Il buon cuore - Anno XI, n. 23 - 8 giugno 1912/Beneficenza

Beneficenza

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Il buon cuore - Anno XI, n. 23 - 8 giugno 1912 Religione
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ALLA PICCOLA CASA DI S. GIUSEPPE

UN VENTICINQUESIMO.

Commovente, interessante e solenne, benchè celebrata con semplicità quasi famigliare, riuscì la festa per la messa d’argento del nostro pro-vicario generale, mons. Enrico Montonati. Colla sua caratteristica rifuggente dagli onori, monsignore si adattò à far la parte di festeggiato nella santa dimora della sua nuova famiglia di adozione, la Piccola Casa di S. Giuseppe, che sorge in mattoni rossi a stile antico nella via Cesare da Sesto.

Quanto bene in quella casa provvidenziale per la salvezza di fanciullette pericolanti!

Nella mattinata prima comunione di parecchie ricoverate, poi messa giubilare con discorso elevato di monsignor Magnaghi e alle ore 15 un’accademia letteraria-musicale, che riuscì magnificamente nelle sue svariate parti come esplicazione armoniosa di note ispirate da cuori riconoscenti, da artisti valentissimi e da nobili sentimenti nei quali tutti gli attori erano accomunati.

Mons. Magnaghi, quale assistente spirituale della Pia Casa, fece preludio all’accademia con la eloquente rievocazione dei punti più salienti della vita operosa del festeggiato, che il posto d’onore assisteva commosso al trattamento, circondato dalle patronesse, dai patroni, dai benefattori della provvidenziale istituzione.Mons. Enrico Montonati, Pro-Vicario dell’Archidiocesi Milanese

Seguirono cori di festa, pezzi concertati, declamazioni, recitazioni, e tutto si svolse a perfezione, come aveva voluto l’intelletto di amore che, disposato all’arte, aveva presieduto alla paziente preparazione.

Al prof. Luigi Cervi, alla pianista Valentina Monfrini devesi un elogio generalmente sentito per la loro valentia e per l’esito ottenuto dalle fanciulle ricoverate, le quali corrisposero con amorevole slancio ai distinti insegnanti. E un eleogio particolare di deve tributare ad una giovane e valente arpista, la signorina prof. Giuseppina Galetti Citterio, la quale, eseguendo due difficili lavori squisitamente miniati dall’esimio professori Tedeschi, suscitò grande meraviglia nell’uditorio e fece parlare dal suo magnifico istrumento un linguaggio paradisiaco. In aiuto nei cori vennero le distinte signorine Giulia e Maria Recli, distinte filarmoniche cresciute alla scuola della madre, distintissima pianista. La signorina Giulia diede prova della sua bravura anche in un coro di festa, suonando, con ingegnosa alternativa, un armonioso concerto di campane.

Terminata l’accademia, mons. Montonati, con la eloquenza del suo cuore commosso, senza dimenticare alcuno, espresse la più viva riconoscenza. Nota elevata di compimento fu una paterna lettera di S. E. il [p. 178 modifica]cardinale arcivescovo. — In una sala si ammiravano i doni presentati al festeggiato: Bibliotheca del Ferraris, offerta dai padrini conte Guido Belgioioso e cav. Gaetano Carugati; pisside artistica, delle patronesse della casa; magnifico rocchetto, eseguito dalle ricoverate; servizio da caffè, offerto dalle pensionanti; grande fotografia del festeggiato, presentata dalle azioniste della casa, ecc., ecc.

Gli ultimi saranno i primi. A questo posto l’esimia superiora e le suore, le quali, benchè nascoste, non sono riuscite a celare le loro virtù e il loro valore letterario.

Questa la relazione rapida della festa, che, vagheggiata da molti cuori gentili e grati, è riuscita in armonia ai voti innalzati da molte anime buone, sempre memori dei benefici ricevuti dallo spirito generoso, conciliativo e illuminato di mons. Montonati.

È poi da rilevarsi il dono che le pie suore della Casa di S. Giuseppe, per incarico della Madre Provinciale, presentarono al festeggiato, cioè parecchi esemplari di un aureo volumetto illustrante il nuovo Santuario di Creva, eretto nel territorio di Luino.

Il gentile pensiero tendeva a rievocare la carriera luminosa di mons. Montonati, che si svolse particolarmente appunto a Luino, dove Monsignore fu prevosto amatissimo, come si rileva da un brano della prefazione che si legge nel grazioso volumetto.

