Fosca/Capitolo XLII

Capitolo XLII

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XLII.


Io vorrei tacere qui di quegli ultimi giorni che passai con Clara a Milano; non vorrei evocare dalle oscure profondità delle mie memorie che i soli dolori — giacché l’evocarne le gioie è compito assai più triste e difficile — il mio cuore non conosce più la via delle gioie, esso ne ha dimenticato il linguaggio! — ma come non ricordare quegli ultimi baleni di felicità che hanno rallegrato la nostra esistenza? I primi piaceri non sono meno [p. 177 modifica]dolci degli ultimi, ma non si rammentano con la stessa trepidazione. Allora se ne speravano altri, e più frequenti, e più grandi; la gioventù, la fortuna erano per noi; v’era ancora tempo a saziarsene, ma adesso!… sono le ultime gioie quelle che si rammentano per tutta la vita, quelle che il cuore ha legato a sé colla stessa superstiziosa religione con cui vi ha legato la memoria di un estinto. Non sono i piaceri che incominciano quelli che si rimpiangono, sono quelli che finiscono.

In una natura dove tutto muore, dove tutto ci sfugge, le cose più dilette sono quelle che abbiamo perduto. La fortuna ci fa parere più cari gli oggetti che ci toglie, di quelli che ci dona, ed è forse così che ci riconcilia lentamente con l’idea della distruzione e della morte; nondimeno tristi quelle cose di cui esclamiamo: sono le ultime! Ho veduto spesso sorgere il sole con gioia; ma talora mi sono sentito stringere il cuore, e ho stese le braccia verso di lui nell’ora melanconica del tramonto.