Apri il menu principale

Canzone epitalamica per nozze delli sigg. Zappi Maratti

Paolo Antonio del Negro

C Indice:Zappi, Maratti - Rime I.pdf Canzoni letteratura Canzone epitalamica per nozze delli sigg. Zappi Maratti Intestazione 23 settembre 2008 75% Canzoni

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT

Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime dell'avvocato Gio. Batt. Felice Zappi e di Faustina Maratti sua consorte

[p. xvi modifica]


PAOLO ANTONIO DEL NEGRO

canzone epitalamica

PER NOZZE DELLI SIGG. ZAPPI MARATTI.


Sulla Riva del Penèo.
     Stava Dafne ancor fastosa
     In pensar che disdegnosa
     Già deluse il Nume Ascrèo,
     Ch’a rapirla mentre corse,
     6Divenir Lauro la scorse.
Corsi avea mille e mill’anni
     Da quel dì che mutò forma,
     Nè però l’antica norma
     Perdè mai tra i propri danni;
     Ch’ella ancor vegeta, e vive
     12Di sue voglie acerbe e schive.
De’ suoi rami all’ombra verde
     Mille inganni eran conversi
     Con gran lodi, e vaghi versi,
     Quali il vento pur disperde,
     Ch’a ben pochi ella risponde
     18Coll’onor delle sue fronde.
Solo un dì vicino a lei
     Diè di man Tirsi alla Lira,
     Con la qual tai grazie spira,
     Che innamora Uomini e Dei.
     Bella Dafne, egli dicea,
     24Bella Dafne, amata Dea,
Dunqu’è ver, ch’ancor tu serbi
     Fra tue brame inique e crude
     In sembianza di virtude
     I tuoi geni più superbi?
     Dunqu’è ver che mai non pensi
     30Di mutar gli antichi sensi?

[p. xvii modifica]

Se cangiar gli aspri costumi
     Tu volessi e il cor feroce,
     Tenterei con la mia voce
     Di plaear gl’irati Numi:
     E far sì, che in le tue forme
     36Novamente ti trasforme.
Non è sol d’Orfeo la Cetra,
     Che da’ regni della Morte
     La smarrita sua Consorte
     Ritirar col canto impetra:
     Cangia omai l’usanza rea,
     42Bella Dafne amata Dea.
A tal dir rise ciascuno,
     In udir, com’ei ricorda
     Vecchi amori ad una sorda,
     Ch’ora è tronco oscuro e bruno;
     E rideano: chè il lamento
     48Sparga Tirsi invano al vento.
Ma la Ninfa, che tra i rami
     Riteneva umana mente,
     Pensa udir Febo presente,
     Che all’antico Amor la chiami:
     Tal le sembra al biondo crine,
     54E alle Rime alte e divine.
Omai stanca di star sempre
     Sotto il vel di dura scorza,
     Apre il cuore a nuova forza,
     Che l’invoglia a cangiar tempre:
     Volge a Tirsi il vago ciglio,
     60E d’amar prende consiglio.
Cesse appena al nuovo affetto
     Che ogni ramo si disciolse:
     E alla prima effigie volse
     Il bel volto, il fianco, il petto:
     Tal se ’n va la rozza vesta
     66Col rigor ch’ella detesta.
Era pur bella a vederse

[p. xviii modifica]

     Da quel tronco apparir fuore,
     Con miracolo maggiore
     D’allor quando i rami aperse:
     Poichè puote lunga etade
     72Conservar tanta beltade.
Nero ha il crine, e bianco il volto,
     Come l’Alba in Orizzonte,
     Che ha la notte in sulla fronte,
     Ed il dì nel viso accolto.
     Non così bella sorgea
     78Dalle spume Citerea.
E pentita dell’asprezza
     Già mostrata al caro Amante,
     Verso lui muove altrettante
     Dolci grazie, e l’accarezza:
     E poich’altra si ravvisa
     84Cangiar nome ancor s’avvisa.
Non più Dafne, disse, io voglio,
     Che verun giammai mi nome:
     Resti pur l’ingrato nome
     Alla fronda, ch’io mi spoglio:
     Resti ancor l’aspro soggiorno,
     90Nè più qui faccio ritorno.
Così detto, al dubbio affanno,
     Ch’ondeggiava a Tirsi in viso,
     Che non era il Dio d’Anfriso
     Ben notò: ma dell’inganno
     Non le increbbe, chè ha gentile
     96Quanto Febo aspetto e stile.
Duo bei rami coglie alfine
     Della sua spogliata fronda,
     E coll’uno a sè circonda,
     E coll’altro a Tirsi il crine,
     Chè ambidue portan corona
     102Nel bel Regno d’Elicona.
Che non men di Tirsi appresa
     La bell’Arte avea la Bella

[p. xix modifica]

     Coll’armonica favella,
     Che da tanti aveva intesa:
     Sembra Tirsi il biondo Dio,
     108E la Ninfa Euterpe o Clio.
Ma seguendo il suo pensiero,
     L’alta Coppia il cammin prese,
     E dell’Arcade paese
     Cittadini ambo si fero:
     E la Bella, qual risolse,
     114Qui d’Aglauro il nome tolse.
Scese allora il santo Imene,
     Ch’ambidue stringe ed allaccia:
     Mentre poi l’un l’altro abbraccia,
     Risuonar l’acque e l’arene,
     E rispose il Cielo e l’aura:
     120Viva Tirsi e viva Aglaura.