«Oh, ben lo sapete voi, Monsignore, che siete vissuto accanto al vostro popolo, facendovi come il perno della sua vita spirituale e cristianamente sociale: lo sapete voi, che lo accompagnaste nelle ardue lotte e alle prime vittorie, per la causa santa di Maria!

«Ed è perciò che avete sorriso al nostro pensiero di perpetuare le prime memorie del Santuario di Maria Immacolata nella vostra Creva, non ultima parte delle vostre sacerdotali sollecitudini quando eravate Preposto Parroco di Luino.

«Che anzi, avete con paterna benevolenza accettata non solo la dedica di questo modesto libro, ma permetteste ancora che noi intrecciassimo i ricordi del Santuario con la bene auspicata ricorrenza del vostro Primo Giubileo sacerdotale, quasi a testimoniare che non vi ha maggior conforto per un Sacerdote di quello d’aver spesi i propri anni per illustrare la gran Madre di Dio!».

Un pensiero paterno del festeggiato fu di prepararsi alle nozze d’argento con un pellegrinaggio al bel Santuario, accompagnandovi le sue figlie adottive della Casa di S. Giuseppe.

Appunto nell’ultimo capitoletto del libriccino su Creva, si descrive con entusiasmo il riuscitissimo pellegrinaggio — il primo a quel Santuario — che doveva venire da Milano.

«Venne adunque in un rorido mattino di Maggio portando verso l’Immacolata Vergine uno stuolo di giovanette accompagnate dalle loro Suore: le ricoverate della Piccola Casa di San Giuseppe, precedute dal loro Direttore, l’illustrissimo Mons. Montonati. Era giusto che a Lui fosse riserbata la mistica primizia, a Lui che — dopo aver visto compiuta l’opera di tante ansie — non sa, non può tralasciare di darle, come un tempo, tutto il suo cuore e tutto il suo pensiero.

«E la popolazione, la quale un giorno fu unicamente oggetto di sue cure e che oggi ancora, malgrado quasi quattro anni di lontananza, serba vivo in cuore l’affetto riconoscente che gli aveva votato, la popolazione accorse tripudiante ad accompagnare le pellegrine, a circondare là — nel bel santuario di Creva — l’amatissimo Monsignore».

Il bel Santuario ha ispirato al Dott. G. B. Reggiori una graziosa Ode, e di questa l’egregio maestro Luigi Cervi ha approfittato con affettuoso slancio per scrivere un’ottima composizione musicale, dedicandola a mons. Montonati.

Nel suo pregevole lavoro, di stile schiettamente religioso, il prof. Cervi ha mirato al rilievo dei concetti espressi in magnifica forma poetica dal Reggiori in omaggio alla Vergine, e l’esecuzione, benchè affidata alle semplici fanciulle della Casa di S. Giuseppe, suscitò commossa ammirazione e vivo desiderio di altre audizioni.

Così si sono festeggiate le nozze d’argento del nostro Pro-Vicario Generale, al quale porgiamo sinceri rallegramenti e rispettosi omaggi.

A. M. Cornelio.

Accademia Musicale

all’Istituto dei Ciechi.

Sabato e domenica, 1 e 2 giugno, alle ore 15 si tenne nell’Istituto dei Ciechi l’usata Accademia musicale estiva, nella quale gli allievi danno saggio dell’abilità ottenuta nei diversi rami di musica istrumentale e vocale.

Nel primo giorno rappresentavano il Consiglio il presidente cav. dott. Francesco Denti, e il consigliere ingegnere Carlo Radice Fossati; nel secondo l’avv. nobile Decio Arrigoni, ed era pure presente, in rappresentanza del Prefetto, un consigliere di Prefettura.

Il concorso del pubblico, grande nel primo giorno, fu ancor più grande nel secondo, concorrendovi la circostanza di essere giorno festivo. Un concorso non meno grande, formato da allievi e da allieve di diversi istituti di beneficenza, aveva già riempito il salone e la tribuna alla prova generale, tenutasi al venerdì. Una schiera numerosa di allieve era pure accorsa dal Collegio femminile delle Marcelline di Vimercate.

La soddisfazione nell’udire il concerto, con un programma dei pezzi assai ricco e variato, fu viva e generale. Si incominciò con una Marcia popolare in onore dei combattenti a Tripoli, composizione del maestro cieco Peliosanto Ambrogio, eseguita dall’orchestra, che suonò pure una Elegia di A. Lombard.

