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Copernico

Cesare Cantù

1871 C Indice:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu Biografie/Archivio storico italiano 1871 Copernico Intestazione 21 novembre 2017 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della rivista Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871)

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COPERNICO.



Il 19 febbraio gli Scandinavi celebrano il centenario di Copernico: nome così divulgato, eppure così poco se ne sa. Di che nazione fu? di che fede? chi ne favorì la dottrina o la contrariò?

Si risponde comunemente che fu polacco; di religione protestante; favorito da’ suoi religionari, mentre lo avversarono i cattolici.

Eppure nel Walhala, dove raccolse tutte le glorie tedesche, re Lodovico di Baviera collocò fra queste il Copernico. Di fatto il vescovado di Ermland, a cui apparteneva, stava allora sotto il dominio della Polonia: ma egli, non men che sua madre, scriveva lettere in tedesco, e da un’iscrizione greca s’un libro appare che il suo nome pronunziavasi Köppernik alla tedesca.

Fatto è che pochissimo si sa di questo grand’uomo. Gassendi ne pubblicò in latino la vita, un secolo dopo morto, non valendosi che di quel che trovava a stampa: altre ne scrissero Gottsched, Sniadecki, Westphal, Czynski; ma copiandosi uno dall’altro.

Dantisco, vescovo di Ermland, ch’era stato ambasciatore di Sigismondo re di Polonia alla corte di Carlo V, viaggiò mezzo il mondo, visitò l’Asia e l’Africa; fu gran cultore e protettore delle lettore, e stette in corrispondenza coi più [p. 135 modifica]dotti del suo tempo. Questo carteggio in 49 volumi in folio sta negli archivi vescovili di Frauenburg; una parte che ne era stata portata via da Gustavo Adolfo re di Svezia nella guerra de’ trent’anni, fu nel 1833 dal governo prussiano ricuperata: altre si scopersero dappoi nella biblioteca dell’università di Upsala; e il governo prussiano, colla generosità letteraria che gli è propria, le mise a disposizione del dott. Hifler, il quale ne trasse una vita di Copernico, che corregge e supplisce le precedenti.

Resta ivi accertato che Niccola Copernico nacque il 19 febbra 1473 a Thorn, da Niklas Copernik, negoziante d’estese relazioni, e da Barbara figlia di Luca Watzelrode e sorella d’altro Luca vescovo di Ermland. Probabilmente studiò in paese, e nel 1491 trovasi ascritto all’università di Cracovia, dove allora dettava il famoso matematico Alberto Blar (Brudjewski). A tale scuola Copernico professossi poi debitore di quanto seppe nella matematica, e commentò le opere di Peurbach e di Regiomontano.

Finiti i quattro anni, avendone 22 tornò in Prussia, e dallo zio vescovo, suo particolar protettore, ebbe un canonicato a Frauenburg (1495). Prima di conseguir la nomina era prescritto si studiasse per tre anni in una università la teologia, la giurisprudenza o la medicina. Pertanto Copernico venne a Bologna (1497), e applicossi al diritto; della quale scienza seppe valersi più tardi per difendere i privilegi del vescovado principesco di Ermland contro le pretensioni dei Cavalieri Teutonici, allora potentissimi.

Mentre però studiava diritto, perfezionavasi nelle matematiche e nell’astronomia, e principalmente col frequentare Domenico Maria ferrarese domenicano, che probabilmente fu il primo che gli istillasse dubbj sul sistema tolomaico.

Aveva qui menato seco il fratello Andrea, e il mantener questo e sé lo pose in quelle strettezze che gli studenti conoscono, finché non lo soccorse lo zio, vescovo di Warmia.

Nel 1500 a Roma, dov’ebbe famigliarità col celebre Regiomontano, leggeva matematiche a numeroso uditorio1. Egli [p. 136 modifica]ci rivela quanto grave noja gli desse il vedere come il meccanismo mondiale, dal sommo Fattore disposto per nostro bene, ancor non fosse soddisfacentemente spiegato. Per meglio intendere gli autori che ne ragionano, Apollonio Pergeo che faceva il sole centro degli altri pianeti, ma circuente la terra; Niceta di Siracusa, Eraclide ed altri che davano alla terra una rotazione sopra sé stessa: Filolao che inoltre la faceva rotare attorno al sole, al par dei Pitagorici; si applicò al greco, e poiché solo in Italia lo si poteva imparare, domandò di tornarvi, promettendo di studiare anche medicina, affine di assistere i membri del capitolo di Ermland. Si sa che la pratica della medicina perchè sezionava e cauterizzava, diveniva un impedimento agli ordini sacri: onde Copernico non ricevette al più che i minori.

