penombra, che gli sedeva accanto.

— Io i denari non li voglio però, come è giusto Dio. Li rifiuterò, vedrà. Ho pensato e ripensato; e se sposerò la donna lo farò per riparare al passato. Essa è stata la mia amante, prima della disgrazia; e dopo.... essa diceva che avrebbe aspettato il mio ritorno.... ma dieci anni son lunghi, per una donna giovane.

Queste notizie impressionavano il capo-macchia più che la storia del delitto di Predu Maria. Egli avrebbe voluto sapere di più, ma frenava la sua curiosità per abitudine e sopratutto per nascondere i suoi pensieri.

D’altronde Predu Maria chiacchierava senza essere sollecitato, raccontando che lo speculatore voleva dar marito a Marielène perchè stanco di lei.

— Ma un marito scelto da lei, di suo gradimento.... Io, forse....

Nel cortiletto risuonò un passo, ed egli [p. 45 modifica]s’interruppe e arrossì, come sorpreso a fare una brutta azione.

— Come ad un amico! — mormorò, stringendo la mano a Bruno, e questi si alzò e uscì in fretta, quasi per evitare d’esser trovato lì da Antonio Maria.

Il Dejana li sentì che si salutavano nel portico; Antonio Maria non aveva più voglia di scherzare, come alla mattina, ed entrò imprecando contro Predichedda che non era più tornata e non aveva acceso il lume ed il fuoco. Vedendo l’ospite alzato il suo malumore aumentò. Lo costrinse a rimettersi a letto, e non smise di brontolare finchè non arrivò la maestra, che trovò il malato alquanto febbricitante e irrequieto e per calmarlo gli compose una bibita d’acqua bollita, miele e cipolle. Egli bevette con ripugnanza la strana miscela, e poco dopo cadde in un dormiveglia febbrile.

Le ore passarono. Fuori continuava la pioggia e aumentava il fragore del vento; ma nel camino di Antonio Maria crepitava un buon fuoco, e il sofferente vedeva, o credeva di vedere, attorno al focolare, un gruppo d’uomini dalla figura equivoca. Di tanto in tanto qualcuno di essi balzava in piedi, nero sullo sfondo rossastro della stanza, e gesticolava e si avvicinava al [p. 46 modifica]lettuccio. Un altro raccontava con voce triste e monotona la storia del Dejana.

— Egli voleva farsi prete, ma dovette smettere per proteggere la sua famiglia contro il patrigno. Un giorno accadde quello che era inevitabile: Predu Maria Dejana cercò di liberare la sua famiglia dal tiranno, e fu condannato. Il patrigno morì in seguito alle ferite. Una volta in «quel luogo» Predu Maria Dejana tentò di appiccarsi perchè vedeva continuamente in sogno la sua vittima.... Egli è un buon uomo, ti dico: egli si farebbe ancora prete... se lo volessero!...

Gli altri ascoltavano, curvi davanti alla fiamma, o facendo qualche disegno sulla cenere con la punta del bastone; di tratto in tratto scoppiava una risata generale, e il narratore melanconico taceva, non sapendo a che attribuire quella improvvisa ilarità.

Più tardi molti se ne andarono, e in ultimo rimase, con Antonio Maria, solo un paesano alto e svelto, il cui viso pallido dava l’idea di una maschera di cera circondata da una folta capigliatura crespa e da una lunga barba nera.

I due uomini chiusero il portone e la porta, e rimasero a lungo nella stanzetta d’ingresso, dove lavoravano procurando di non far rumore. Dovevano comporre [p. 47 modifica] l’acquavite perchè una piccola caldaia bolliva sul treppiede nel camino, e l’odore dell’alcool inondava l’aria.

Finalmente anche il paesano se ne andò; e Antonio Maria, con le maniche rimboccate sulle braccia pelose che odoravano d’acquavite, s’avvicinò al lettuccio e vedendo che il suo ospite teneva gli occhi aperti gli domandò scusa se non lo aveva lasciato dormire, e gli fece sorbire un altro bicchiere di calmante. Predu Maria si addormentò, ma per tutto il resto della notte non fece che sognare affannosamente.

Gli pareva d’essere ancora giovinetto; sua madre viveva ancora, l’agiatezza regnava nella casa. Nella stanza di sopra la tavola era apparecchiata e dalla finestra si vedeva, bianco sullo sfondo grigiastro della montagna, il paese dominato dalla torre scura della chiesetta.

Giù, nella bottega di tele e di panno scarlatto, la madre, donna di antica razza, si indugiava a vendere una berretta sarda ad una vedova ricca e boriosa; ed entrambe si squadravano da capo a piedi, serie e composte.

— Sette pezzas,1 — diceva la vedova, palpando la berretta. [p. 48 modifica]

— Otto pezzas, non un centesimo di meno, — rispondeva Iuanna Dejana, stringendo le labbra sfiorite; e pareva dicesse con gli occhi: — io vendo, ma non ho bisogno di guadagnare perchè sono abbastanza ricca.

E la vedova cedeva, stringendo anch’essa le labbra per significare che le sue ricchezze le permettevano di pagare quattro lire una berretta da regalare ad un servo.

Sulla porta del negozio Narcisa, una bella ragazza quindicenne, guardava se passava qualche studente in vacanza: mentre Predu Maria, sofferente e agitato, andava su e giù, dalla bottega alla stanza di sopra, da questa in un lungo e traballante ballatoio di legno, in fondo al quale s’apriva una camera disabitata, una specie di ripostiglio ove si ammucchiavano mobili rotti, casse, scaffali, libri polverosi, fra cui parecchi messali e Bibbie rosicchiate dai topi, e salteri e breviari già appartenuti ad un suo zio sacerdote.

