Capitolo XI

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CAPITOLO XI.

Della virtù della liberalità appropriata all' aquila.

Liberalità, cioè larghezza, secondo Aristotile, si è di dare con misura alle persone degne, e che sono bisognose; chè quello che si dà alli non degni, si perde; e dare a’ non bisognosi è come spargere acqua in mare; e a dare più che non si può si è partirsi dalla virtù. Di larghezza discende il vizio della prodigalità; la quale, secondo che si conta nella Somma de’vizj, è a spendere quello che non si convenga, non avendo alcun modo nelle sue spese, e però è prodigo, e si è appellato matto per la Legge. Ma pure è maggiore vizio l’avarizia che la prodigalità, perciocchè più s’accosta alla virtù del mezzo, cioè alla liberalità, ch’è propriamente in dare, che non fa l’avarizia, ch’è pure in tenere: e per questa cagione quasi tutte le virtù del mondo sono confinate dinanzi e di dietro dagli suoi contrari vizj. La seconda [p. 39 modifica]ragione si è che il prodigo si è più utile ad altrui che l’avaro. La terza ragione si è, perchè il prodigo s’ammenda più leggermente del suo vizio, che non fa l’avaro della avarizia. Della prodigalità discende la povertà, secondo che disse Aristotile. Chi spende le sue ricchezze oltre a modo, tosto verrà in povertà: siccome disse Giob: L’avarizia si è tristizia del cuore, vergogna di faccia, dispregiamento delle genti e radice di tutti i mali.

