Canti (Leopardi - Ginzburg)/Palinodia al marchese Gino Capponi

XXXII. Palinodia al marchese Gino Capponi

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
XXXII. Palinodia al marchese Gino Capponi
Sopra il ritratto di una bella donna Il tramonto della luna

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XXXII

PALINODIA

al marchese gino capponi

Il sempre sospirar nulla rileva

     Errai, candido Gino; assai gran tempo,
e di gran lunga errai. Misera e vana
stimai la vita, e sovra l’altre insulsa
la stagion ch’or si volge. Intolleranda
5parve, e fu, la mia lingua alla beata
prole mortal, se dir si dee mortale
l’uomo, o si può. Fra maraviglia e sdegno,
dall’Eden odorato in cui soggiorna,
rise l’alta progenie, e me negletto
10disse, o mal venturoso, e di piaceri
o incapace o inesperto, il proprio fato
creder comune, e del mio mal consorte
l’umana specie. Alfin per entro il fumo
de’ sigari onorato, al romorio
15de’crepitanti pasticcini, al grido
militar, di gelati e di bevande
ordinator, fra le percosse tazze
e i branditi cucchiai, viva rifulse
agli occhi miei la giornaliera luce

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20delle gazzette. Riconobbi e vidi
la pubblica letizia, e le dolcezze
del destino mortal. Vidi l’eccelso
stato e il valor delle terrene cose,
e tutto fiorì il corso umano, e vidi
25come nulla quaggiú dispiace e dura.
Né men conobbi ancor gli studi e l’opre
stupende, e il senno, e le virtudi, e l’alto
saver del secol mio. Né vidi meno
da Marrocco al Catai, dall’Orse al Nilo,
30e da Boston a Goa, correr dell’alma
felicitá su l'orme a gara ansando
regni, imperi e ducati; e giá tenerla
o per le chiome fluttuanti, o certo
per l’estremo del boa. Cosí vedendo,
35e meditando sovra i larghi fogli
profondamente, del mio grave, antico
errore, e di me stesso, ebbi vergogna.

     Aureo secolo omai volgono, o Gino,
i fusi delle Parche. Ogni giornale,
40gener vario di lingue e di colonne,
da tutti i lidi lo promette al mondo
concordemente. Universale amore,
ferrate vie, moltiplici commerci,
vapor, tipi e cholèra i piú divisi
45popoli e climi stringeranno insieme:
né maraviglia fia se pino o quercia
suderá latte e mele, o s’anco al suono
d’un walser danzerá. Tanto la possa
infin qui de’ lambicchi e delle storte,
50e le macchine al cielo emulatrici
crebbero, e tanto cresceranno al tempo
che seguirá; poiché di meglio in meglio
senza fin vola e volerá mai sempre
di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

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     55Ghiande non ciberá certo la terra
però, se fame non la sforza: il duro
ferro non deporrá. Ben molte volte
argento ed or disprezzerá, contenta
a polizze di cambio. E giá dal caro
60sangue de’ suoi non asterrá la mano
la generosa stirpe: anzi coverte
fien di stragi l’Europa e l’altra riva
dell’atlantico mar, fresca nutrice
di pura civiltá, sempre che spinga
65contrarie in campo le fraterne schiere
di pepe o di cannella o d’altro aroma
fatal cagione, o di melate canne,
o cagion qual si sia ch’ad auro torni.
Valor vero e virtú, modestia e fede
70e di giustizia amor, sempre in qualunque
pubblico stato, alieni in tutto e lungi
da’ comuni negozi, ovvero in tutto
sfortunati saranno, afflitti e vinti;
perché diè lor natura, in ogni tempo
75starsene in fondo. Ardir protervo e frode,
con mediocritá, regneran sempre,
a galleggiar sortiti. Imperio e forze,
quanto piú vogli o cumulate o sparse,
abuserá chiunque avralle, e sotto
80qualunque nome. Questa legge in pria
scrisser natura e il fato in adamante;
e co’ fulmini suoi Volta né Davy
lei non cancellerá, non Anglia tutta
con le macchine sue, né con un Gange
85di politici scritti il secol novo.
Sempre il buono in tristezza, il vile in festa
sempre e il ribaldo: incontro all’alme eccelse
in arme tutti congiurati i mondi
fieno in perpetuo: al vero onor seguaci
90calunnia, odio e livor: cibo de’ forti

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il debole, cultor de’ ricchi e servo
il digiuno mendico, in ogni forma
di comun reggimento, o presso o lungi
sien l’eclittica o i poli, eternamente
95sará, se al gener nostro il proprio albergo
e la face del dí non vengon meno.