Seguirono poi tre pezzi di istrumenti speciali, il corno, il piano, il clarino, eseguiti successivamente dagli allievi Lecchi Pietro, Felloni Ambrogio, Lozza Pietro, vivamente applauditi.

[p. 179 modifica] Due pezzi che destarono una speciale compiacenza e ammirazione furono i due cori. Il primo, Madrigale, musica di A. Micheletti, parole di Aleardo Aleardi, Che cosa è Dio? fu eseguita colla solita squisita perfezione dalle allieve, guidate dal maestro cav. Salvatore Gallotti; il quale diresse pure il secondo pezzo, l’Epitalamio nell’opera Loreley del maestro Catalani, coro a tre voci miste eseguito da allievi e allieve.

Finiti questi due pezzi, il Rettore rivolse al pubblico alcune parole, che riportiamo più sotto.

Un breve saggio ginnastico, dato dagli allievi, destò la curiosità e gli applausi del pubblico.

Si svolse poi la seconda parte del programma musicale, con un primo pezzo eseguito con molto effetto sull’organo dall’allievo Dameno Vincenzo.

L’allieva Gironi Savina mostrò molta abilità nel suonare sull’arpa la gentile composizione di Zabel: Alla sorgente.

Due numeri sul violino suonò l’allievo Manzoni Pietro: l’agilità nella tecnica, il sentimento nell’espressione, impressionarono vivamente il pubblico, che salutò l’allievo con ripetuti applausi.

Il concerto si chiuse con due pezzi di orchestra. La Barcarola, si è spento il Sol, nell’opera Silvano di Mascagni, e la Sinfonia, Il sogno della vita, del maestro cieco Camagni Enrico, un pezzo poderoso, scritto già da molti anni, che ha il doppio pregio della classica quadratura antica, con accenni e atteggiamenti della musica moderna.

Gli allievi, ricordando che ricorreva il giorno dello Statuto, non vollero abbandonare il salone senza dare una prova del patriottismo che parla pure nel loro cuore: a piena orchestra, sotto la direzione del maestro cieco Peliosanto Ambrogio, intonarono la marcia reale. All’attacco improvviso e gradito, tutto il pubblico si levò di scatto in piedi, coprendo la musica con prolungati applausi.

Il pubblico si sciolse poi, e si disperse sotto i portici per visitare l’esposizione dei quadri dei benefattori, circa una novantina: è una collezione che, senza gareggiare con quella dell’Ospedale, non è priva di interesse e di merito: attirò in ispecial modo l’attenzione del pubblico, per la somiglianza e la naturalezza, il ritratto del marchese Emanuele D’Adda, esposto sul palco, opera del distinto pittore Bosis di Bergamo.

Parole del Rettore.

Una lodevole consuetudine vuole che la mia parola in questa solenne circostanza dell’accademia, suoni in mezzo di voi. Voi siete tanto gentili di desiderarla, e a me tornava facile, giocondo, il pronunciarla, ricordando quanto in una febbrile rinascente attività veniva fatto per l’incremento di quest’opera grandiosa che è l’Istituto, nelle manifestazioni della multiforme sua vita, Istituto, Asilo Mondolfo, Laboratorio Zirotti, Asilo Infantile.

Se non ho la compiacenza di ricordare quest’anno nulla di speciale che io possa aver fatto, ho però la compiacenza non meno giusta e gradita di ricordare quello che hanno fatto gli altri. L’Istituto progredisce: voi applaudite allo splendido risultato di questi saggi musicali, che manifestano il progresso in quel ramo di istruzione, al quale si dà la maggiore importanza presso di noi, la musica: ma quanti elementi concorrono a questo effetto! Il Consiglio, colla sua illuminata previdenza nel preparare i mezzi dell’istruzione; i maestri, ciechi e veggenti, in una lodevole emulazione di mantenere l’insegnamento alla maggiore altezza dell’arte; gli allievi colla diligenza nello studio: essi aspettano con ansia questi giorni: più che giorni di battaglia, sono per essi giorni di vittoria: i vostri applausi tornano ad essi tanto più graditi perchè sentono di averli meritati.

