Idilli (Teocrito - Romagnoli)/XXIII - L'innamorato

XXIII - L’innamorato

../XXII - I Dioscuri ../XXIV - Ercole in culla IncludiIntestazione 24 giugno 2024 100% Da definire

Teocrito - Idilli (III secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1925)
XXIII - L’innamorato
XXII - I Dioscuri XXIV - Ercole in culla

[p. 163 modifica]

XXIII

L'INNAMORATO

[p. 165 modifica]




Amava un uomo, folle di brama, un crudele garzone,
che amabile era, sí, d’aspetto, ma non di costumi:
ché chi l’amava odïava, né gli era cortese un sol giorno,
né conosceva Amore chi sia, quale Nume, quale arco
impugni, e quali amare saette sui giovani avventi:
era in ogni atto, in ogni parola, mai sempre implacato.
Né di sue fiamme aveva conforto l’amante: non guizzo
di labbro, non parola, che sono sollievi d’amore;
ma, come bieco il guardo si volge di fiera silvestre
sui cacciatori, cosí guardava quel giovin l’amante:
selvagge eran le labbra, brillavano truci gli sguardi,
e tramutava il viso per bile, fuggiva il colore
via dalle guance, per l’ira che tutto l’empieva. Eppur, bello
era cosí: quell’ira cresceva l’ardor dell’amante.
E infine, non pote’ sopportar tanta vampa d’amore,
ma presso alla sua porta crudele si fece piangendo,
e impresse un bacio sopra la soglia, e in tai detti proruppe:
«Tristo, selvaggio fanciullo, fanciullo di pietra, progenie
di lionessa maligna, non degno d’amore, a te reco

[p. 166 modifica]

l’ultimo dono mio, questo laccio: non voglio piú a lungo
crucciarti, quando sei tutta ira, o fanciullo; ma vado
nel luogo a cui tu m’hai dannato, dov’è d’ogni male
pronto il rimedio per tutti gli amanti: l’oblio sempiterno;
ma pur se al labbro mio lo appresso, se tutto lo bevo,
spegner neppure cosí potrò la mia brama. L’addio
supremo scrivo sulla tua soglia. Conosco il futuro.
Anche la rosa è bella, ma il tempo la sfa: la vïola
a primavera è bella, ma presto vecchiezza la strugge:
il giglio è bianco, e quando la brina lo stringe, avvizzisce:
la neve è bianca, e quando a terra è caduta, s’insozza;
anche il fanciullo è bello, però sua beltà poco dura.
L’occasïone verrà che d’amore anche tu sarai preso,
quando col cuore in fiamme dovrai pianger lagrime amare.
Ma questa ultima grazia concedimi almeno, o fanciullo:
allor, che, uscendo, me nel vestibolo appeso vedrai,
non passare oltre, senza che tu badi a questo infelice:
férmati, e piangi un istante: versata una lagrima, poi
scioglimi il collo dal nodo, nascondimi con le tue vesti
alle tue membra tolte, poi dammi, per ultimo, un bacio:
al morto almen concedi le labbra: non devi temere:
renderti il bacio non posso; ma spirito grato m’avrai.
E a me scava una fossa che valga a celar tanto amore,
e quando lungi andrai, di’ tre volte: «Riposa, o diletto».
E, se tu vuoi, soggiungi: «M’è morto un diletto compagno».
E questo motto aggiungi, che incido sovresso il tuo muro:
«Questi d’amore perí: viator, non passare di lungo:
férmati invece, e di’: fu crudo il fanciullo che amava».
E, cosí detto, e una pietra pigliata, la spinse dal muro
fino alla soglia nel mezzo, appese una fune sottile
dall’architrave, su quella, il collo si strinse nel laccio,
l’appoggio poi respinse coi piedi, ed appeso rimase
cadavere. — Ed aperse la porta il fanciullo, ed il morto

[p. 167 modifica]

vide, che in mezzo alla corte pendeva; né punto commossa
l’anima n’ebbe, né pianse la morte recente; e sul corpo
le vesti sue d’efebo gittate, che n’ebber contagio,
ai ludi corse, corse bramoso ai diletti suoi bagni.
E al Nume s’appressò che aveva oltraggiato; e nell'acqua
balzò, dal piedistallo di pietra. Ma súbito sopra
a lui cadde la statua del Nume; ed uccise il crudele.
L’acqua fu tinta di sangue; del giovine emerse la voce:
«Gioite, o voi che amate: ché quei che odïava, fu spento:
voi che odïate, amate: ché il Nume ne trasse vendetta».




Nota

[p. 263 modifica]

XXIII

L’INNAMORATO

È una delle tante storielle d’amore alessandrine, come potremmo trovarla in Ermesianatte, in Alessandro Etolo, in Callimaco. Salvo che qui l’amato bene è un bardassotto; e se quelle sono insipide, questa, al solito, ci fa un po’ ridere, e un po’ schifo. L’unico merito del poeta, è quello di aver trattato in esametri un argomento pel quale sembra fosse di prammatica il distico elegiaco. Merito davvero non trascendentale; e perciò questa volta si accettano con gioia le varie ragioni enumerate dai filologi per contendere a Teocrito la paternità di questo mostricino.