     Queste lievi reliquie e questi segni
delle passate etá, forza è che impressi
porti quella che sorge etá dell’oro:
100perché mille discordi e repugnanti
l’umana compagnia principii e parti
ha per natura; e por quegli odii in pace
non valser gl’intelletti e le possanze
degli uomini giammai, dal dí che nacque
105l’inclita schiatta, e non varrá, quantunque
saggio sia né possente, al secol nostro
patto alcuno o giornal. Ma nelle cose
piú gravi, intera, e non veduta innanzi,
fia la mortal felicitá. Piú molli
110di giorno in giorno diverran le vesti
o di lana o di seta. I rozzi panni
lasciando a prova agricoltori e fabbri,
chiuderanno in coton la scabra pelle,
e di castoro copriran le schiene.
115Meglio fatti al bisogno, o piú leggiadri
certamente a veder, tappeti e coltri,
seggiole, canapè, sgabelli e mense,
letti, ed ogni altro arnese, adorneranno
di lor menstrua beltá gli appartamenti;
120e nove forme di paiuoli, e nove
pentole ammirerá l’arsa cucina.
Da Parigi a Calais, di quivi a Londra,
da Londra a Liverpool, rapido tanto
sará, quant’altri immaginar non osa,
125il cammino, anzi il volo: e sotto l’ampie

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vie del Tamigi fia dischiuso il varco,
opra ardita, immortal, ch’esser dischiuso
dovea, giá son molt’anni. Illuminate
meglio ch’or son, benché sicure al pari,
130nottetempo saran le vie men trite
delle cittá sovrane, e talor forse
di suddita cittá le vie maggiori.
Tali dolcezze e sí beata sorte
alla prole vegnente il ciel destina.

     135Fortunati color che mentre io scrivo
miagolanti in su le braccia accoglie
la levatrice! a cui veder s’aspetta
quei sospirati dí, quando per lunghi
studi fia noto, e imprenderá col latte
140dalla cara nutrice ogni fanciullo,
quanto peso di sal, quanto di carni,
e quante moggia di farina inghiotta
il patrio borgo in ciascun mese; e quanti
in ciascun anno partoriti e morti
145scriva il vecchio prior: quando, per opra
di possente vapore, a milioni
impresse in un secondo, il piano e il poggio
e credo anco del mar gl’immensi tratti,
come d’aeree gru stuol che repente
150alle late campagne il giorno involi,
copriran le gazzette, anima e vita
dell’universo, e di savere a questa
ed alle etá venture unica fonte!

     Quale un fanciullo, con assidua cura,
155di fogliolini e di fuscelli, in forma
o di tempio o di torre o di palazzo,
un edificio innalza; e come prima
fornito il mira, ad atterrarlo è volto,
perché gli stessi a lui fuscelli e fogli

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160per novo lavorio son di mestieri;
cosí natura ogni opra sua, quantunque
d’alto artificio a contemplar, non prima
vede perfetta, ch’a disfarla imprende,
le parti sciolte dispensando altrove.
165E indarno a preservar se stesso ed altro
dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
eternamente, il mortal seme accorre
mille virtudi oprando in mille guise
con dotta man: che, d’ogni sforzo in onta,
170la natura crudel, fanciullo invitto,
il suo capriccio adempie, e senza posa
distruggendo e formando si trastulla.
Indi varia, infinita una famiglia
di mali immedicabili e di pene
175preme il fragil mortale, a perir fatto
irreparabilmente: indi una forza
ostil, distruggitrice, e dentro il fere
e di fuor da ogni lato, assidua, intenta
dal di che nasce; e l’affatica e stanca,
180essa indefatigata; insin ch’ei giace
alfin dall’empia madre oppresso e spento.
Queste, o spirto gentil, miserie estreme
dello stato mortal; vecchiezza e morte,
ch’han principio d’allor che il labbro infante
185preme il tenero sen che vita instilla;
emendar, mi cred’io, non può la lieta
nonadecima etá piú che potesse
la decima o la nona, e non potranno
piú di questa giammai l’etá future.
190Però, se nominar lice talvolta
con proprio nome il ver, non altro in somma
fuor che infelice, in qualsivoglia tempo,
e non pur ne’ civili ordini e modi,
ma della vita in tutte l’altre parti,
195per essenza insanabile, e per legge