E questo slancio di vita musicale è fatto più ardente dalle ripercussioni di saggi che manifestano a qual punto di invidiata perfezione i ciechi del nostro e di altri Istituti, possono arrivare: in breve periodo di tempo questo Salone ha veduto succedersi in nobile gara concerti di piano, d’organo, di violino, dati da allievi ciechi divenuti maestri, il Pacini di Milano, il Fabozzi di Napoli, l’Ellena di Torino, il Saiditi di Palermo, il Belletii di Bologna: un concerto complessivo venne dato da molti ciechi, Lunedì, 27 maggio, nella sala del R. Conservatorio, nel quale figurò in modo distinto nel suono del piano il giovane cieco Garbo Vittorio di Treviso, già allievo di questo istituto, e può dirsi allievo ancora, avendo continuati in seguito gli studi sotto il maestro dell’Istituto, cieco esso pure, il signor Schiepatti Emilio: il lodevole risultato di Milano non era per lui che la conferma dello splendido risultato ottenuto a Bologna, quando ora è poco più di un mese, avendo affrontato gli esami di magistero in quel liceo musicale, fra la maraviglia e la compiacenza degli esaminatori ottenne cinquanta punti su cinquanta.

Sono risultati di cui possiamo inorgoglirci. Ma una dura obiezione ci tronca a mezzo la gioia: più che a risultati comuni non ci troviamo noi dinnanzi a splendide eccezioni? la gran massa degli allievi uscendo dall’Istituto non si trova dinnanzi a difficoltà che o per intelligenza limitata, o per deficenza di mezzi, rende per essi l’istruzione musicale pressochè inutile nel provvedere ai bisogni della vita?

L’on. Consiglio si è fatta ragione di questa difficoltà e si accinge ad affrontarla per vincerla. Due mezzi si presentano allo scopo: aiutare nel collocamento gli allievi che ottennero buoni risultati nella musica, e per quelli che non presentano attitudini musicali aprire una nuova via di attività col lavoro manuale, nelle diverse forme nelle quali può essere esercitato.

L’Istituto provvede già a questo bisogno ma in modo insufficiente nei mezzi e quindi inadeguato nei risultati. Ci vuole un patronato, unito o separato dall’Istituto, un patronato di persone che abbia per scopo diretto di ricercare i lavori più atti pei ciechi, di collocare i ciechi, o isolati o raggruppati, fra di loro, o mescolati ai veggenti, in modo che le loro attitudini siano esercitate, e diano, nelle circostanze di fatto, minutamente studiate, il maggior frutto possibile. La migliore professione pei ciechi non è questa o quest’altra: è quella che data la natura dalle loro attitudini li [p. 180 modifica]può rendere prontamente occupati, sufficientemente provveduti, relativamente indipendenti.

Qui si presenta la questione, inevitabile in ogni progetto, dei mezzi occorrenti per attuare il progetto stesso. Una parte di questi mezzi potrà essere fornita dai mezzi che già si hanno: sarà una semplice trasformazione: i mezzi che si adoperavano per alcuni inutilmente per la musica, si adopereranno utilmente pel lavoro.

Del resto la questione dei mezzi, quando sia provata la loro necessità, non deve impensierirci. Siamo a Milano, siamo nell’Istituto dei Ciechi. L’onorevole Consiglio, felicemente inspirato, ha voluto che quest’anno si facesse l’esposizione dei ritratti dei benefattori: finita l’accademia, voi li potrete osservare sotto i portici del piano terreno dell’Istituto, nei due compartimenti maschile e femminile: andate a vederli: è uno spettacolo imponente, commovente. Cominciando dal quadro del cav. Barozzi, che senza un centesimo in tasca, si accinse a fondane l’Istituto raccogliendo un bambino cieco e una bambina cieca, arrivando ai ritratti del conte e della contessa Mondolfo, che possono dirsi secondi fondatori dell’Istituto, avendo dato in diverse riprese L. 700,000; e poi ai quadri delle sorelle Zirotti, che col fratello ricordato in busto qui fuori nell’atrio del salone, hanno dato all’Istituto più di un milione, voi vedrete succedersi più di novanta ritratti di benefattori che nel corso di settant’anni hanno fatto oggetto della loro liberalità l’Istituto: vi sono persone di tutte le condizioni: patrizi e popolani, sacerdoti e militari, industriali e magistrati, donne modeste e nobili dame: gli ultimi due quadri eccoli qui sul palco: il marchese Emanuele D’Adda che diede L. 50,000: la sua liberalità è bene ricordarla nel quadro reso così al vero dal pittore Bosis di Bergamo: la signora Elisa Marzorati vedova Dell’Acqua, già consocia al marito nel dono all’Istituto di una bella casa in via Cernaia: chi fece assai bene il ritratto del marito, il signor Laforet, era conveniente che avesse l’incarico anche del ritratto della moglie, riunendo nell’arte chi era stato unito nella beneficenza.

