Così parlò Zarathustra/Parte quarta/Il colloquio coi re

Il colloquio coi re

../Il grido di «soccorso» ../La sanguisuga IncludiIntestazione 1 dicembre 2014 100% Da definire

Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra (1885)
Traduzione dal tedesco di Renato Giani (1915)
Il colloquio coi re
Parte quarta - Il grido di «soccorso» Parte quarta - La sanguisuga
[p. 234 modifica]

Il colloquio coi re.


1.

Zarathustra errava appena da un’ora fra i suoi monti e le sue foreste quando uno strano corteo gli si offerse alla vista. Proprio su la via per cui scendeva si avanzavano due re coronati e cinti di porpora, variopinti come aironi: essi spingevano innanzi a loro un asino carico. «Che cercano questi re nel mio regno?», disse Zarathustra meravigliato in cuor suo, nascondendosi rapidamente dietro un cespuglio. Ma quando i due re gli furono giunti da presso, egli disse a mezza voce, come uno che parla tra sè e sè: «Strano! Strano! Come s’accorda ciò? Vedo due re e un asino solo!».

Allora i due re sostarono guardando sorridenti verso il luogo donde giungeva la voce. Poi si guardarono in faccia. «Tali cose si pensano anche da noi», disse il re che stava alla destra, «ma non si dicono».

Ma il re ch’era alla sinistra fece spallucce e rispose: «Sarà qualche pastore di capre o qualche eremita che ha vissuto troppo a lungo in mezzo alle roccie ed agli alberi, giacchè la solitudine guasta essa pure i buoni costumi».

«I buoni costumi?», replicò con dispetto e amaramente l’altro re: «a chi cerchiamo noi di sfuggire? non forse ai «buoni costumi?», alla nostra «buona società?».

« Preferirei vivere cogli eremiti e coi pastori di capre, anzichè con la nostra plebaglia dorata e fucata, per quanto possa esser chiamata la «buona società» — o la «nobiltà». Poi che in questa tutto è falso e putrido: anzitutto il sangue, grazie alle antiche malattie maligne e ai medici anche peggiori delle malattie.

Quel che più ho caro oggi è un ingenuo contadino, rozzo, scaltro, ostinato e l’esistente: questa è oggi la specie più nobile.

Il contadino è oggi il migliore degli uomini; e il costume del contadino dovrebbe prevalere a ogni altro! Ma ora è il regno della plebe, — non mi lascio ingannare intorno a ciò. E la plebe significa orribile mescolanza. [p. 235 modifica]

Mescolanza di plebe: tutto vi è commisto, il santo e il furfante, il cavaliere e l’ebreo, e tutti gli animali dell’arca di Noè.

Buoni costumi! Ma tutto fra. noi è falso e marcio: nessuno sa più che significhi venerare: e appunto da ciò noi fuggiamo. Sono cani importuni. Nè altro sanno che indorar le foglie delle palme.

E la nausea m’assale quando penso che anche noi diventammo falsi, mascherati con la pompa invietita e sbiadita dei nostri avi, fatti simili a medaglie da mostra per i più stolti e i più astuti e per tutti coloro che oggi fanno commercio della potenza!

Noi non siamo i primi, eppure dobbiamo apparire i primi. Stanchi e fastiditi al fine di questa frode fuggimmo lontano dalla canaglia, da tutti questi strilloni, da queste mosche livide per lo scrivere, lontano dal lezzo dei mercanti, dagli spasimi dell’ambizione, del cattivo alito: — puhà! vivere tra la plebaglia!

— Puhà! rappresentare i primi della plebaglia. Ah! schifo, schifo, schifo! Chi ancora s’impaccia di noi re?».

«La tua vecchia malattia ti riassale», disse l’altro al re, «la nausea ti coglie, o mio povero fratello. Ma tu sai pure che qualcuno ci sta ad ascoltare».

D’un subito Zarathustra, che aveva spalancati gli occhi e tesi gli orecchi, al sentir tali discorsi si alzò, uscì dal suo nascondiglio, si avanzò verso i re, e così prese a dire:

«Colui che vi ascoltava (e vi ascoltava volentieri) o re, si chiama Zarathustra.

Io sono Zarathustra, quegli che un giorno disse: «Che importa ormai dei re?». Perdonatemi, io mi rallegrai nell’udirvi sentenziare: «chi ancora s’impaccia di noi re?».