Venne dunque a Padova (1501), molto praticando Niccola Passare e Niccola Vernia, aristotelici di grido: e laureato in medicina, tornò a Frauenburg (1505). Servì qual medico privato suo zio, e lo secondò ne’ generosi divisamente fra’ quali era lo stabilir una scuola superiore a Elbing; progetto fallito pei pregiudizi degli abitanti, avversi ai forestieri.

Pure seguitò da canonico e da medico; e un ricettario e un regimen sanitafis che ce ne rimane attestano che conosceva ben poco, sebbene godesse molta popolarità. Intanto in silenzio maturava il gran concetto del sistema mondiale; e alle osservazioni astronomiche ebbe miglior campo allorché, morto lo zio, tornò a Frauenburg: fu anche messo in terna pel vescovado di Ermland, ma gli venne preferito quel Dantisco, alle cui schede dobbiamo tali notizie. Questo, caduto in malattia, fu guarito da Copernico, come altri; fra cui Tiedmann Giesse, designato vescovo di Kulm, il quale compose l’Antilogicon in confutazione di Lutero. Fu egli per 30 anni strettamente legato a Copernico, al quale persuase di dedicare a Paolo III papa l’opera sua «de Orbium coelestium revolutionibus», Giorgio Gioachim Rheticus, che per due anni aveva cooperato con Lutero e Melantone, nel 1539, venne a porsi sotto la direzione di Copernico, e l’impressione fattagli da questo descrisse in un’opera che non ci resta. Bensì [p. 137 modifica]nella Ad Io. Schonerum de libris revolutionum Copernici per quemdam juvenem mathematicae studiosum narratio prima (Danzica, 1540), parla assai di Copernico, e quando questi si risolse alfine a pubblicar l’opera, che da tanti anni correggeva e aumentava, e che già gli ignoranti beffavano fin sul teatro, e i sapienti domandavano a gran voce, Retico soprantese alla stampa di essa in Norimberga.

Ma Copernico non la vide pubblicata, e sul letto di morte, che lo colse il 24 maggio 1545 (non 1543 come dicesi ordinariamente), gliene fu posto in mano il primo esemplare.

S’è scritto anche recentemente che solo la morte lo sottrasse alla persecuzione de’ preti. Ebbene nel Codex Graecus CLI della biblioteca di Monaco, che è l’opera del Senso e del Sensibile di Alessandro Afrodiseo, Gian Alberto Widmànstadt annotò che, trovandosi a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d’altri personaggi, aveva esposto il sistema pitagorico, e dal papa ebbe in dono esso libro. Questo sistema era pure stato preconizzato da Nicola da Cusa, che fu fatto cardinale.

Copernico dunque non annunziava una novità quando asseriva il girare dei pianeti e della terra intorno al sole; coordinava bensì quella dottrina, antichissima nella scuola italiana, e la riduceva a quella scientifica semplicità che è indizio del vero, trovandovi la spiegazione di tutti i fenomeni celesti, anche quelli che più parevano complicati, come il fermarsi e retrocedere di alcuni pianeti e la precessione degli equinozi: e il modo di misurare le distanze dei pianeti dal sole, mediante una gigantesca triangolazione, che ha per base l’asse dell’orbita terrestre. Nella dedica a Paolo III egli tratta d’assurda la credenza nell’immobilità della terra: e «se mai alcuni ciarlieri, digiuni di cognizioni matematiche, pretendessero calunniare il mio libro per qualche passo della Bibbia, stiracchiato al loro proposito, sprezzerò quei vani attacchi: di soggetti matematici si scrive per matematici»; e chiede che il capo della Chiesa lo difenda dai falsi giudizi de’ calunniatori.

Tommaso Cornelio, che nel secolo XVII stampò Problemi fisici dice: Fama est Hieronymum Tallaviam calabrum plurima secum anima agitasse, et nonnulla etiam de hoc [p. 138 modifica]systemate per scrìpsisse, et illius tandem fato praerepti adversaria in manus Copernici pervenisse. Ma nulla, appoggia questa tradizione, che è una delle solite intorno a tutte le invenzioni.

