Del principe e delle lettere (Alfieri, 1927)/Libro terzo/Capitolo XI

Capitolo XI

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Capitolo Undecimo

Esortazione a liberar l’Italia dai barbari1.

Ma tra quante schiave contrade nella Europa rimiro, nessuna al nuovo aspetto delle lettere potrebbe piú facilmente (a [p. 239 modifica] parer mio) assumere un nuovo aspetto politico, che la nostra Italia, Non so se l’esservi io nato di ciò mi lusinga; ma, ragionando coi fatti, codesta penisoletta è pur quella che da prima conquistava con l’armi quasi tutto il rimanente del mondo allora conosciuto e che, conquistando, libera nondimeno ad un tempo rimanea; esempio unico nelle storie. Ed era pure la stessa Italia quella che, piú secoli dopo, tutto il rimanente di Europa illuminava colle lettere e scienze, ricovrate, a dire il vero, di Grecia, ma ben altrimenti oltre ai monti trasmesse, da quelle che d’oltremare ricevute si fossero. Ed è pur dessa che il rimanente d’Europa ringentiliva dappoi con tutte le divine belle arti, piú assai riprocreate da lei che imitate. Ed è pur quella in fine che stanca, vecchia, battuta, avvilita e di tutte l’altre superioritá dispogliata, tante altre nazioni ancor governava e atterriva per tanti anni, colla sola astuzia ed ingegno tributarie rendendole. Questi quattro modi con cui la Italia signoreggiava tutte l’altre regioni, abbracciano tutte le umane facoltá e virtú; e fanno indubitabile vivissima prova che fra i suoi abitatori vi è stata in ogni tempo una assai maggior copia di quei bollenti animi che, spinti da impulso naturale, la gloria cercavano nelle altissime imprese; e che diversa, secondo i diversi tempi, ma sempre pur somma riuscivano a procacciarsela. Che piú? la moderna Italia, nell’apice della sua viltá e nullitá, mi manifesta e dimostra ancora (e il deggio pur dire?) agli enormi e sublimi delitti che tutto dí vi si van commettendo, ch’ella, anche adesso, piú che ogni altra contrada d’Europa, abbonda di caldi e ferocissimi spiriti, a cui nulla manca per fare alte cose che il campo ed i mezzi. Ma, il primo dei mezzi ad ogni alto ben fare essendo la veritá e la ragione appien conosciute e fortemente sentite, agli italiani scrittori si aspetta per ora di procacciare ai loro conservi per via di un tal mezzo tutti gli altri: alla giusta e nobile ira dei drittamente rinferociti e illuminati popoli si aspetta poscia il procacciarsi e campo e vittoria.

L’Italia è dunque stata sotto tutti gli aspetti ciò che non sono finora mai state l’altre regioni del globo. E ciò attesta che gli uomini suoi, considerati come semplici piante, di piú [p. 240 modifica] robusta tempra vi nasceano: e le piante, nello stesso terreno, rinascono pur sempre le stesse, ancorché per alcun tempo le disnaturi a forza il malvagio cultore. Parmi in oltre che l’Italia dal presente suo stato politico possa, piú che niun’altra regione di Europa, ricever favore. Divisa in molti principati, e debolissimi tutti, avendone uno nel suo bel centro, che sta per finire, e che occupa la miglior parte di essa, non potrá certamente andare a lungo, senza riunirsi almeno sotto due soli principi, che, o per matrimoni dappoi, o per conquista, si ridurranno in uno. Quell’uno poscia, come potentissimo, oltre ogni limite abusando anche in casa del suo eccessivo potere, dagli italiani (che allora riuniti tutti ed illuminati avranno imparato a far corpo ed a credersi un solo popolo) dagli italiani riuniti verrá poi allora quell’uno e la sua fatale unitá, abolito, e per molte generazioni abborrito e proscritto. L’Italia in oltre ha sempre racchiuse in se stessa (piú per non scordarsene affatto il nome, che per goderne i vantaggi) alcune repubbliche, le quali benché affatto lontane da ogni vera libertá, avranno però sempre insegnato agli italiani, che esistere pur si può senza re; cosa, di cui la cólta ma troppo guasta Francia non ardirá forse mai persuadersi2. L’Italia non è spogliata affatto, né lo è stata mai, di un certo amore del grande e del bello, che ad altro manifestar non potendosi, traluce pure nei suoi moderni sontuosi edifizi cosí privati che pubblici. Serbano gl’italiani una certa fierezza di carattere, ancorché mista di servile viltá; e misto al timore della oppressione serbano un certo generoso implacabile sdegno contro all’oppressore; onde essi incensano sì, e si prosternano all’assoluto potere, ma lo esecutore di esso ne sfuggono sempre, ed in cuor l’abborriscono. Gl’italiani in ciò sono affatto diversi dai francesi. Questi, come nazion militare, con una minore apparente viltá corteggiano il re, ma con assai maggiore avvilimento il principato vezzeggiano ed il principe adorano. Tutti questi sovrammentovati piccioli sintomi di addormentato ma non estinto grand’animo credere mi fanno e [p. 241 modifica] sperare, e ardentissimamente bramare, che gl’italiani siano per essere i primi a dare in Europa questo nuovo, dignitoso e veramente importante aspetto alle lettere; ed i primi (come è ben giusto) a ricevere poscia da esse un nuovo e grandioso aspetto di politica durevole societá.

E il credere o il dire che quanto giá è stato fatto dagli uomini, non si possa piú da altri uomini rifare, e massimamente in quello stesso terreno, è questo un assurdo e debole assioma; è questa la solita e ottusa arme dei timidi e vili ingegni, che impossibile affermano tutto ciò ch’essi non possono, e la loro inferma vista non estendono piú lá che a una o due sole generazioni di uomini. Ma cosí certamente non vede colui che sente e riflette davvero. Questi, se egli romano nasce nei divini tempi dei Deci e dei Regoli, giá piange in se stesso nel vedere i lontani corrotti nepoti di quelli che, per la successione naturale delle cose, peggiori nascendo, fra pochi secoli la repubblica in perdizion manderanno. Ma se egli al contrario nella presente Roma si trova esser nato, si allegra ed innalza in se stesso, nel rimirare col tempo i Deci risorti ed i Regoli; stante che tutto ciò che ha potuto essere può ritornare e sará; e al colmo della sua nullitá essendo giunta quasi oramai la moderna Italia, non potrá fra breve se non retrocedere.

Io dunque finirò questo capitolo con un assioma affatto diverso da quello dei piú ed è: — che la virtú è quella tal cosa, piú ch’altra, cui il molto laudarla, lo insegnarla, amarla, sperarla e volerla, la fanno pur essere; e che null’altro la rende impossibile, quanto l’obbrobriosamente reputarla impossibile.


Note

  1. Cosí intitolò il divino Machiavelli il suo ultimo capitolo del Principe; e non per altro si è qui ripetuto, se non per mostrare che in diversi modi si può ottenere lo stesso effetto.
  2. Questo libro era scritto nel 1784.