Degli edifizii/Libro terzo/Capo VI

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CAPO VI.

Costumi, situazione e conversione alla fede di Cristo degli Tzani. Edifizii costrutti presso questo popolo.


Tali sono le cose da Giustiniano Augusto fatte in Armenia. Ora secondo il nostro proposito diremo ciò che fece presso gli Tzani, che sono abitatori di Armenia. Anticamente gli Tzani liberi, nè soggetti ad alcun principe, viveano a modo di fiere. Tenevano per conto di Dei e veneravano boschi, uccelli ed altri animali; e menando loro vita continuamente sopra altissimi monti coperti di selve, sostenevansi non con agricoltura, ma con rapine e ladronecci. Sono di agricoltura infatti ignorantissimi; e il loro paese, ove manca di monti, pieno è di colline incapaci di accogliere seminagioni di biade, se alcuno pur volesse occuparsene, non avendo terreno a ciò atto, ma sassoso tutto, ed affatto sterile. Ivi adunque il suolo non può sostenere aratro; ed anzi non vi si vede nemmeno prateria veruna; e gli stessi alberi [p. 403 modifica]che vi nascono, sono sterili di frutto, e miseri per ogni verso, perciocchè l’anno ivi non ha vicenda di stagioni; nè la terra soggetta a fredda umidità viene poscia ricreata dal calor del sole: ma un eterno inverno vi regna, e nevi perpetue la coprono. Queste cose fecero, che gli Tzani fossero per tanto tempo esenti dal giogo dell’impero. Finalmente sotto Giustiniano imperadore vinti in battaglia dai Romani condotti da Tzita, maestro della milizia, vedendosi fuori di stato di resistere più a lungo, si diedero ben presto a divozione di lui, preferendo alla libertà una servitù tranquilla, giacchè volendosi conservar liberi troppo aveano di che vivere in timore. Congiuntamente nissuno di essi esitò a volgere l’animo alla pietà, e a darsi, abbracciata la fede cristiana, a più mite tenore di vivere. Lasciato quindi il tristo mestiere del latrocinio, si sono arrolati nella milizia de’ Romani, e si sieguono costantemente in tutte le spedizioni. Però prudentemente temendo Giustiniano che una volta o l’altra cambiando pensiero costoro possano ritornare alla pristina ferocità, pensò alle seguenti misure.

Era il loro paese aspro e tutto pieno di rupi. Perciò impraticabile pei cavalli, e non solo da precipizii e burroni in ogni parte impedito, ma eziandio, come dissi, da foltissimi boschi; e per questo tolti fuori dal commercio co’ vicini, e separati da tutti, viveano salvatici, senza principii d’umanità. Ora fatti tagliare tutti gli alberi, che impedivano il cammino, e pareggiato il suolo rompendo le disuguaglianze, vi aprì strade facili, e comode al viaggiare sì a cavallo, che in vettura: con che [p. 404 modifica]venne a mettere gli Tzani in comunione cogli altri popoli, e gli altri popoli cogli Tzani: poi nel luogo che chiamano Schamalinicone, edificata una chiesa, procurò che vi praticassero le loro divozioni, partecipassero dei sacri misterii, colle orazioni si rendessero Dio propizio, e gli altri riti della religione eseguissero: così intendendo di essere dotati della natura umana. Piantati poi dappertutto castelli, e postivi buoni presidii di soldati romani, diede loro modo di liberamente trattare colle altre nazioni. Quali parti poi della Tzana fortificasse con castelli, or ora dirò.

V’ha qui una contrada terminante in un trivio, poichè a quel punto congiungonsi i confini dei Romani, dei Persarmeni, e degli stessi Tzani. Ivi Giustiniano eresse Orono, castello nuovo e fortissimo; e lo costituì capo della pace, perchè quello fu il luogo, da cui i Romani si aprirono l’adito nel paese; ed ivi appunto collocò il presidio principale, e il così detto duca. Alla distanza del cammino di due giornate da Orono, sul confine degli Tzani Oceniti, giacchè quella nazione si divide in varie tribù, era Cartone, vecchia fortificazione, e da molto tempo rovinosa, perchè trascurata; e Giustiniano Augusto la rifece, e in essa trasportò molti abitanti, i quali contenessero in quiete ed ubbidienza la provincia. Indi alla parte d’oriente si giunge ad una valle circondata da precipizii, la quale si stende al settentrione, ed ivi piantò un nuovo castello, detto Barcone. Dopo si trovano alle falde del monte le stalle, in cui gli Tzani Oceniti raccolgono le loro bestie bovine che allevano, non per servirsene nell’arare, essendo costoro [p. 405 modifica]sommamente inerti, ed alieni dai lavori di agricoltura; ma unicamente perchè mai loro non manchi, e per avere carne al loro bisogno. Al di là delle falde del monte, ove giace in pianura un luogo detto Cena, verso ponente trovasi il castello Sisilisso, che fondato anticamente il tempo avea guasto; e Giustiniano lo rifece, e come gli altri lo guernì di presidio romano. Quindi a sinistra dalla parte di tramontana v’è un luogo dagli abitanti chiamato la Fossa di Longino, così detto perchè Longino, capitano de’ Romani, di nazione isauro, volendo far guerra agli Tzani ivi erasi trincierato. In quel sito adunque il nostro Imperadore edificò il castello Borgo, una giornata lontano da Sisilisso, anch’esso, come dissi, fortificato. Viene poi il confine degli Tzani Cossilini, ove pose due castelli Schimalinico e Tzanzaco, ivi mettendo un altro duca.