Duemila leghe sotto l'America/VI. Un formidabile assalto

VI. Un formidabile assalto

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V. Una traccia misteriosa VII. La cateratta

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CAPITOLO VI.

Un formidabile assalto.

L’ingegnere, udendo quelle grida, si precipitò verso il meticcio mentre O’Connor, atterrito, certo che il suo compagno avesse scorto qualche fantasma o qualche folletto, correva verso il battello a chiamare Morgan.

Attraversata la piattaforma e una rupe franata, sir John scorse, presso l’entrata di una tenebrosa galleria, Burton curvo a terra, intento ad esaminare un oggetto non ancora ben distinto.

— Cos’hai trovato? gli chiese.

— Accorrete, sir John, disse Burthon. Ho trovato un coltello.

— Un coltello! È impossibile!

— Eccolo, signore.

L’ingegnere, in preda ad una viva inquietudine, esaminò attentamente quell’arma. Era uno di quei solidi coltelli spagnuoli che chiamansi navaje; la lama era di un acciaio finissimo, lucente e un po’ curva.

— Chi ha portato qui quest’arma? si chiese egli corrugando la fronte.

— Qualche uomo certamente, disse Morgan che aveva raggiunto i compagni assieme a O’Connor.

— Ma chi?... Chi?...

— Forse degli spagnoli si sono spinti quaggiù. [p. 47 modifica]

— I giornali ne avrebbero parlato, disse l’irlandese.

— Duecent’anni fa non c’erano i giornali, rispose Morgan.

— Ma questa navaja non ha due secoli, disse l’ingegnere. A quest’ora, coll’umidità che qui regna si sarebbe irrugginita.

— L’osservazione è giusta, disse Burthon. E non può quest’arma essere caduta dall’alto?

— Dall’alto! esclamò l’ingegnere.

— Può esserci un buco comunicante colla superficie della terra.

— Non è improbabile. Conserverò quest’arma.

Tornarono tutti quattro verso le rive del lago. O’Connor, che aveva terminato il fornello, mise a bollire l’anguilla mentre Burthon preparava una minestra.

Il pranzo fu divorato in pochi minuti, inaffiato da un’abbondante sorsata di vecchio wisky. Burthon si vendicò in modo tale della scarica elettrica ricevuta dall’anguilla, da non essere quasi più capace di muoversi tanta era la carne, del resto buonissima, inghiottita.

— Sono le 6 antimeridiane, disse l’ingegnere guardando il suo cronometro. Dormiremo a terra giacchè non abbiamo da temere nè gli uomini, nè le belve.

— E nemmeno l’umidità della notte, aggiunse Burthon, che non chiedeva di meglio.

Quantunque non ci fossero pericoli, gli avventurieri si misero ai fianchi le loro carabine e i loro revolvers, dopo di che, avvoltisi in grosse coperte, s’addormentarono tranquillamente. Poco dopo russavano in modo tale da destare gli echi della grande caverna.

Ott’ore erano di già scorse, quando O’Connor, [p. 48 modifica] che dormiva all’estremità della piattaforma, entro una specie di buca, fu improvvisamente destato da una dolorosa sensazione che provò al polpaccio della gamba destra.

Sorpreso e atterrito, temendo che l’autore di quel brutto scherzo fosse uno dei suoi spettri, non ardì muoversi e nemmeno aprire gli occhi. Un minuto dopo però, la dolorosa sensazione si ripeteva sull’altra gamba.

— S. Patrick aiutatemi! mormorò il povero diavolo allungando una mano verso il revolver.

Cautamente alzò la testa e girò attorno un rapido sguardo. A venti passi dalla sua destra ardeva la lampada e presso di essa, avvolti nelle loro coperte dormivano Burthon e l’ingegnere; alla sua sinistra, a una distanza eguale, russava Morgan.

— Oh! mormorò, respirando. Che abbia sognato?

Tornò a guardarsi attorno, ma la lampada era troppo lontana per vederci bene. Persuaso di aver sognato, tornò a coricarsi, ma un istante dopo sentiva due denti che gli penetravano in un dito della mano sinistra. S’alzò coi capelli irti, gli occhi stravolti, la fronte madida di sudore, in preda al più vivo terrore.