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universal, che terra e cielo abbraccia,
ogni nato sará. Ma novo e quasi
divin consiglio ritrovâr gli eccelsi
spirti del secol mio: che, non potendo
200felice in terra far persona alcuna,
l’uomo obbliando, a ricercar si diero
una comun felicitade; e quella
trovata agevolmente, essi di molti
tristi e miseri tutti, un popol fanno
205lieto e felice: e tal portento, ancora
da pamphlets, da riviste e da gazzette
non dichiarato, il civil gregge ammira.

     Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume
dell’etá ch’or si volge! E che sicuro
210filosofar, che sapienza, o Gino,
in piú sublimi ancora e piú riposti
subbietti insegna ai secoli futuri
il mio secolo e tuo! Con che costanza
quel che ieri scherní, prosteso adora
215oggi, e domani abbatterá, per girne
raccozzando i rottami, e per riporlo
tra il fumo degl’incensi il dí vegnente!
Quanto estimar si dee, che fede inspira
del secol che si volge, anzi dell’anno,
220il concorde sentir! con quanta cura
convienci a quel dell’anno, al qual difforme
fia quel dell’altro appresso, il sentir nostro
comparando, fuggir che mai d’un punto
non sien diversi! E di che tratto innanzi,
225se al moderno si opponga il tempo antico,
filosofando il saper nostro è scorso!

     Un giá de’ tuoi, lodato Gino; un franco
di poetar maestro, anzi di tutte
scienze ed arti e facoltadi umane,

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230e menti che fur mai, sono e saranno,
dottore, emendator, lascia, mi disse,
i propri affetti tuoi. Di lor non cura
questa virile etá, volta ai severi
economici studi, e intenta il ciglio
235nelle pubbliche cose. Il proprio petto
esplorar che ti vai? Materia al canto
non cercar dentro te. Canta i bisogni
del secol nostro, e la matura speme.
Memorande sentenze! ond’io solenni
240le risa alzai quando sonava il nome
della speranza al mio profano orecchio
quasi comica voce, o come un suono
di lingua che dal latte si scompagni.
Or torno addietro, ed al passato un corso
245contrario imprendo, per non dubbi esempi
chiaro oggimai ch’al secol proprio vuolsi,
non contraddir, non repugnar, se lode
cerchi e fama appo lui, ma fedelmente
adulando ubbidir: cosí per breve
250ed agiato cammin vassi alle stelle.
Ond’io, degli astri desioso, al canto
del secolo i bisogni omai non penso
materia far; che a quelli, ognor crescendo,
provveggono i mercati e le officine
255giá largamente; ma la speme io certo
dirò, la speme, onde visibil pegno
giá concedon gli Dei; giá, della nova
felicitá principio, ostenta il labbro
de’ giovani, e la guancia, enorme il pelo.

     260O salve, o segno salutare, o prima
luce della famosa etá che sorge.
Mira dinanzi a te come s’allegra
la terra e il ciel, come sfavilla il guardo
delle donzelle, e per conviti e feste

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qual de’ barbati eroi fama giá vola.
Cresci, cresci alla patria, o maschia certo
moderna prole. All’ombra de’ tuoi velli
Italia crescerá, crescerá tutta
dalle foci del Tago all’Ellesponto
Europa, e il mondo poserá sicuro.
E tu comincia a salutar col riso
gl’ispidi genitori, o prole infante,
eletta agli aurei dí: né ti spaurí
l’innocuo nereggiar de’ cari aspetti.
Ridi, o tenera prole: a te serbato
è di cotanto favellare il frutto;
veder gioia regnar, cittadi e ville,
vecchiezza e gioventú del par contente,
e le barbe ondeggiar lunghe due spanne.