Tutti quei quadri sono un esempio, sono una speranza: dinnanzi ad essi come non credere che quando un appello venisse fatto per formare, per consolidare l’opera del Patronato, che deve rendere proficua, universale, duratura, l’assistenza del cieco, questo appello non abbia ad essere accettato, corrisposto con animo aperto, con entusiasmo?

Un grande spettacolo presenta in questo momento il nostro paese: l’Italia combatte in Libia e nell’Egeo per la sua grandezza e per la causa della civiltà: bisogni urgenti, imperiosi di soccorso si sono successivamente presentati: che cosa ha fatto, che cosa fa l’Italia? Insieme al sangue de’ suoi figli ha profuso e profonde tesori di beneficenza. Ecco il cuor della madre: è su questo cuore che noi appoggiamo le nostre speranze: inneggiando alla beneficenza dell’Italia verso i suoi figli, inneggiamo alla beneficenza inesauribile di Milano verso l’Istituto.

I salesiani di D. Bosco

pei figliuoli degli espulsi dalla Turchia


Dalle notizie pubblicate da noi e da altri giornali è già nota la generosa e patriottica offerta dei buoni Salesiani in favore dei figliuoli degli espulsi dalla Turchia.

L’idea di offrire l’ospitalità degli istituti salesiani ai figli bisognosi dei profughi dalla Turchia è sorta spontanea nella mente di don Albera, il quale, fin da quando l’espulsione era solo minacciata, cominciò a preoccuparsi della sorte dei poveri fanciulli e ne fece spesso argomento di conversazione. Intanto le cose precipitavano; i primi profughi giungevano a Napoli ed il Governo pensò di nominare la Commissione centrale di soccorso. Don Albera non esitò un momento: radunò il Consiglio superiore dell’Istituzione Salesiana, espose il suo progetto, che fu approvato tra l’unanime commozione, e spedì il noto telegramma della Commissione centrale.

Il conte Gallina, presidente del commissariato della Emigrazione, così rispose a don Albera:

«Ricevo generosa profferta della S. V. a favore giovanetti orfani od abbandonati, espulsi dalla Turchia. Mentre riserbomi comunicare eventuali notizie al riguardo, mi è sommamente grato constatare che anche in questa occasione cotesta nobile Istituzione unisce alla sua alta missione di carità il più vivo sentimento di patriottismo»

L’attuazione pratica della pia idea fu affidata al dottor don Francesco Cerruti, direttore generale delle scuole Salesiane ed al sacerdote dott. Arturo Conelli, ispettore degli Istituti Salesiani del Lazio. L’esperienza e l’autorità del primo e il tatto ed il cuore del secondo, lasciano pienamente tranquilli sulla felice riuscita della iniziativa di don Albera.

D’altra parte i Salesiani tutti hanno accolto con entusiasmo la nuova opera dalle Alpi ai piani fioriti di Sicilia.

Singolarmente toccante è la lettera di istruzione inviata ai vari collegi, che sono abitualmente rigurgitanti e nella quale è notevole questo passo:

«.... Accoglierai di gran cuore cotesti giovanetti profughi.... Sii loro in luogo del padre e della madre nel modo che la tradizione nostra insegna chiaramente. Abbi cura sopra tutto che nulla manchi mai di vestiario a cotesti figliuoli, sicchè in quantunque momento possano presentarsi puliti a chiunque. Fa che non passino i giorni in ozio; se avessero a soffrire nella salute, non risparmiate rimedi».

Ed ecco i criteri adottati per la scelta dei giovanetti.

Nel primo colloquio che il dott. don Conelli ebbe col conte Gallina si fissarono le modalità ed i criteri informativi della scelta. L’intesa fu facile: tutti i giovanetti bisognosi dai 7 ai 12 anni possono essere ritirati negli Istituti Salesiani a queste due sole condizioni: che siano figli di italiani e che non siano affetti da malattie infettive. Non è fatta esclusione di alcuna confessione religiosa, ed i fanciulli che appartenessero ad una religione diversa dalla cattolica saranno rigorosamente [p. 181 modifica]rispettati nelle loro credenze. La Commissione centrale di soccorso ha poi deliberato di trovare una occupazione a tutti i giovanetti bisognosi di età superiore ai 12 anni.

Circa il numero dei giovanetti bisognosi non è possibile fare un calcolo esatto.

