Apri il menu principale

Guida della montagna pistoiese/Sambuca

Sambuca

../Da Porretta a Pistoia ../Bibliografia per la illustrazione dell’Appennino pistoiese, dei Bagni di Lucca e di Porretta IncludiIntestazione 18 giugno 2018 75% Da definire

Da Porretta a Pistoia Bibliografia per la illustrazione dell’Appennino pistoiese, dei Bagni di Lucca e di Porretta
[p. 171 modifica]

SAMBUCA


Castello antichissimo sulla Limentra, fu fortilizio dei confine Toscano, e per il suo sito, quasi che inespugnabile. Forse questo nome gli derivò dai Romani che così appellavano una macchina guerresca, a guisa di torre, atta a scagliar dardi. Per questa valle della Limentra, cui il castello sovrasta, era l’antica via che collegava l’Etruria centrale alla circompadana; e sempre nel medio evo il sentiero più frequentato per passar dalla Toscana nell’antica Gallia cisalpina, detta poi Lombardia. E anche al presente, per la speciale conformazione dei monti e delle valli, o per via rotabile o ferrata, questo sentiero si è praticato. La Sambuca, feudo già dei Vescovi di Pistoia, presa dai Bolognesi, quindi dai Pistoiesi riconquistata e riavutala in feudo il vescovo Guidaloste Vergiolesi, ne investì un suo parente, con l’alta dipendenza però del Comune di Pistoia. Nel 1306, dopo l’assedio di questa città, il capitano Filippo [p. 172 modifica] Vergiolesi, che, come Bianco, l’aveva difesa per undici mesi contro a’ Guelfi Neri Fiorentini e Lucchesi, ne fu cacciato co’ suoi, e datogli a confine il piccolo fortilizio di Piteccio, e quindi questo grandioso di Sambuca, ultimo suo rifugio. Qui nell’esilio venuta a morte a Filippo la sua diletta figlia, Selvaggia (celebrata dall’illustre Legista e poeta contemporaneo messer Cino de’ Sinibuldi pistoiese, nel suo bel Canzoniere), vendè il castello al Comune di Pistoia. Poco dopo di tale infortunio messer Cino tenne questa via appennina, al suo ritorno in Toscana di Lombardia, dove con Dante, amico suo, erasi adoperato per la discesa e la buona accoglienza in Italia di Arrigo di Lucemburgo. E giunto in Sambuca, dove di poco giaceva estinta la sua Selvaggia1, così ricorda lei e il castello, nel seguente affettuoso sonetto. [p. 173 modifica]

Io fui ’n su l’alto e ’n sul beato monte
     Ov’adorai baciando il santo sasso,
     E caddi ’n su quella pietra, ohimè lasso!
     Ove l’Onesta pose la sua fronte:

E ch’ella chiuse d’ogni virtù ’l fonte
     Quel giorno, che di morte acerbo passo
     Fece la donna dello mio cor lasso.
     Già piena tutta d’adornezze conte.

Quivi chiamai a questa guisa Amore:
     «Dolce mio Dio, fa’ che quinci mi traggia
     «La Morte a sè, chè qui giace il mio core!»

Ma poi che non m’intese il mio Signore,
     Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,
     L’alpe passai con voce di dolore2.


Poggia il castello sopra un gran monte a forma di cono, i cui fianchi son vestiti di radi castagni, e la parte di levante, bagnata alle falde dal fiumicello Limentra, è quasi che nuda, e a filoni di pietra a grandi strati paralleli su su fino al vertice. I valloni della Limentra son ricoperti dovunque dall’arenaria argillosa che s’alterna con lo schisto [p. 174 modifica] marnoso. Vi si trova il cristallo di rocca entro le venature del macigno, e in queste adiacenze sono la silice cornea, la silice focaia ed altre pietre quarzose.

Le mura più alte del Castel di Sambuca fino da pochi anni si vedevan merlate. La sua torre pentagona di che resta appena una terza parte, in mezzo alla rôcca di cinta essa pure diruta, si elevava gigante. Altre due torri, si può dire, la traguardavano dai poggi d’intorno. A ponente la così detta torraccia; e un’altra a levante sul monte detto alla tosa, perchè senza un fil d’erba. Erano esse nel medio evo altrettanti telegrafi, che dal castello corrispondevano con altre sulle cime dei monti, o con fuochi o con fumo, fino a Pistoia. Aveva il castello su in alto due porte, l’una a ponente, detta la pistoiese; l’altra a greco, la bolognese; e questa faceva capo giù a Pavana, indi a Porretta, e via oltre fino a Bologna. Più in basso, a mezzodì del castello, siede, presso un’antica fonte detta del prato fiorito, una chiesetta sacra alla Beata Vergine del Giglio e una casa di povere donne, che, secondo la istituzione di Rosalia Ortari, bolognese, venutavi con altre, e datasi alla istruzione di queste popolazioni, fanno pubblica scuola giornaliera a oltre cento bambine, e ad alcune altre che ricevono a convitto.

Ripresa in basso la via provinciale per la stretta valle della Limentra, il viaggiatore lascia a sinistra su gli alti monti il paese di Badi, e più [p. 175 modifica] internamente quelli di Torri e di Treppio; e su quell’alto piano, i ruderi della famosa Badia a Taona, sede di Benedettini fino dal 1056; poi a tutto il secolo XIV dei Vallombrosani.

Note

  1. Nel 1870, a Firenze, pei tipi della Gazzetta d’Italia, via del Castellaccio, N. 6, fu pubblicato su questo argomento un Racconto storico di Giuseppe Tigri col titolo di Selvaggia Vergiolesi; e una nuova edizione ne fece a Lipsia l’Editore Brochkaus nel 1876.
  2. La voce Alpe è usata indistintamente per alta montagna, come per Appennino.