Ma qui è il mio regno e il mio dominio: che cosa vi potreste cercare? Forse voi trovaste lungo la via quello che io cerco: cioè l’uomo superiore».

Poi che ebbero inteso ciò, i re si picchiarono il petto, esclamando ad una voce: «Noi siamo riconosciuti!

Con la spada di questa parola tu squarciasti le più fitte tenebre del nostro cuore. Tu scopristi la nostra miseria, giacchè, vedi, noi siamo a punto in cammino alla ricerca dell’uomo superiore. [p. 236 modifica]

— Dell’uomo superiore a noi, sebbene siamo noi re. A lui noi conduciamo quest’asino. Giacchè l’uomo supremo sulla terra deve essere anche il supremo signore.

Nessuna infelicità nei destini umani è maggiore di quella che si abbatte su gli uomini quando i potenti della terra non sono più i primi degli uomini. Allora tutto diventa falso e mostruoso.

E se poi sono gli ultimi, e più tosto bruti che uomini, la plebe acquista pregio e finalmente la virtù plebea giunge ad esclamare: «Ecco io sola sono la virtù!».

«Che ascolto!», rispose Zarathustra; «quanta saggezza in chi è re! Io sono sorpreso; e, invero, già mi sento tentato a far versi su questo argomento! — Quand’anche fossero rime poco gradite per certi orecchi. Ho da lungo tempo disappreso ogni riserbo per le orecchie lunghe. Ebbene! Orsù!».

(Ma qui accadde che anche l’asino trovò il modo di dir la sua — ed egli disse, scolpitamente, ma con evidente malizia, I-A).


Nel primo anno — cred’io — di grazia, un dì,
La Sibilla ebbra, e non di vin, così
Parlò: «Le cose volgon molto male,
Mai cadde il mondo in basso in guisa tale!».
Iddio si fece ebreo, imbestiò
Cesare, e Roma putta diventò.


2.

I re si compicquero molto di queste rime di Zarathustra; poi quello che stava a destra disse: O Zarathustra, fu ottimo pensiero questo di metterci in cammino per vederti.

Giacchè i tuoi nemici ci mostrarono la tua imagine dentro al loro specchio: e in quello tu apparivi con la maschera del demonio e atteggiato a un ghigno di scherno, per modo che noi provammo paura di te.

Ma a che giovò questo! Sempre i tuoi insegnamenti ci pungevano l’orecchio ed il cuore. Infine dicemmo: e che deve importare a noi del suo aspetto? [p. 237 modifica]

Noi dobbiamo udirlo, lui che insegna «voi non dovete amare la pace che quale un mezzo a nuove guerre, e preferire una pace breve ad una lunga!».

Nessuno ha mai pronunciato parole così arditamente guerresche.

Che cosa è buono? Esser valorosi è cosa buona. La buona guerra santifica ogni causa.

O Zarathustra, il sangue dei nostri padri si rimescolò, a queste tue parole: era come un sermone della primavera rivolto a vecchie botti di vino.

Quando le spade s’intrecciavano simili a serpi screziate di rosso, i nostri padri amavano la vita; il sole della pace sembrava loro torpido e scialbo, e la lunga tregua li faceva vergognosi.

Quanto sospiravano i nostri padri, allorchè dalle pareti vedevano scintillare le spade lucenti, ma asciutte! Come esse, anelavano la guerra. Poi che la spada ha sete di sangue e sfavilla di desiderio.

— Mentre i re, così infervorati, discorrevano della felicità dei loro padri, Zarathustra provò vivo desiderio di beffarsi del loro ardore, giacchè quei re amavano oltre modo la pace, come appariva dai loro volti logori e scarni. Pure si trattenne: «Ebbene!», esclamò, «lassù conduce il cammino, lassù è la caverna di Zarathustra: questa giornata deve finire in una lunga veglia. Ma ora sento un grido che invoca soccorso e mi chiama lontano da voi.

Sarà un onore per la mia caverna l’ospitarvi; ma pur troppo voi dovrete attendere a lungo!

Ebbene! che importa? In qual altro luogo oggidì si apprende l’arte d’attendere meglio che alla corte dei re? E tutta la virtù ch’è ancor rimasta oggi ai re, non si compendia forse nel «saper aspettare?».

Così parlò Zarathustra.