La prima volta che don Conelli parlò al conte Gallina si compilò una lista di 84 bisognosi: il giorno dopo l’elenco era salito ad oltre 250. Se a costoro si aggiungono i bisognosi degli ultimi arrivi di profughi e l’incognita dell’espulsione da Costantinopoli, ancor meglio si comprende come non sia possibile far previsioni.

Non è arrischiato dire che a tutt’oggi a più di trecento piccoli espulsi verrà dato ricovero dai padri Salesiani!

Il collocamento effettivo non può effettuarsi con rapidità fulminea; perchè anche nel compiere quest’opera di carità, bisogna salvare le ragioni del cuore, e nulla riesce più doloroso alle famiglie profughe che la separazione dài figliuoli, sebbene ne veggano tutto il vantaggio.

Dapprincipio si pensava di destinar loro appositi istituti dove potessero essere raggruppati per età e per capacità; ma stante l’anno scolastico inoltrato, si pensò provvisoriamente di distribuirli un po’ per ciascuno dei collegi. Alla fine di giugno, quando i convitti pensionati rimarranno liberi, si tornerà, probabilmente, al primo progetto. Per intanto si stabilì solo di radunare i più piccini a Genzano, presso Roma, ed a collocarne un altro gruppo di circa 30 a Torino, all’Istituto del Martinetto, dove quel direttore, sac. prof. Signoretti, sta già allestendo tutto il necessario. Intanto don Conelli trovasi a Napoli per assistere alla scelta dei piccoli profughi, ed i direttori dei collegi Salesiani d’Italia furono già avvertiti di tenersi pronti perché gli arrivi saranno imminenti. I gruppi principali saranno accompagnati da un incaricato della Commissione centrale di soccorso e da un salesiano.

Siamo intanto autorizzati a pubblicare che oggi sono già cominciati i primi collocamenti e che la pia e patriottica idea è già in piena realizzazione, così che a questi reverendi e buoni padri, che tante benemerenze si sono acquistate verso il Paese, l’Italia deve una nuova gratitudine per un’opera altamente umanitaria e singolarmente civile in questa triste contingenza, benemerenze del resto che sono un naturale corollario di quello che i Salesiani si aggiudicavano nel 1854 raccogliendo gli orfani dei colerosi di Torino, nel 1865 raccogliendo 60 orfani di colerosi di Ancona, nel 1887 aprendo le porte dei loro istituti ai figli delle vittime del terremoto di Liguria e nel 1905 e 1908 similmente per quelli dell’immane catastrofe calabro-sicula.

Ecco una nuova ragione perché i benefattori della pia opera di Don Bosco si stringano ancor più intorno ai Salesiani e siano prodighi di offerte e di incoraggiamenti.



Il Municipio di Milano ha ordinato 200 abbonamenti per distribuire in tutte le scuole i fascicoli dell’ENCICLOPEDIA DEI RAGAZZI.


Missione dell’Eritrea

Continuamente dall’Eritrea pervengono appelli in favore di quella missione. Mons. Camillo Carrara, Vic. Ap., si trova in mezzo alle più terribili angustie nel vedere il protestantesimo e l’islamismo invadere l’Eritrea. Ma ben poco egli può essendo sfortito di mezzi. La sua idea sarebbe quella di fondare nei centri più grossi delle scuole d’ambo i sessi, delle case di lavoro.

Il cuor nostro non può rimanere indifferente. Laggiù la patria nostra ha avuto il principio della sua gloria; e i popoli dell’Eritrea si sentono invasi da un vero amore all’Italia. Ne hanno dato splendida prova gli ascari dell’eritrea. Essi hanno risposto con entusiasmo all’appello loro fatto di venire in aiuto dell’Italia sui campi della Libia. Chi li ha visti nella Tripolitania ed altrove lo può attestare. Pieni di entusiasmo per l’Italia sui campi delle nuove conquistate provincie, hanno giurato di render grande il nome italiano e di far amare ovunque l’Italia. Davanti ad esseri che volontieri spargono il loro sangue per la gloria nostra, non possiamo rimanere indifferenti. La riconoscenza è un dovere sacrosanto per noi, e solo potremo manifestarla col venire in aiuto della Colonia Eritrea; il nostro aiuto preparerà altri generosi, che disprezzando la loro vita, ben volontieri si sacrificheranno per la nostra Italia.

Per questo i PP. Cappuccini di Viale Monforte stanno preparando un Comitato permanente che abbia a prestarsi in favore di tutta la Missione.