— Non sogno, no, balbettò. Qualcuno cerca di divorarmi.

Quasi nello stesso istante vide il macchinista alzarsi sulle ginocchia e cercare attorno a sè qualche cosa.

— Ehi, Morgan, disse con voce tremante. Non hai sentito nulla tu?

— Sì, un animale che mi mordeva.

— Anch’io.

— L’hai visto?

— No... ascolta!... [p. 49 modifica]

Il macchinista stette zitto tendendo gli orecchi.

Un rumore strano, che l’eco ripeteva, s’udiva all’intorno; si avrebbe detto che un esercito di cavallette s’avvicinava.

— Signor Webher! gridò O’Connor, sempre più spaventato.

L’ingegnere e il meticcio, che dormivano con un solo occhio, a quella chiamata saltarono in piedi.

— Che hai, marinaio? chiese Burthon.

— Siamo assaliti.

— E da chi? chiese l’ingegnere. Non è possibile.

— È vero, siamo assaliti, confermò Morgan. Ah!...

Un acuto strido seguì l’esclamazione del macchinista.

— Ho strangolato un topo! gridò Morgan. Era quest’animaletto che mi mordeva.

Il meticcio fe’ rintronare la vôlta d’un formidabile scroscio di risa.

— Corpo di Bacco! esclamò ridendo. Avete paura dei topi!

— C’è da allarmarsi, Burthon, se gli assalitori sono molti, disse l’ingegnere. Ne hai visto degli altri Morgan?

— Non udite questo rumore?

— Sì, sì! esclamò l’ingegnere alzandosi prontamente. In ritirata, amici!

— Io rimango, disse il testardo meticcio. Che diamine! Scappare dinanzi a un branco di topi?

— A dei milioni di topi, disse sir John. Se non ce la battiamo ci divoreranno vivi.

Raccolsero in fretta le coperte, le armi e le lampade, e s’affrettarono a sgombrare la piattaforma, ma non avevano percorso venti passi che si trovarono dinanzi all’avanguardia dei roditori.

— È una emigrazione spaventevole! esclamò l’ingegnere arrestandosi. [p. 50 modifica]

E non si ingannava. Le rocce, fin dove giungeva la luce delle lampade, scomparivano sotto un fitto strato di grossi topi dal mantello grigio-ferro. Erano centomila, forse duecentomila, forse cinquecentomila roditori resi feroci dalla fame, pronti a piombare sulla preda e ripulirle le ossa meglio d’un preparatore d’anatomia.

— Quale spettacolo! esclamò Burthon.

— In ritirata! gridò sir John.

— La via è tagliata, disse Morgan. Il battello è dietro a quei battaglioni.

— Cerchiamo di aprirci il passo.

I primi battaglioni erano vicini. L’ingegnere, Burthon, Morgan e O’Connor, impugnate le carabine per la canna cominciarono a picchiare a destra e a sinistra. Fatica inutile! Ne ammazzavano dieci e se ne vedevano dinanzi diecimila i quali s’avanzavano sempre empiendo l’aria di acute strida. E quella non era che l’avanguardia!

L’assalto diventa ben presto formidabile. I topi rovesciano le lampade e s’arrampicano su per le gambe dei cacciatori e dell’ingegnere, i quali hanno un gran da fare a liberarsene.

Burthon ne ha già tre o quattro nelle sue saccocce; Morgan ha i calzoni a brandelli; l’ingegnere e O’Connor non ne possono più.

Bisognava assolutamente ritirarsi.

— Battiamocela! gridò Burthon.

— In ritirata! comandò l’ingegnere.

Raccolsero le lampade e se la diedero a tutte gambe, mentre i feroci roditori spolpavano i cadaveri dei compagni.

Duecento passi più innanzi c’era una roccia alta due o tre metri e le cui pareti erano tagliate a picco. L’ingegnere e i tre cacciatori in un batter d’occhio vi si arrampicarono mettendosi al sicuro.