La dottrina però quod coelum stat, terra autem moveatur fu sostenuta da Celio Calcagnini, l’anno appunto che Copernico moriva. Poco dopo Diego dà Stunica, illustre agostiniano, la confermava commentando quel passo di Giob Qui commovet terram de loco suo.

Non aveano dunque i cattolici veruna antipatia alla dottrina pitagorica. Bensì nei Discorsi da tavola di Lutero si legge: «La gente presta orecchio ad un astrologo, saltato fuori a dimostrare che la terra giri, e non i cieli o il firmamento, il sole e la luna. Ma così vanno ora le cose. Chiunque abbia vaghezza di passare per uomo di fino intendimento, deve ideare un qualche novello sistema, che di tutti gli altri sia migliore. Questo pazzo vuol sovvertire l’intera scienza astronomica. Ma la scrittura sacra ci dice che Giosuè comandò al sole, e non alla terra di fermarsi!»

Melantone, nell’opera intitolata De Initiis doctrinae phisicae, scrive: «Gli occhi attestano che il cielo giri nel periodo di ventiquattro ore: eppure v’ha taluni che, sia per amor di novità, sia per mostra di loro ingenuità, sono venuti a conchiudere che la terra è quella che si muove, e sostengono che nè l’ottava sfera nè il sole girino. Or comunque questi visionari arditi trovino di molte cose ingegnose onde ricreare la loro mente, è sempre una mancanza di riguardo e d’onestà l’asserire tali assurde ipotesi pubblicamente, e l’esempio è pernicioso. Ogni buon fedele è obbligato accettare la verità come è rivelata da Dio, ed acquetarvisi».

Di fatto la dottrina di Copernico era delle più decisive, perocchè sovvertiva la credenza quasi universale, appoggiata dal testimonio dei sensi e dalla boria naturale che la terra nostra e il centro e il punto capitale dell’universo, e isuoi abitanti le creature predilette, anzi lo scopo della creazione, i padroni di essa. Ogni volta che un nuovo orizzonte scientifico o filosofico si apre, gli intelletti anche più elevati restano colpiti di sgomento, e lo vedemmo alla scoperta dell’America, alle applicazioni del vapore e dell’elettricità. Qual meraviglia se trovò contradittori il sistema di Copernico, che pareva [p. 139 modifica]sovvertire l’ordine non solo del mondo fisico ma del mondo morale, minacciava la fede e i costumi come cangiava la posizione reciproca de’ corpi celesti, e parve empietà e scandalo il sottometter l’uomo e la sua abitazione alle leggi stesse che regolano gli altri fenomeni della natura2.

Quando poi si dilatò la Riforma, e all’interpretazione canonica si volle sostituire il sentimento di ciascuno nell’intendere i libri santi, si prese sgomento del veder data ad alcuni versetti una significazione diversa da quella che erasi tenuta fin allora, e s’arrivò fino alla condanna di Galileo. Mi guarderò io bene dal discolparla, Erano teologi che si arrogavano autorità in materia non di loro spettanza: erano prelati la cui elevazione rende più grave lo sbaglio quando, senza volerlo, sacrificavano i diritti della scienza alle passioni d’una setta, che più non potrà reggersi a petto della scienza sperimentale.

È però indegno di persone serie il ripetere le baje del Libri, dell’Arduino e di altri confutate dal Biot, dell’Albèri, dal Marini, dal senso comune. Io ne ho tentato una confutazione per via diversa, non più col processo, datoci improvvidamente mutilato da monsignor Marini, ma colle lettere ove giorno per giorno l’ambasciatore Niccolini ne mandava ragguaglio al granduca.