E puossi appropriare la virtù della liberalità all’aquila, ch’è il più liberale uccello che sia al mondo, ch’ella non potrebbe avere mai tanta fame ch’ella non lasciasse sempre la metà di quello ch’ella prende agli uccelli che le vanno presso: e rade volte si vede volare, che certi uccegli, che non si possono pascere per sè, non le vadano dietro per avere quella vivanda che le rimane. Della liberalità Salomone dice: Se tu fai bene, sappi a chi tu lo fai; e ne’ tuoi beni saranno molte grazie. Ancora: La limosina che darai al povero pregherà Iddio per te, e libereratti d’ogni male. Ancora: Il fuoco arde, e l’acqua ammorza; così la limosina ammorza lo peccato. Ancora: Non dire allo amico tuo, va, e torna, se tu lo puoi servire. Ancora: Parti i danari per lo fratello e per lo amico quando bisogna, e non li nascondere sotterra. Alessandro dice: Dona ad altrui, se tu vuoi che sia donato a te. Ovidio dice: Vuoi tu dare? or dà tosto. Chi non sa dare, tardo è a dare. Faceto dice: Spendi largamente, quando si dee, senza alcuno mormoramento. Jesus Sirac dice: Ciascun dono che tu fai, [p. 40 modifica]fa che la faccia stia sempre allegra, e non ti dare tristizia di rie parole; chè più vale una dolce parola, che uno dono. Cato dice: Guarda a chi tu dài. Ancora dice Cato: Dimanda quello che sia giusto; chè matta cosa è a dimandare quello che per ragione si può negare. Tullio dice: Nessuna cosa è più dolce, nè migliore, nè più degna, nè di maggiore onore, che la liberalità. Seneca dice: Più è da guardare il viso di colui che dona, che il dono. Ancora dice: Nessuna cosa costa più cara che quella che si compra per prego. Persio dice: In dono non si riceve quello che per prieghi si compera. Que’ che dona dee tacere; chè ’l dono favella tacendo. Seneca dice: Più onesta cosa è a negare lo servigio, che dare lungo termine. Ancora dice: Chi domanda timorosamente, dà cagione di esserli negato lo servigio. Socrate dice: Chi non serve agli suoi amici quando egli può, abbandonato sarà da coloro quando a lui bisognerà. Terenzio dice: Può l’uomo fare nessuna cosa più vile che rimproverare lo servigio quando l’ha fatto? Il rimproverare fa perdere lo servigio. Santo Pietro dice: Più beata cosa è a dare che a tòrre. Cristo dice: Gli doni acciecano i savi; e mondano le parole de’ giusti. Il Decreto dice: Là dove ’l signore della casa è largo, lo fante non dee essere scarso, perchè per il siniscalco della magione si dee conoscere il signore. Seneca dice: Quando tu vuoi donare, tu dèi guardare primamente nello animo tuo cinque cose, cioè: chi tu se’, quello che hai, a cui tu dài, e quello che dài, e per cui amore dài; poi dona allegramente, con chiaro [p. 41 modifica]volto, e con belle parole. Molte persone peccano per povertà. Un altro disse: O morte, come tu se’ dolce cosa al povero! Cato dice: Ama sì altrui che tu sii caro amico a te stesso, e sii buono altrui, che mai danno non ti seguisca. Usa delle cose a chi tu dèi temperatamente; chè quando abbondano le spese, consumano in brieve tempo, e brigato acquistare, sappialo compartire temperatamente. Celsio dice: Chi il suo consuma, avrà carestia dello altrui. Seneca dice: Meglio è a diventare rosso nel volto, che il cuore gli dolga dando più che non può. Plato dice: Maggiore tristizia non è al mondo come convenire vivere dello altrui: impara qualche arte; chè l’arte non si parte mai dalla persona. Plato dice: La terra divora gli uomini, e il prodigo divora la terra. Della povertà conta Seneca: Colui che si contenta di quello ch’egli ha, non è povero; ma colui che desidera molto, si è povero. Isopo dice: Se la povertà viene allegramente, ricca cosa è. Socrate dice: Gli amici si conoscono nella nicistà, 1 perchè nella prosperità ogni uomo si mostra amico. Jesus Sirac dice: Ricorditi della povertade nel tempo dell’abbondanza, e nell’abbondanza ti ricordi della povertà; chè dalla mattina al vespro si muta il tempo. Plato dice: Mala cosa è la povertà; ma a fare male per lei si è peggio. Cassiodoro dice: Se la madre del peccato, cioè la povertà, si toglie via dalle persone, il modo del peccare anche si toglie via. Papa Innocenzo dice: In quanta miseria e [p. 42 modifica]pena istà il povero! che se domanda, si vergogna si confonde; e se non domanda, da povertà si consuma: ma pure a mendicare la povertà il costringe. Salomone dice: I fratelli del povero il disamano, e gli amici il fuggono, e partonsi da lui. Ancora: Se il povero sarà ingannato dal ricco, s’egli si rammarichi, ogni uomo lo riprenderà; e s’egli favellelerà, nessuno il vorrà intendere; e la sua parola, quanto ch’ella sia savia, sarà ripresa. Ancora: È meglio una fetta di pane secco a casa sua, che nell’altrui abbondare in ricchezze non sue. Ancora dice: Di due cose ti priego, Iddio, che tu non mi dia povertà, nè tante ricchezze; acciocchè per la ricchezza non venga in pigrizia e ch’io non ti conosca, e per la povertà non mi disperi. Anco dice: Se il ricco sarà ingannato, molti avrà ricoveratori; e se favellerà, ogni uomo lo intenderà, e la sua parola eziandio matta sarà tenuta savia. Ancora dice: Le ricchezze che sono in brieve tempo acquistate tosto vengono meno; e quelle che sono a poco a poco raccattate si moltiplicano e vanno innanzi. Varro dice: Il ricco non acquista le ricchezze senza fatica, e non le tiene senza paura, e non le lascia senza dolore. Tullio dice: L’amico delle persone si può appellare ricchezza, ma non l’arca piena di danari. Celso dice: Quando la nave ha più bel tempo, allora è più paura di pericolare; così è dell’uomo, quando i fatti gli vanno prosperi. Plato dice: Meglio è nella sua morte lasciare le ricchezze agli amici, che nella sua vita per povertà dimandare servigio agli amici. Ancora dice: Non dispregiare [p. 43 modifica]la cosa piccola, perch’ella può avere crescimento, siccome tutto giorno si vede. Della liberalità si legge in Alessandro, come un povero domandò al re Alessandro un danaro, ed egli gli diè una città, e il povero disse che così grande dono non si convenia a lui. Alessandro rispose: Io non guardo a quello che ti si convegna ricevere, ma a quello che a me si conviene darti. Lo re Antigono fece tutto lo contrario un’altra volta. Volendo trovare cagione di negare il servigio, disse a uno servo che gli chiedea alcuna piccola grazia, che non si convenia a sì grande signore donare sì piccola grazia. E in questo modo si levò da dosso il servo suo senza fargli alcuna grazia.

Note

  1. Sincopato di necessità.