Fonte, che d'un Pegaso

Giuseppe Battista

Indice:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu Sonetti Letteratura XLIX. Le meraviglie dell'acqua Intestazione 3 agosto 2022 100% Da definire

Fra le nevi d'un seno All'armonia più flebile d'un legno
Questo testo fa parte della raccolta Giuseppe Battista
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XLIX

LE MERAVIGLIE DELL’ACQUA

Al padre Filippo da Cesena, cappuccino

     Fonte, che d’un Pegaso
vanti scultrice industre unghia pennuta,
e del sacro Parnaso
tagli l’aonie vie con onda arguta,
versa da’ fianchi infranti
a bagnarmi le labra umido rio;
i tuoi garruli pianti
concessi a me, saranno il Febo mio;
l’acqua, che un tempo encomiò Talete,
con metri ascrei di celebrare ho sete.
     La divina potenza
poiché trasse dal nulla e cielo e terra,
con la sua trasparenza
l’acqua nel dí secondo emerge ed erra;
e, benché sia distinta
da’ compagni elementi e pur sul dorso
di tenebre dipinta
e scioglie su la terra ignoto il corso,
lo spirto del Signor, che non ha moto,
gode di passeggiar su l’acqua a nuoto.

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     Poscia nel proprio loco
imprigiona se stessa e nome ha mare;
con istrepito roco
intriga le sue spume e sono amare,
e se talor da’ venti,
araldi di tempesta, ha fier conflitto,
i suoi liquidi argenti
non sanno valicar l’orlo prescritto:
tra le fauci singhiozza alto muggito,
ché lo stringe fra ceppi un secco lito.
     Oh come sembra lieto
quando increspa i suoi piani aura clemente,
e con flagel discreto
bacia di bianco umor scoglio pungente!
Su la fronte canuta
apre le placidezze e par ch’e’ rida,
i piloti saluta
con amico fragore, e quegli affida
a corredar gli abbandonati pini
e di remi voganti e d’aurei lini.
     Per non visti canali
dalle viscere erutta umide moli,
che sui monti ineguali,
come s’avesser penne alzano i voli.
Sul Caucaso nevoso
l’Indo, che all’India il nome diede, ascende,
e da quel crin selvoso
precipita se stesso e giú discende.
Ha per balze montane erta salita
contro il peso nativo il Tanai scita.
     Mille scherzi natura
opra nell’acque e le ragioni asconde.
Odio perpetuo giura
contra il vino chi bee clitorie l’onde.
L’acqua di Giove Ammone
cuoce su l’alba e nel meriggio agghiaccia;

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l’affrica regïone
chiude fonte cantor, che i sensi allaccia,
e, se l’umor d’un lago Epiro avventa,
spegne la face accesa, arde la spenta.
     Qui cade un legno breve,
e diviene, caduto, un sasso grande;
ivi fronda, ch’è lieve,
in augello si cangia e l’ali spande;
e qui dolce talora,
ed è salsa talor linfa incostante;
bianca gregge colora
ivi di nero vel Peneo spumante,
e del Galeso mio l’onda sincera
veste di bianche lanegna ch’è nera.
     A consolar la state
dispensa anima all’erba, anima al fiore,
e prolunga l’etate
al fiore, all’erba, il derivato umore.
Dov’acqua abbonda, è vivo
tronco al suol, ramo al tronco e frutto al ramo;
ma poi, se d’acqua è privo,
e frutto e ramo e tronco arso veggiamo,
e se l’acqua non porge all’uomo aita,
cade languido l’uomo e senza vita.
     Ubbidïente all’arte
talor si rende e rende l’arte illustre;
l’ore al tempo comparte,
se la chiude in duo vetri ingegno industre.
In un filo ristretta
con assiduo vïaggio ella giú cade,
e con caduca fretta
mostra caduca ancor l’umana etade;
insegna a noi ch’ogni terrena massa
è debil filo e come l’acqua passa.
     Il passaggio sicuro
al fuggitivo ebreo l’acqua concede;

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s’erge in liquido muro
e lascia intatto al peregrino il piede.
Siegue l’oste d’Egitto
e si finge ai suoi passi il passo asciutto;
ma sul denso tragitto
rapido scende, e poi l’annega il flutto.
Varïando cosí nel mar la sorte,
vita incontra l’ebreo, l’egizio morte.
     È lavacro al mio Cristo
l’acqua del bel Giordano; e qui, diviso
mentre il cielo fu visto
manda pura colomba il paradiso.
Mentre il balen veloce,
e col tuono il balen l’etra tempesta,
del padre Dio la voce
esser figlio di Dio Gesú protesta.
Nell’acqua palesò l’esser divino
il mio Gesú, quando mutolla in vino.
     Su le cime d’un monte
poich’è confitto in croce e pende esangue,
versa dal cavo fonte
del petto lacerato ed acqua e sangue;
e dall’umida vena
la vista impetra il feritor ch’è cieco;
quando teme la pena,
allor porta mercè del fallir bieco.
Ma qual vanto maggior? L’acqua cancella
la colpa a noi, ch’original s’appella.