È eccesso di devozione il voler difendere la Congregazione dell’Indice d’aver trasceso le sue competenze proferendo sul sistema pitagorico; è eccesso di critica il voler indurne la fallibilità della Santa Sede. Nessun teologo ha preteso siano infallibili le congregazioni. Quanti libri furono cancellati dall’Indice dov’erano stati iscritti! E volete una prova palpitante? Si domandò alla Sacra Penitenzieria se fosse lecito, nel regno d’Italia, contribuire all’elezione dei deputati politici, e accettarne l’incarico, e se vescovi e parroci possano eccitar i fedeli a dare il voto. Quella sacra Congregazione rispose di sì, senza fare eccezione neppur pei paesi tolti alla Santa Sede, sol chiedendo che l’eletto nel giuramento riservi le leggi di Dio e della Chiesa. Così esplicita decisione non tolse che persone devotissime alla Santa Sede e benemerite [p. 140 modifica]della causa della libertà nell’ordine, proclamassero la formola nè eletti nè elettori, e con parole gravissime distogliessero i fedeli dall’urna. Ciò mostra ch’essi non credevano infallibile la Congregazione che avea deciso differentemente. Perchè dunque si avrà scrupolo a confessare che errò la Santa Inquisizione nel condannare Galileo e il sistema copernicano? e che insania è l’opporlo ancora all’infallibilità del papa? La Santa Sede non proferì in proposito: fece esaminare da una Congregazione, la quale proferì secondo le dottrine, gli argomenti, le passioni d’allora. Quelle condanne, non furono mai pubblicate sotto il nome de’ pontefici, per quanto essi fossero illusi dagli Aristotelici, avversi a Galileo ed a Copernico: bensì coll’approvazione papale comparvero le decisioni del 1757 e del 1820, le quali permettevano i libri che sostenessero l’immobilità del sole. Erasi creduto vero ciò che è dimostrato falso: non resta che a ricredersi.

Ma anche prima che fosse revocata la condanna, nessuno si tenne obbligato in coscienza a riguardar come ereticali proposizioni non condannate dalla Chiesa nè dal papa ex cathedra. Galileo continuò a credere che il sistema di Copernico trionferebbe; e nella dura situazione fattagli dalla condanna e dall’abjura, non cessò d’essere buon cattolico. Cartesio, il 1.° gennaio 1634, scriveva al P. Marsenne: «Non vedendo ancora che questa censura sia stata autorizzata dal papa nè dal Concilio, ma solo da una Congregazione di cardinali inquisitori, non perdo la speranza che non accada di essa come di quella degli antipodi, che altre volte era stata quasi al modo stesso condannata». Più esplicitamente il Caramnes belga teologo illustre, e vescovo di Vigevano, nella Teologia fondamentale, dopo riprovato come ereticale il sistema di Copernico, si domanda: «Ma se la dimostrazione impossibile si trovasse, potrebbe opporvisi il decreto del Santo Offizio ?» A quest’obiezione risponde: «Bisogna arrendersi all’evidenza. Nel fatto speciale non è la Chiesa romana che errò: non il Concilio, non il pontefice ex cathedra hanno presentato questa proposizione come articolo di fede, così da dichiarare ereticale l’adesione intorno all’opinione contraria: 3 [p. 141 modifica]beasi il tribunale de’ cardinali, d’autorità insigne, definì che non v’è alcun motivo umano per non credere che il movimento della terra sia in contradizione colla Santa Scrittura. Bisogna dunque tenere per eretico chi s’ostina a mettersi in opposizione col papa, che pronunzio per l’organo de’ cardinali. Ma se, per un impossibile, si recasse domani una nuova dimostrazione, allora vi sarebbe umanamente motivo per gli eminentissimi cardinali di ricorrere a un senso apparente o metaforico nello spiegare il capitolo X di Giosuè».

Non andiamo dunque a mettere l’ortodossia dov’essa non ha a fare, nè per fiacchi scrupoli lasciamo di cercare e proclamare la verità di fatto, e in onta delle opinioni sancite, ricomporre il nesso fra i tre grandi ordini di cose, Dio, l’universo, le cognizioni degli intelletti particolari. Sant’Agostino proferì che «qualunque cosa possa altri con veri argomenti dimostrare intorno alla natura delle cose, noi vogliamo dimostrare che non contraddice alle Sacre Carte4»: e San Tommaso «tornare a sommo danno se, ciò ch’è indifferente alla dottrina e alla pietà, si voglia asserire o negare quasi concernesse la santa dottrina5: infine Gregorio Magno c’insegna ch’è meglio lo scandalo che la bugia.




  1. «Doctor meus Bononià non tam discipulus quam adjutor et teslis observationum doctissimi viri Dominici Marine: Romae autem, a. d. MD, natus annos plus minus vigintiseptem, professor in athematum in magna scholasticorum frequentia, et corona magnorum virorum et artificum in hoc doctrinae genere». Rheticus, Narr. de Copernico.
  2. Si sa che, per questa ragione, Hegel repudiava il moto della terra.
  3. Epistolarum, Part. III - pag. 76.
  4. De Genesi, lib. 1.
  5. Opp. X, 31.