Predu Maria, che fino a quel tempo aveva sognato di farsi prete, guardava e toccava tutti quei libri con un certo rispetto, indi ritornava sul ballatoio: guardava in un cortile desolato, dove giocavano i suoi fratellini, e rientrava nella stanza da pranzo. Aveva fame; le gambe [p. 49 modifica] gli tremavano per la debolezza. Sulla tavola fumava già un gran piatto di ravioli di cacio fresco e farina, e sul ripiano della credenza stava un cestino di fichi verdi la cui buccia spaccata lasciava vedere la polpa rosea; ma nonostante l’apparenza di benessere che si notava in tutta la casa, egli sentiva una profonda angoscia, come se una malìa gl’impedisse di toccare i cibi e di godere le gioie domestiche. A un tratto s’affacciò alla finestra e vide un cavallo bianco, senza sella, passar di corsa nella strada deserta. Udì il grido di Marielène, la servetta della locanda di fronte, e una voce rauca risuonò nell’interno della bottega.

Egli trasalì. Quella voce di uomo barbaro, che per lunghi anni aveva echeggiato nelle straducole dei villaggi sardi imponendo alle donnicciuole la merce del negoziante girovago — tela, tela cotone e berritas! — risuonava ancora nettissima nel sogno del febbricitante. Egli scendeva nella bottega, e vedeva il terribile Lurisincu, olivastro e scarno come un mauritano, schiaffeggiare le donne e trascinarle per i capelli, urlando spaventevoli improperi contro le sue vittime. Vedendo il figliastro, che tremava come una foglia, il barbaro gli si slanciava addosso.... Già [p. 50 modifica] Predu Maria sentiva il terrore della lotta, quando si svegliò tremando. Un sudore ardente lo bagnava tutto; senza aprire gli occhi si sollevò a sedere sul lettuccio, sentì il dolore del piede e riebbe il senso della realtà; ma rimase a lungo immobile, oppresso dai ricordi angosciosi: un popolo di larve lo circondava, e i ricordi lontani si confondevano coi più recenti, e la figura del patrigno, che da morto continuava a perseguitarlo, sedeva accanto al focolare di Antonio Maria e ascoltava pensieroso la storia raccontata da uno della compagnia. E all’improvviso diceva con la sua voce rauca e triste:

— Ero un pazzo, fratelli cari. Dovevano chiudermi nel manicomio, e invece mi hanno chiuso nell’inferno!

Ad un tratto un passo leggiero e un fruscìo di scopa richiamarono l’attenzione di Predu Maria. Egli riconosceva quel fruscìo, quei passetti leggeri simili ai passi delle caprette saltellanti nei boschi. Scivolò dal letto e uscì nel portico: Marielène, ancora piccola come quando era servetta nella locanda, spazzava con un fascio di scope il cortile di Antonio Maria; e i grossi bottoni di metallo, penzolanti dalle maniche spaccate del suo giubboncello, dondolavano e tintinnavano come campanelli. [p. 51 modifica]

Vedendo il suo antico amante, ella si sollevò, ma invece di arrossire, come un tempo, si mise a ridere sguaiatamente e gli buttò in faccia un pugno di polvere e di ragnatele. Egli trasalì di nuovo e ritornò ancora alla realtà. Un ragno, caduto dal tetto, gli passava davvero sui capelli e sul viso, tessendovi il suo filo, ed egli lo lasciò fare, tanto era immerso nei suoi pensieri.

Sì, dopo il ritorno da «quel luogo», egli aveva fatto domanda di entrare nel convento di Fonni, dichiarando che prima della disgrazia la sua intenzione era di farsi prete. La domanda era stata respinta, e adesso non gli restava che di sposare Marielène, se voleva far penitenza! Un suo compagno di pena gli aveva detto, una volta, che se non si castigava da sè, anche dopo terminata l’espiazione inflittagli dagli uomini, o si sarebbe ucciso o lo avrebbero ucciso. «Chi di ferro ferisce di ferro perisce».

Il fato implacabile, al quale egli confusamente credeva, aveva bisogno del suo sangue come di quello d’una vittima.

— La sposerò, — disse a voce alta rimettendosi supino sul lettuccio.

Il ragno rimase schiacciato sul cuscino. [p. 52 modifica]

V.

Sebbene non avesse come Predu Maria Dejana ricordi e rimorsi che, simili a punti rossi in lontananza, richiamassero la sua attenzione e lo costringessero a voltarsi indietro, anche Bruno Papi trascorse una notte agitata.

Appena uscito dalla casupola del Moro picchiò alla porta dello speculatore, e disse a voce alta, mentre una testa di donna appariva alla finestra della scala:

— Apri, Sebastiana, sono io.

Una voce fresca e melodiosa rispose:

— Il padrone non è tornato.

— Desidero parlare con la signora Elena.

Sebastiana si mise a ridere, e fra il rumor della pioggia il suo riso trillante ancora infantile ricordò a Bruno i gorgheggi degli usignoli nei boschi umidi della montagna.

— Ora scendo, signorino!

Quando ella aprì, col lume in mano, egli, che dopo la sua partenza da Nuoro non l’aveva più riveduta, spalancò gli occhi meravigliato.

  1. Una pezza vale mezza lira.