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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/43


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nico sfiorasse quel viso pallido che al chiarore del crepuscolo sembrava il viso d’un malato. Quante volte su altri visi, mentre vantava la sua onestà, egli aveva veduto lo stesso sorriso! Senza alzarsi riprese la bottiglia dell’acquavite e bevette ancora.

— Lei non beve! Le piace il caffè! — disse, cercando di imitare i modi sarcastici di Antonio Maria; ma subito si pentì, e tenendo fra le mani la bottiglia che pareva si scaldasse alle carezze di lui, riprese a bassa voce:

— Lei è intelligente, ma anch’io non sono uno stupido. Ho studiato; sapevo leggere il latino. Stamattina lei ha riso, quando io affermai che spesso quelli che sembrano cattivi sono disgraziati. Sì, a quest’ora lei lo saprà: io sono stato dieci anni in un luogo di pena, perchè ho cercato di uccidere il mio patrigno.

Il capo-macchia non diede segno di sorpresa nè di terrore. Per scacciare l’orribile ricordo il Dejana si versò ancora da bere. Egli era già quasi ubbriaco, e capiva ciò che diceva, ma provava uno strano senso di disprezzo verso sè stesso, e pareva che le sua labbra parlassero contro la sua volontà.

— Così è! — disse, dopo un momento di silenzio, battendosi la bottiglia sul gi-